Il 31 agosto, Angelo Casati, presbitero della Chiesa di Milano, ha chiuso, nel suo 96 esimo anno di età, la sua vita terrena, nell’anniversario della morte del suo amatissimo Arcivescovo, il cardinale Martini.

Ha lavorato fino all’ultimo giorno. L’ultima sua omelia l’aveva inviata, per la domenica 2 agosto, al gruppo di amici e seguaci (anche da molto lontano), che si era costituito intorno a lui. Per la domenica 9 aveva inviato uno scritto in cui non commentava i testi, ma comunicava che le sue forze non gli consentivano più di continuare questo servizio e si congedava. Pochissimi giorni dopo veniva ricoverato in ospedale dove rimase fino alla fine.

Mille sono le diverse sfumature con cui i tanti che l’hanno conosciuto serbano il ricordo di don Angelo, come accade per ognuno che ci lascia. L’ultima volta che lo incontrai, qualche mese fa, mi disse a un certo punto: «Con che carovana cammino!», stupito che tanti e così diversi facessero riferimento a lui, consapevole della responsabilità che gliene derivava.

Un messaggio splendido in sua memoria è quello che subito ha offerto l’arcivescovo di Napoli, il card. Battaglia: «Don Mimmo», come si era qualificato, chiamandolo improvvisamente al telefono parecchi mesi fa e diventando suo grande amico. Un cardinale, divenuto tale pur non avendo mai aspirato a “far carriera”, e un prete alieno da ogni onorificenza ecclesiastica si erano “riconosciuti”. Così come si erano “riconosciuti” con padre David M. Turoldo: il «ruggito» potente con cui veniva annunciata quella Parola «spada a doppio taglio» (Eb 4,12), che arriva al midollo, e il “sottovoce” dell’annuncio che si è manifestata la bontà di Dio e il suo amore per l’umanità (Tt 3,4). Ma non estranea, al primo, la delicatezza più attenta, in particolare verso i “piccoli”, e l’umile stupore dinanzi alle cose di Dio; né assente, nel secondo, la forza dirompente di chi fa nuove tutte le cose e l’esigenza del discorso della Montagna.

A ognuno è data una diversa manifestazione dello Spirito; ognuno trova un riferimento privilegiato nell’una o l’altra Parola di Dio. In don Angelo si sentivano risuonare come motivi portanti «misericordia voglio e non sacrificio», «non spezzerà una canna fessa, né spegnerà un lucignolo fumigante», mediati dalla sua parola poetica, essenziale e lieve, capace di dischiudere prospettive di profondità sconosciute, di guidare a “sconfinare”, come amava dire, abbattendo steccati, pregiudizi e orizzonti di comprensione preformati e rigidi.

Don Angelo fu seguito e apprezzato da persone di diversi orientamenti, età e cultura, da chi condivideva la sua fede cristiana e da chi non la condivideva, da chi viveva la vita di fede nella Chiesa Cattolica e da chi la viveva in altri contesti.

La sua particolare e rispettosissima attenzione andò sempre a chi era “sulla soglia”, a chi era in ricerca dell’autenticità umana. E i molti “sulla soglia” (così prese anche nome il gruppo della sua “carovana”) mai furono turbati o allontanati dalla professione del suo intenso amore per Gesù, riconosciuto come Signore, che apriva, e non chiudeva, all’incontro: il Vangelo non gridato o brandito, ma detto sottovoce, per essere accolto solo da chi avesse gradito accoglierlo, senza violare nessuna coscienza né forzare alcuno.

Molti hanno conosciuto don Angelo soprattutto attraverso i suoi scritti, attraverso la profondità della sua sensibilità e la raffinatezza della sua poesia, e certo anche così lo hanno davvero incontrato, scoprendone la radicale libertà da sé stesso, che lo rendeva capace di accoglienza di Dio, degli umani e, con fine sensibilità francescana, della “parola” che ogni creatura dice. Una libertà da sé che gli fece conservare per tutta la vita l’animo gioioso del bambino che, con gli altri chierichetti, a Pasqua andava ad abbracciare gli alberi per portare alla natura l’annuncio della Resurrezione. E, in questa libertà da sé, chiedeva di omettere il “don” e di chiamarlo “Angelo”. Giustamente: perché davvero, come ogni buon discepolo e apostolo, fu “angelo” per tanti; ma, da parte sua, per sfrondare ogni separatezza clericale indotta dal titolo. Non fu però obbedito dalla maggioranza dei suoi amici: quel “don” diceva il suo essere donato.
Ma chi ha potuto anche partecipare a liturgie da lui presiedute non può dimenticare la delicatezza amorosa e riverente con cui prendeva nelle sue mani le specie eucaristiche per “innalzarle” e “offrirle” alla comunità e a tutto il mondo. Un gesto trasparente di fede che era un annuncio e una omelia. Una grande omelia, anche se don Angelo caratterizzò, nel congedo finale, la sua ultima omelia come «piccola come le altre, una loro compagna in piccolezza». Amava, scriveva ancora nell’ultimo messaggio, «le cose piccole cui ci ha affacciato Gesù con il suo vangelo».

«Chi ci parlerà di Dio sottovoce?», chiese una volta una bambina a don Angelo, quando seppe che avrebbe lasciato la sua parrocchia. La risposta di don Angelo a ognuno che se lo chiedesse ora potrebbe essere «tutto, ogni fiore, ogni filo d’erba e goccia d’acqua, ogni cosa che è sotto il sole, ogni sguardo che incrocerete vi parlerà sottovoce di Dio, se vi disporrete ad ascoltare; tutto diverrà luminoso alla luce della Parola del Maestro mite e umile di cuore».

Non “riposerai in pace”, carissimo don Angelo. Continuerai ad accompagnare la tua carovana, finché anch’essa approderà ai cieli nuovi e alla terra nuova.

Grazie per esser stato tra noi testimone dell’invito di Gesù (Mt 11,28): «Venite a me voi tutti che siete affaticati e oppressi e io vi darò ristoro».