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Quando provi a prenotare una visita specialistica e ti senti dire che il primo posto disponibile è magari dopo sei mesi, puoi rivolgerti al privato e pagare di tasca tua. Sempre che tu possa permettertelo. Se invece non puoi, non ti resta che aspettare, rimandare quella visita o, nel peggiore dei casi, rinunciarci. Per non parlare di quando hai bisogno di un medico di famiglia e fai fatica a trovarlo, o di quando vai al pronto soccorso e lo trovi sovraffollato. E poi conta anche dove vivi: accedere alle cure attraverso il servizio pubblico può essere più facile in una Regione e molto più difficile in un'altra.
Ma perché ottenere le cure di cui abbiamo bisogno attraverso il Servizio sanitario nazionale sta diventando sempre più difficile?
A provare a rispondere è la nuova analisi diffusa ieri, 2 settembre, dalla Fondazione GIMBE, che ha confrontato la spesa sanitaria pubblica italiana con quella degli altri Paesi OCSE sulla base dei dati OECD Health Statistics, aggiornati al 17 luglio 2026.
Il quadro che emerge è quello di un Paese che negli ultimi quindici anni ha progressivamente perso terreno nella spesa per la sanità pubblica: oggi l'Italia è 15ª tra i 27 Paesi europei dell'area OCSE per spesa pro capite e ultima tra i Paesi del G7.


QUANTO SPENDE L'ITALIA PER LA SANITÀ?
Nel 2025 l'Italia ha destinato alla sanità pubblica il 6,2% del PIL, contro il 7,1% della media. Sono 14 i Paesi europei dell'area OCSE che spendono più dell'Italia in rapporto al PIL: in Germania, per esempio, la quota arriva all'11%, mentre nella Repubblica Slovacca, appena sopra di noi, è del 6,4%.
Se invece guardiamo alla spesa per ogni abitante, nel 2025 l'Italia ha speso 3.952 dollari a persona, contro i 4.965 della media dei Paesi europei. La differenza è di 1.013 dollari per abitante. In questa classifica l'Italia si colloca al 15° posto tra i 27 Paesi europei dell'area OCSE.
Le cifre sono espresse in dollari a parità di potere d'acquisto (PPP), cioè tenendo conto delle differenze nei prezzi tra i vari Paesi. Non si tratta quindi di una semplice conversione degli euro in dollari, ma di un sistema che permette di confrontare cifre provenienti da Paesi dove il costo della vita è diverso.
MA È SEMPRE STATO COSÌ?
No. Ed è proprio questo uno degli aspetti più significativi dell'analisi. Fino al 2011 la spesa sanitaria pubblica per abitante dell'Italia era sostanzialmente in linea con la media dei Paesi europei: 2.360 dollari a persona contro 2.340. In pratica, il divario che vediamo oggi allora non esisteva.
È negli anni successivi che la distanza ha cominciato ad allargarsi. Secondo GIMBE, tagli e definanziamenti alla sanità pubblica hanno progressivamente ampliato il divario, che nel 2019 aveva già raggiunto i 424 dollari per abitante. Durante la pandemia la forbice si è allargata ulteriormente, perché gli altri Paesi hanno aumentato la spesa sanitaria pubblica molto più dell'Italia.
Anche dopo l'emergenza, l'Italia non è riuscita a recuperare terreno: nel 2023 e nel 2024 la crescita della spesa è rimasta inferiore alla media europea, mentre nel 2025 è risultata sostanzialmente stabile. Siamo arrivati così agli attuali 1.013 dollari di differenza per abitante, contro una situazione di sostanziale parità nel 2011.
Per il presidente della Fondazione GIMBE, Nino Cartabellotta, quella che si è creata è una vera e propria «voragine», frutto di «15 anni di progressiva erosione delle risorse destinate alla sanità pubblica». Una traiettoria che la Fondazione non attribuisce a un singolo Governo, ma a scelte politiche compiute da «Governi di ogni colore».


QUANTO VALE OGGI IL DIVARIO CON L'EUROPA?
Quei 1.013 dollari in meno per abitante diventano una cifra molto più grande se rapportati all'intera popolazione italiana. Secondo i parametri OCSE utilizzati nell'analisi, corrispondono a 612,4 euro per ogni residente. Moltiplicati per i quasi 59 milioni di persone che vivono in Italia, portano GIMBE a calcolare per il 2025 un divario complessivo di circa 36,1 miliardi di euro rispetto alla media dei Paesi europei.
Ma cosa significa davvero questa cifra? Non che al Servizio sanitario nazionale “manchino” 36,1 miliardi di euro per funzionare, né che basti aggiungere questa somma per risolverne i problemi. I 36,1 miliardi misurano la distanza dalla media europea: se l'Italia spendesse per ogni abitante quanto spendono in media i Paesi europei considerati, la spesa sanitaria pubblica complessiva sarebbe superiore di circa 36,1 miliardi di euro.


CHE COSA SIGNIFICA PER CHI DEVE CURARSI?
Spendere meno degli altri Paesi europei non significa automaticamente avere una sanità peggiore. Ma secondo GIMBE, quindici anni di sottofinanziamento hanno progressivamente indebolito il Servizio sanitario nazionale, con crescenti tensioni per le Regioni e conseguenze sempre più evidenti per i cittadini.
Le conseguenze indicate dalla Fondazione sono quelle che molti incontrano quando hanno bisogno di curarsi: liste d'attesa, pronto soccorso sovraffollati, difficoltà nel trovare un medico di famiglia, disuguaglianze territoriali e sociali. A queste si aggiungono l'aumento della spesa privata a carico delle famiglie, il rischio di impoverimento o indebitamento e la rinuncia a prestazioni sanitarie.
Un dato rende particolarmente evidente il problema: nel 2024, 5,8 milioni di persone, quasi una su dieci, hanno rinunciato a visite specialistiche o esami diagnostici. Il dato, però, va letto con attenzione: l'analisi GIMBE in questo passaggio non distingue le ragioni della rinuncia e quindi non significa che tutte queste persone abbiano rinunciato perché non potevano permettersi di pagare una prestazione privata.


VUOL DIRE CHE LA SANITÀ ITALIANA FUNZIONA MALE?
Non necessariamente. Il quadro è più complesso. Le valutazioni di OCSE, Commissione europea e Organizzazione mondiale della sanità, richiamate da GIMBE mostrano che il Servizio sanitario nazionale continua a garantire buoni risultati in termini di salute: l'aspettativa di vita resta elevata e la mortalità evitabile, cioè quella che può essere prevenuta grazie alla prevenzione o a cure appropriate e tempestive, rimane bassa.
Il problema riguarda sempre di più la possibilità di accedere alle cure quando se ne ha bisogno. Secondo le valutazioni riportate dalla Fondazione, infatti, si sta deteriorando la capacità del SSN di garantire servizi tempestivi, equi e finanziariamente accessibili, soprattutto alle persone in condizioni socioeconomiche più fragili.
La questione non riguarda soltanto la salute dei cittadini. Nel Country Report 2026 la Commissione europea collega le difficoltà del sistema sanitario italiano anche all'equità sociale e alla produttività del Paese. E il 10 luglio il Consiglio dell'Unione europea ha raccomandato all'Italia di garantire un accesso più tempestivo a cure economicamente sostenibili e di affrontare la carenza di personale in alcune professioni sanitarie fondamentali.
E TRA I PAESI DEL G7? L'ITALIA È ULTIMA
Il divario emerge ancora più chiaramente se il confronto viene ristretto alle principali economie avanzate. Nel 2025 l'Italia è ultima tra i Paesi del G7 per spesa sanitaria pubblica pro capite, con 3.952 dollari per abitante. La Germania, prima tra i sette, ne spende 8.726: più del doppio.
E non si tratta di una situazione recente. Secondo l'analisi di GIMBE, l'Italia è rimasta all'ultimo posto del G7 per tutto il periodo considerato, dal 2008 al 2025. Particolarmente significativo è il confronto con il Regno Unito, perché, come l'Italia, finanzia prevalentemente il proprio sistema sanitario attraverso la fiscalità generale. Nel 2008 la spesa britannica per abitante era solo leggermente superiore a quella italiana e fino al 2019 è cresciuta in maniera contenuta; dal 2020, però, il Regno Unito ha aumentato in modo consistente le risorse pubbliche destinate alla sanità, superando Canada e Giappone e avvicinandosi alla Francia.
E GLI INVESTIMENTI DEL PNRR?
Una parte della risposta alle difficoltà del Servizio sanitario nazionale dovrebbe arrivare dal potenziamento dell'assistenza territoriale previsto dal PNRR, attraverso le Case della Comunità e gli Ospedali di Comunità. Ma anche su questo fronte GIMBE segnala un'incognita.
Al 1° settembre, a due mesi dalla scadenza del 30 giugno 2026, non era ancora disponibile una rendicontazione pubblica che documentasse la piena operatività di almeno 1.038 Case della Comunità e 307 Ospedali di Comunità. Il Ministero della Salute ha comunicato che sono ancora in corso le verifiche e l'acquisizione delle evidenze necessarie.
Questo non significa che quelle strutture non siano operative, ma che, al momento dell'analisi, non era ancora disponibile una documentazione pubblica che lo attestasse. Per GIMBE resta però il rischio che le nuove strutture si trasformino in «scatole vuote».
BASTEREBBE SPENDERE DI PIÙ?
Aumentare le risorse destinate alla sanità pubblica, secondo GIMBE, è necessario ma non basta. La Fondazione chiede un rifinanziamento progressivo e stabile del Servizio sanitario nazionale, accompagnato da riforme strutturali, risorse per il personale e dalla garanzia uniforme dei Livelli essenziali di assistenza (LEA) in tutto il Paese. Secondo Cartabellotta, serve un impegno politico stabile e condiviso, capace di superare la logica della contrattazione annuale delle risorse in occasione di ogni legge di Bilancio.
Per la Fondazione, infatti, la tenuta del SSN non riguarda soltanto la quantità di risorse disponibili, ma la possibilità di continuare a garantire concretamente il diritto alla salute a tutti, indipendentemente dal reddito e dal luogo in cui si vive. «Chi può paga, chi non può aspetta o rinuncia alle cure», avverte Cartabellotta. «Non è più universalismo, ma selezione dei diritti per reddito. Ovvero, la negazione dell'articolo 32 della Costituzione».








