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«Assisi ’86 è una data mitica per noi di una certa età, perché è stata sentita come la manifestazione più significativa e sensibile del Vaticano II. Prima del Concilio un incontro simile era impensabile, perché il rapporto con le altre confessioni era segnato da forti chiusure», dice il cardinale Claudio Gugerotti, prefetto per le Chiese orientali, che 40 anni fa era appena stato nominato collaboratore al Dicastero pontificio. «Documenti conciliari come quelli sull’ecumenismo, sul rapporto con il mondo e soprattutto Dignitatis Humanae hanno affermato la dignità della persona e la libertà religiosa. Riconoscendo il diritto di tutti a esprimere la propria fede e a unirsi per invocare Dio per una causa comune, la Chiesa non chiede più allo Stato di difenderla come unica fonte della verità. In questo passaggio si coglie il superamento dello Stato confessionale, tema che ancora oggi suscita resistenze in alcune frange ecclesiali. Riunire il Dalai Lama, i capi musulmani, buddisti, e poi tutti i leader religiosi delle chiese orientali e occidentali fu un'epifania, la percezione che qualcosa era cambiato radicalmente. Ognuno poi andava a pregare nel suo spazio, ma la cosa fondamentale era che ci fosse questa grande manifestazione comune di un desiderio di esprimere a Dio il grido dell'umanità».
Lei era giovanissimo….
«Ad Assisi c'erano anche rappresentanti delle Chiese Orientali Cattoliche. La Giornata aveva avuto una preparazione enorme, perché tutte queste persone si trovavano per la prima volta a fare qualche cosa insieme, col Papa. Oggi siamo abituati che i leader religiosi parlino, nell’indifferenza generale. Ma una cosa del genere ad Assisi, luogo di San Francesco, al quale tutti riconoscono un valore umano di altissimo livello, costituiva un fattore assolutamente incredibile anche per me che avevo 31 anni. Un Papa che aveva vissuto sotto il comunismo, segregato, riusciva a riunire il mondo».
Dopo 40 anni, quell'incontro di preghiera per la pace, cosa ci dice?
«Capire cosa dire oggi è una cosa molto difficile per noi. Nel senso che c'è stato un progressivo distacco della Chiesa dal mondo e del mondo dalla Chiesa, per cui noi facciamo fatica ad interpretare le reazioni di coloro che non si interfacciano con noi facilmente, soprattutto i giovani. La sensazione in Occidente è che Dio sia una realtà irrilevante. Quarant’anni fa l’incontro era legato anche alla solidarietà umana su tanti temi: la povertà, la guerra, il modo di rapportarsi tra persone. C'era un clima di entusiasmo che ora manca, anche se l’urgenza della pace è più forte che mai. D’altra canto va rilevato che quando il Papa va in Spagna, o altrove, arrivano centinaia di migliaia di persone. Vuol dire che dentro c'è una ricerca che non si identifica con la frequenza alla chiesa».
Assisi ’86 non è stata accolta con consensi unanimi. Giovanni Paolo II fu accusato di sincretismo. Le resistenze e le critiche successive da cosa nascono a suo parere?
«Le differenze ci sono, ma non vanno più sentite come una impossibilità di interazione per il fatto che abbiamo idee diverse. Noi siamo convinti che la Chiesa Cattolica è portatrice della verità, che non è una verità metafisica ma è la persona di Gesù. È una verità poderosa. Ma dopo il Concilio nella Chiesa cattolica è difficile pensare di incontrare l’altro per dirgli quello che deve diventare. La dignità dell'uomo sta nell'uomo, non in ciò che crede. Perché siamo stati creati tutti a immagine e somiglianza di Dio. Non c'è nessuno escluso per principio dalla salvezza. E questo dà problema, oggi è molto forte una mentalità divisiva e reattiva. Vedere il Papa che parla con uno di un'altra religione o di un'altra confessione è considerato da alcuni come un suo abbassamento, come se il Papa non dovesse avere rapporti con quelli che non sono i suoi. E ci sono delle frange che ritengono che l'ultima azione significativa sia stato il sillabo di Pio IX, cioè la lista degli errori degli altri».
Le resistenze al dialogo con chi ha una fede diversa da quella cristiana, sono sempre più diffuse anche oggi...
«È la concezione di una minoranza, mentre può essere di maggioranza l'uso politico che se ne fa. In alcuni c’è il desiderio che il Papa torni ad essere il capo tribù dei cattolici, il leader politico che batte cassa, dicendo che lo Stato non ha il diritto di approvare questo o quest'altro. Questo fenomeno nasce da una politica conservatrice, alla quale fa gran comodo avere una religione che dice cose che si possono manipolare».
A prima vista potrebbe sembrare un retaggio del XVIII secolo. Eppure, ancora oggi, si verificano episodi che mostrano quanto certe saldature tra politica e religione siano tutt’altro che superate: il patriarca di Mosca si è schierato apertamente con Putin e il funerale di Mladić, condannato per crimini di guerra, è stato benedetto dal patriarca serbo…
«E tutto questo accade a pochi passi dal cimitero di Srebrenica. È possibile che simili fatti continuino a verificarsi perché la stessa politica che se ne stupisce, su molti altri aspetti, sostiene temi e atteggiamenti che conducono proprio a quei risultati. La reazione, quindi, rischia di restare soltanto formale: un gesto di buona educazione, più che una presa di coscienza profonda. Ciò che manca nel nostro tempo è il fondamento “metafisico” del comportamento. Quarant’anni fa esisteva ancora l’Unione Sovietica ed eravamo alla vigilia di uno smottamento mondiale di grande portata, che avrebbe sconvolto tutti, proprio perché nessuno sapeva davvero come orientarsi. L’ideologia appare spesso attraversata da contraddizioni che sembrano non pesare più. Si può affermare una cosa e, pochi minuti dopo, sostenere il contrario senza nemmeno accorgersene. Ciò che conta è che il messaggio colpisca lo stomaco, che parli alla pancia».
Molti dei conflitti che sono in corso sono sotto la giurisdizione del suo dicastero. Qual è l'azione posta in atto da questo “Ministero” del Vaticano?
«A differenza della Segreteria di Stato, che mantiene rapporti con le autorità civili e può quindi sviluppare forme di dialogo istituzionale, il nostro lavoro passa soprattutto attraverso il rapporto diretto con le persone e con le Chiese presenti sul territorio. La prima cosa che cerchiamo di fare è andare nei luoghi segnati dai conflitti, incontrare le comunità, incoraggiarle e far percepire concretamente che il Papa è vicino a loro. Di recente sono stato in Siria, in Libano più volte, in Turchia e in Etiopia: sono tra le zone più delicate. In questi contesti colpisce la commozione della gente quando sente che il Papa manda qualcuno a dire: “Guardate che io sono con voi. Aspetto che torni e gli racconti come vivete, come soffrite”».
In questi incontri cosa l’ha colpita di più?
«Tra le vittime più colpite dalla violenza e dalla guerra ci sono le donne. In molti luoghi non ne parlano per pudore; spesso si confidano con le suore, più che con i familiari. Non possiamo neppure immaginare fino a che punto una donna possa essere violata nella sua dignità: è una brutalità vergognosa, vile, una forma di barbarie. Sono queste le storie che racconto al Papa».
Come si realizza il vostro intervento?
«Abbiamo tre linee di intervento: la vicinanza alle comunità ferite: visitare, ascoltare e incoraggiare chi vive nei territori di guerra o di forte instabilità. L’aiuto materiale: utilizzare anche il sostegno dei benefattori e una parte della colletta di Terra Santa, raccolta il Venerdì Santo, per rispondere ai bisogni concreti. Il sostegno alle Chiese locali: accompagnare le comunità nell’esodo, aiutandole a non perdere le proprie radici e a vivere il rapporto con culture nuove senza esserne assorbite. La figura del sacerdote, del vescovo che sta vicino, ti insegna la lingua, è un grosso incoraggiamento a mantenere le radici. A breve scriveremo ai vescovi latini, in tutto il mondo, e invieremo una specie di vademecum su come trattare queste comunità orientali di cui spesso non si sa neanche l'esistenza. Stiamo inoltre pensando a come aiutare i ragazzi e i giovani delle nostre Chiese – e non solo della Chiesa cattolica, ma dei cristiani in generale – a sostenere le rette scolastiche, così da poter accedere all’educazione. Per molti oggi studiare è un privilegio: il padre è in guerra, in casa non ci sono soldi, manca l’acqua e molte famiglie vorrebbero soltanto andarsene. Se c’è il Papa che paga la scuola per i figli dei poveri è un aiuto a restare».
Aiutate anche i non cristiani?
«L’obiettivo è compiere gesti concreti e anche rilevanti, restando aperti anche ai non cristiani. C’è inoltre un grande lavoro da fare sulle culture locali: oggi è difficilissimo riconoscere l’importanza dell’altro. Spesso i vertici restano molto duri verso chi è diverso, anche quando si tratta di persone ugualmente vittime di sopruso o violenza. La gente semplice, invece, si aiuta: non chiede il certificato di battesimo a nessuno. La maturazione delle persone semplici potrà forse aiutare anche i vertici delle Chiese e delle religioni a maturare».
Dopo Assisi c'è stato tutto un cammino. Quali sono stati i momenti di luce in questo cammino?
«Secondo me è difficile nominare qualcosa perché nel nostro contesto è cambiato proprio tutto. Non della verità, ma nell'atteggiamento verso il mondo. Un Papa oggi si muove, riceve, si incontra con persone che un tempo non avrebbe mai ammesso, come si diceva, alla sua “augusta presenza”. La Chiesa è stata modificata radicalmente da questa sensibilità, che è un ritorno al Vangelo, né più né meno, è la riscoperta dei comportamenti e del messaggio di Gesù. E bisogna anche tener presente che abbiamo cominciato a leggerlo, il Vangelo, perché prima non si poteva. Anche il manovrare lo strumento crea una certa “contaminazione”. Ecco, prima il Vangelo era mediato dalla spiegazione dei chierici. Oggi si ha accesso al Vangelo senza bisogno di nulla».





