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Ci sono scandali che non si chiudono mai: cambiano soltanto aula. Otto anni dopo, la storia di Cambridge Analytica presenta il conto più salato a Santa Fe, in New Mexico, dove il giudice Francis Mathew ha condannato Meta a versare 25 miliardi di dollari per aver ingannato gli utenti di Facebook sul trattamento dei loro dati. Per il procuratore generale Raúl Torrez è uno dei più grandi verdetti mai emessi da uno stato americano contro un'azienda, se non il più grande. Meta ha già annunciato ricorso.
Le cifre hanno la freddezza di ciò che nessuno riesce a immaginare. A settembre una giuria aveva riconosciuto l'azienda responsabile di oltre 43 milioni di violazioni delle leggi statali a tutela dei consumatori, ciascuna punibile fino a 5mila dollari: il massimo teorico superava i 219 miliardi. Lo stato ne chiedeva tra 35 e 40, i legali di Meta non più di 3,4. Il giudice ha scelto una via di mezzo, motivandola con il carattere intenzionale e sistematico delle false dichiarazioni e con il coinvolgimento dei vertici di Facebook. Sulla somma matureranno interessi del 15% annuo, ma in appello il numero delle violazioni potrebbe ridursi, e con esso il conto.


Come può uno stato di 2,1 milioni di abitanti ottenere una sanzione superiore all'intero patteggiamento degli altri? Scegliendo di non firmare. Ad agosto 48 stati hanno accettato con Meta un accordo da oltre 17 miliardi, che comprendeva una liberatoria sul caso Cambridge Analytica. Il New Mexico, insieme alla Florida, ha rifiutato ed è andato a processo da solo. Quest'anno aveva già vinto un'altra causa contro la stessa azienda, per non aver protetto i minori: quasi un miliardo.
La chiave è giuridica. Il New Mexico non ha processato Meta per come gestisce i contenuti, terreno protetto dalle ampie tutele costituzionali alla libertà di espressione, ma per aver ingannato i consumatori con le proprie comunicazioni pubbliche: una strada che nei tribunali americani si è rivelata molto efficace contro le grandi piattaforme. Meta sostiene che lo stato non abbia provato alcun danno, che una cifra simile violi il giusto processo e che in appello non reggerà. Torrez ha annunciato che il denaro andrà al sistema scolastico dello stato.


Per capire che cosa si sta pagando bisogna tornare al 2014. Un ricercatore dell'università di Cambridge, Aleksandr Kogan, mette in rete un test della personalità, «thisisyourdigitallife». Lo installano circa 270mila persone, ma l'app raccoglie anche i dati dei loro amici, che non hanno detto di sì a niente. I profili toccati saranno circa 87 milioni. Quelle informazioni finiscono a Cambridge Analytica, società britannica di consulenza politica, che le usa per costruire profili psicologici degli elettori, incrociando i risultati del test con «mi piace», posizione e date di nascita, e per indirizzare messaggi su misura. Facebook scopre la cessione nel dicembre 2015 e tace per oltre due anni.
Nel 2016 tra i clienti c'è la campagna di Donald Trump, che paga la società nei mesi decisivi, da settembre a novembre. Quanto quei dati pesarono nella sua prima, sorprendente vittoria alla Casa Bianca resta una questione aperta: l'amministratore delegato Alexander Nix, ripreso da una telecamera nascosta di Channel 4, si vantò di aver contribuito a eleggerlo, ma il peso reale di quel lavoro non è mai stato stabilito. Il resto è documentato: l'intimità digitale di milioni di persone trasformata, a loro insaputa, in materia prima della propaganda.


Poi la verità esce. Nel marzo 2018 Christopher Wylie, ex collaboratore di Cambridge Analytica, parla con l'Observer e con il Guardian. In pochi giorni Facebook perde oltre cento miliardi di capitalizzazione, Mark Zuckerberg compra pagine di giornale per chiedere scusa, in primavera siede davanti al Congresso. La società britannica scompare. Nel luglio 2019 la Federal Trade Commission impone a Facebook 5 miliardi di dollari, allora il record per una sanzione sulla privacy: oggi un quinto di quella di Santa Fe.


Resta una distanza, quasi morale, tra la cifra e il fatto. Venticinque miliardi sono un numero; ciò che accadde fu piccolo e quotidiano: milioni di persone che rispondevano a un quiz, e altri milioni che non sapevano di essere stati chiamati in causa.
Si paga, se l'appello confermerà, per una promessa non mantenuta, quella che ogni piattaforma fa a chi entra: qui i tuoi dati sono al sicuro. Un giudice lontano dalla Silicon Valley ha stabilito che quella promessa ha un prezzo. Se basterà a insegnare il pudore a chi ha fatto della nostra vita privata il proprio mercato, lo diranno i prossimi anni, non una sentenza.













