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Un manifesto elettorale del Likud con Benjamin Netanyahu e alcuni esponenti dell’opposizione a Netanya, in Israele, in vista delle elezioni del 27 ottobre 2026. (Foto AFP/Jack Guez)
Jeremy Milgrom, membro di Rabbis For Human Rights, ci accoglie nella macchina che da Gerusalemme ci porterà a Khan al-Ahmar. Questo villaggio beduino, schiacciato tra l’insediamento israeliano Ma’ale e Gerusalemme, è diventato il simbolo del tentativo di cancellazione di un possibile Stato palestinese: lo sgombero del villaggio permetterebbe di attuare il piano di espansione edilizia nell’area nota come “E1”, unendo l’insediamento a Gerusalemme, tagliando la Cisgiordania in due e compromettendo la contiguità territoriale necessaria per un futuro Stato palestinese. Per questo Milgrom viene qui a proteggere questo presidio di speranza.


«L’estremismo è profondamente radicato nella società israeliana. I principali rappresentanti dell’opposizione, come il favorito Gadi Eisenkot, non sono interessati ai palestinesi. Molti israeliani sono arrabbiati con Netanyahu a causa della corruzione, di quello che ha fatto al sistema giudiziario, del disastro del 7 ottobre, della guerra contro l’Iran. Ci sono buone probabilità che non venga rieletto. Ma neanche Eisenkot promette niente in termini di due Stati, non parla di diritti umani, dei bisogni dei palestinesi», continua il rabbino, secondo cui uno degli effetti più evidenti della virata a destra della società israeliana è la radicalizzazione nazionalistica degli ultraortodossi.
Storicamente contrari alla formazione dello Stato di Israele, oggi una fetta sempre più ampia dei giovani haredim (ultraortodossi), ha assunto posizioni sioniste-religiose. «Il sionismo delle origini voleva che gli ebrei prendessero in mano il proprio destino. Ma il sionismo religioso, nel quale le idee politiche si alimentano di dogmi religiosi, ha preso il sopravvento. Pensano che questa terra ci sia stata data da Dio. E gli arabi devono accettare di essere cittadini di seconda classe o andarsene. La società laica è troppo debole per opporsi. Sta perdendo demograficamente e ideologicamente, i religiosi e la destra fanno molti più figli e la società è sempre più razzista. Non vedo come questa società possa fermare l’estremismo senza una forte pressione esterna». Una società frammentata, composta da realtà così diverse tra loro che solo la guerra ha potuto tenere insieme: è grazie alla guerra contro il nemico esterno che Benjamin Netanyahu per 19 anni è stato alla guida del Paese.
All’ingresso della Città Santa un gruppo di ultraortodossi blocca la strada per protesta contro i bus che circolano durante lo Shabbat (il giorno del riposo per gli ebrei). La gente scende dal bus e urla contro i giovani haredim seduti in mezzo alla strada, mentre la polizia li porta via di peso. «C’è una differenza che si fa fatica a comprendere: la società haredim non si definisce antisionista, bensì non-sionista. Per noi la Terra d’Israele è la Terra Santa, ma lo Stato moderno nasce su basi laiche. Esistono frange estreme, ostili allo Stato e al sionismo, ma la stragrande maggioranza non combatte le istituzioni: piuttosto le usa, siede in Parlamento, scende a patti con i Governi per garantire i finanziamenti alle nostre scuole e proteggere l’esenzione dal servizio militare», spiega Shmuel Shay Ben Shalom, ultraortodosso di Gerusalemme, «ma la nuova generazione di haredim si sta radicalizzando su posizioni populiste e nazionaliste. Sostengono la guerra e la linea dura, ma rifiutano di andare a combattere».


Gli ultraortodossi sono circa il 14,3% della popolazione di Israele. Le stime ufficiali prevedono che arriveranno al 16% entro il 2030 e a circa un terzo della popolazione entro il 2065. Gli haredim che vivono in Cisgiordania oggi costituiscono circa un terzo del totale dei coloni. La loro presenza non è legata solo a un’ideologia nazionalista, ma soprattutto alla crisi abitativa ed economica all’interno di Israele: le case negli insediamenti costano meno e gli haredim non lavorano. I coloni in Cisgiordania sono più di 700 mila, il 10% dei circa 7 milioni di cittadini israeliani, un terzo sono laici, i restanti sionisti religiosi.
«Pensare di smantellare le colonie o riaprire i confini del ’67 è irrealistico. L’idea di dividere questa terra con la soluzione dei due Stati è un’illusione. Per noi Israele appartiene alla nazione ebraica e l’obiettivo è chiaro: uno Stato unico dal Giordano al mare, in cui la sovranità sia nostra e senza alcuno spazio per uno Stato palestinese», ripete il rabbino Doron Danino, ebreo mizrahi (di origine araba), sionista religioso e capo di Gabinetto di Naftali Bennett presso il ministero delle Religioni fino al 2015. Oggi il pensiero di Danino accomuna circa il 41% della popolazione portando, secondo gli ultimi sondaggi, a 51 i seggi che potrebbe ottenere la coalizione di Netanyahu. Sono invece 50 quelli che potrebbe ottenere l’opposizione della sinistra sionista e 13 quelli della lista dei partiti arabi.
«Se Netanyahu viene sconfitto, faremo un passo indietro dal baratro. Se vince, il futuro di Israele sarà spaventoso», dice David Rosen, presidente dell’International council of christians and jews e membro della Commissione bilaterale fra Israele e Vaticano. Il baratro per lui è il fascismo: «Una volta diventati uno Stato fascista, neanche l’America potrà più sostenerci, saremo sempre più isolati. Le nostre menti migliori lasceranno il Paese, gli haredim e i nazionalisti religiosi avranno tutto il potere. Prego che Netanyahu venga sconfitto».
Una parte della società, però, è già nel baratro. «Se chiedi alle persone la loro opinione sul genocidio a Gaza non noterai alcuna differenza con le posizioni governative. Non sto dicendo che non ci sia un’opposizione o che una piccola parte di sionisti non si preoccupi dei diritti dei palestinesi, ma il mainstream è profondamente razzista e crede nella supremazia ebraica», dichiara Itamar Greenberg, liberato dopo 197 giorni di prigionia per aver rifiutato il servizio militare nelle Idf. Itamar rispecchia le opinioni di una ristretta parte della società ebreo-israeliana e della minoranza palestinese con cittadinanza israeliana. Eppure, è proprio questa piccola parte, che si definisce antisionista, che potrebbe decidere le sorti delle elezioni del 27 ottobre con il voto ai partiti arabi. Partiti che, non a caso, Netanyahu ha cercato di escludere dalla corsa ai seggi.








