Martedì a Roma alla parata del 2 giugno, Festa della Repubblica, per la prima volta ha sfilato una rappresentanza dei cappellani militari. Un’esibizione che, nelle intenzioni dell’Ordinariato militare (la diocesi senza territorio che ha giurisdizione su tutti i cappellani militari, ndr), voleva essere un riconoscimento pubblico del loro servizio pastorale nelle Forze armate ma che si è trasformata in poche ore in un caso riaprendo una domanda su cui si dibatte da tempo: quale rapporto deve avere la Chiesa con l’apparato militare? I cappellani hanno partecipato alla parata con “talare con stellette, fascia, basco nero con fregio dell’Ordinariato militare e guanti neri”.

Una presenza che divide

La scelta ha suscitato reazioni immediate nel mondo ecclesiale e cattolico, soprattutto in quelle realtà che da anni riflettono criticamente sul rapporto tra fede e guerra. Tra le voci contrarie più nette c’è quella di Pax Christi, che ha espresso «sconcerto e forte indignazione» per questa partecipazione: «Una scelta improvvida e profondamente antievangelica», scrivono, «non solo perché contraddice il richiamo di Papa Leone XIV a una pace “disarmata e disarmante”, ma anche perché ignora il percorso avviato dalla Chiesa italiana per ripensare radicalmente il ruolo dell’assistenza spirituale nelle Forze armate». Per il movimento, «la partecipazione dei cappellani alla parata segna, invece, un’integrazione ancora più marcata dei preti dentro l’apparato militare, nella sua logica e nella sua mentalità».

E il giudizio si chiude con un richiamo evangelico molto netto: «È un segnale preoccupante, che occorre invertire con urgenza se vogliamo restare credibili nell’annuncio evangelico della pace: “Vi lascio la pace, vi do la mia pace. Non come la dà il mondo, io la do a voi” (Gv 14,27)».

Critica anche SettimanaNews, la rivista online dei Dehoniani, che affida la riflessione a Luigi Mariano Guzzo, docente di Diritto canonico all’Università di Pisa: «La scelta dell’Ordinariato militare di chiedere a una rappresentanza dei preti in esso incardinati di sfilare in una parata militare indossando la “talare

con stellette”, la fascia e il “basco nero” non ha solo il sapore di rigurgiti del tradizionalismo ecclesiastico in forme che dovrebbero essere state del tutto superate dopo il Concilio Vaticano II», scrive, «ancor di più, rappresenta la metafora plastica, visiva, di un compromesso insostenibile e inconciliabile, quello tra il Vangelo e le armi. La Chiesa non può essere

strumentalizzata nel vortice di un messaggio patriottico-militare che mina alla radice la credibilità stessa dell’annuncio cristiano».

The annual military parade on the occasion of the 80th anniversary of Republic Day (Festa della Repubblica) at the Fori Imperiali, Rome, Italy, 02 June 2026. Republic Day is a national day of celebration established to commemorate the founding of the Italian Republic. It is celebrated every year on 02 June, the date of the institutional referendum of 1946, with the main celebration taking place in Rome. ANSA/MASSIMO PERCOSSI (parata militare)
The annual military parade on the occasion of the 80th anniversary of Republic Day (Festa della Repubblica) at the Fori Imperiali, Rome, Italy, 02 June 2026. Republic Day is a national day of celebration established to commemorate the founding of the Italian Republic. It is celebrated every year on 02 June, the date of the institutional referendum of 1946, with the main celebration taking place in Rome. ANSA/MASSIMO PERCOSSI (parata militare)
Un momento della parata (ANSA)

Il nodo simbolico secondo mons. Savino

Tra le reazioni più significative nel mondo episcopale c’è quella di monsignor Francesco Savino, vescovo di Cassano all’Jonio e vicepresidente della CEI, che ha affrontato la questione senza mettere in discussione le persone, ma interrogando il significato ecclesiale del gesto. «La partecipazione dei cappellani militari alla parata la valuto con rispetto per le persone e con preoccupazione per il segno», ha detto in un’intervista a Repubblica, «desidero essere molto chiaro: non è in discussione la dedizione di tanti cappellani militari, sacerdoti che accompagnano uomini e donne spesso esposti alla solitudine, alla paura, alla distanza dalle famiglie, talvolta anche alla lacerazione morale che nasce davanti alla violenza e alla morte. La loro missione, quando è vissuta evangelicamente, non è benedire le armi, ma custodire le coscienze; non è sacralizzare l’apparato militare, ma ricordare, anche dentro contesti difficili, che ogni vita umana resta inviolabile». Il punto critico, però, per Savino riguarda il contesto della parata: «Il linguaggio dei simboli va preso sul serio. Una parata militare appartiene a un registro pubblico preciso: uniforme, ordine, forza, apparato, potenza dello Stato. Inserire lì i cappellani rischia di produrre un’ambiguità: far apparire il ministero sacerdotale come parte dell’ornamento religioso della forza armata. La Chiesa», ha aggiunto, «deve stare accanto alle persone, non dentro l’estetica della guerra. Il sacerdote non è il cappellano della potenza, ma il servitore inerme del Vangelo. Mi tornano alla mente don Primo Mazzolari e don Lorenzo Milani: entrambi, in modi diversi, hanno ricordato che l’obbedienza cristiana non può mai diventare complicità muta con la violenza». Savino richiama anche il tema della coscienza e della pace: «Personalmente, continuo a sentire molto attuali le parole, scomode e profetiche, che don Lorenzo Milani consegna nello scritto L’obbedienza non è più una virtù. Alla paura dell’altro o alla fatica, più lenta e più esigente, della democrazia?».

La riflessione della Chiesa italiana

La vicenda si inserisce nel percorso di riflessione della Chiesa italiana. La recente Nota pastorale della CEI Educare a una pace disarmata e disarmante (2025) ha infatti aperto esplicitamente alla possibilità di ripensare le forme della presenza dei cappellani militari, parlando di modalità «meno direttamente legate all’appartenenza alla struttura militare», per garantire maggiore libertà nell’annuncio evangelico della pace.

Un’indicazione che si intreccia con il cammino sinodale delle Chiese in Italia, che ha chiesto una riflessione sul servizio di assistenza spirituale alle Forze armate e alle Forze dell’ordine, sottolineando la necessità di percorsi di discernimento condivisi e non ideologici.