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L'influencer Alberto Ravagnani in una foto del 2022
Sono tanti i temi che hanno messo in crisi la scelta vocazionale di don Alberto Ravagnani. Tra questi, si legge nelle interviste recenti, anche tener fede al celibato. «Innanzitutto, distinguiamo la promessa del celibato a cui il prete diocesano è chiamato e che implica il suo donarsi totalmente come pastore alla cura della comunità che gli viene affidata, quindi oltre ogni possibile legame di coppia, dalla castità e dalla continenza che ne sono la premessa» specifica subito don Simone Bruno, psicologo e psicoterapeuta. «Castità vuol dire vivere il rapporto con sé stessi e con gli altri in modo ordinato e rispettoso dei propri e altrui confini individuali, sia psichici sia corporei. È un atteggiamento che riguarda tutte le relazioni della nostra vita e che considera le persone come doni preziosi da salvaguardare. Da qui, dall’essere casti, sgorga, sia per chi sceglie il celibato sia per chi abbraccia il voto di castità, la rinuncia consapevole alla costruzione di un legame affettivo esclusivo con una persona che preveda l’intimità emotiva e sessuale. Per quale motivo? Per potersi dedicare completamente alla missione di evangelizzazione a cui ci si sente chiamati».
La castità quindi come premessa al celibato. Quanto è difficile rimanere fedeli a questo voto?
«È difficile, ma non impossibile. Provo a spiegarmi meglio. Una vita casta comporta sia gioie e soddisfazioni sia disagi e asperità. E queste ultime non vanno ignorate o schiacciate perché si prova imbarazzo o vergogna. Ogni consacrato impara, nell’arco della propria esistenza, a gestire in modo equilibrato i propri bisogni affettivi e sessuali non rinnegandoli o svilendoli, ma collocandoli coerentemente dentro la scelta di vita intrapresa e provando a trasformarli in occasioni di crescita personale e relazionale, alla luce della Fede, della Parola di Dio e della Spiritualità. Certo, questo processo non è automatico, non lo si può liquidare in fretta e furia o relegarlo alla sola fase della formazione iniziale. Al contrario, richiede un lavoro lungo di elaborazione emotiva e cognitiva. I presbiteri hanno bisogno di esplicitare il loro disagio e di essere accompagnati a comprendere i momenti critici. Se ci pensiamo, anche ciò che interroga può diventare una porta di ingresso per la Grazia di Dio».
Quanto conta la formazione dei sacerdoti nella gestione di queste fatiche?
«Oserei dire tanto! La formazione umana e spirituale ha un ruolo centrale nell’esistenza dei preti solo se biblicamente fondata, se si mostra attenta alla persona nel suo complesso e se dura per tutta la vita, con forme diversificate e ritmi adatti agli impegni e all’età».
Da un punto di vista relazionale e psicologico come si impara a gestire la difficoltà insita nella castità e quindi nella promessa celibataria?
«Parlandone e diventandone coscienti. Per farlo, ci vuole coraggio, fiducia e tanta pazienza! Mettersi a nudo rispetto a temi così delicati è faticoso. C’è bisogno di trovare una persona che sia disposta a concedere loro uno spazio di ascolto protetto, scevro da ogni giudizio, e a camminargli accanto, soprattutto quando si sentono smarriti. Se ne ricava un grande giovamento e ci si sente meno soli. Il processo che porta a vivere consapevolmente la castità, inoltre, mira a integrare in sé stessi questa scelta, per sentirla propria e non obbligante, evitando così il suo contrario, cioè la separazione rigida tra ciò che è carnale e ciò che è spirituale, che alimenta una sofferenza continua. Quindi non è seppellendo il disagio che si impara a gestirlo, ma entrando in contatto con ciò che lo sollecita, così da individuare le chiavi opportune per uscirne, con l’aiuto degli altri e con la propria forza».
Cosa può mettere in crisi questa scelta?
«I preti, anche di fronte a Dio e alla loro vocazione, restano uomini. È bene ricordarlo. E come tali non sono esenti dal provare emozioni, nutrire sentimenti e sperimentare attrazione fisica. Certo, non è semplice ammetterlo e provare a gestirsi. Si può scivolare nel panico, temere di non riuscire a controllarsi o di venire fraintesi. Che fare? Ignorare tutto, generando disagi via via più profondi? No! Partiamo dal riconoscere che queste esperienze non sono negative in sé! Un eventuale trasporto affettivo ci ricorda la nostra identità di creature, dotate di un corpo predisposto ad attendere l’incontro con l’altro. Lo diceva San Giovanni Paolo II nelle Catechesi dell’amore umano. Se si riscopre la genuinità di questa dimensione e la si accetta per quella che è ridimensionando la paura, è possibile ritrovare, soffermandosi con calma e recuperando il contatto con la realtà, le radici più profonde della scelta vocazionale. E tornare coscienti della sua priorità».
Vedo un parallelismo col matrimonio.
«Esattamente. Il matrimonio e il sacerdozio hanno in comune la sfida avvincente della fedeltà di fronte alla crisi. Il sacramento ricorda alla coppia il patto d’amore che stringe con il Signore da cui affiora il patto reciproco tra gli stessi coniugi, da rinnovare ogni giorno. La bellezza del matrimonio è proprio alzarsi la mattina e scegliere di sposarsi ancora, come fosse la prima volta, in una dinamica di rilancio continuo, pienamente affidati a Lui. Per il presbitero, invece, è il rinnovare quotidianamente una relazione di intimità con il Signore e con la Chiesa».
C’è un aspetto più impegnativo del sacerdozio che è quello legato alla solitudine.
«C'è una differenza decisiva tra solitudine e isolamento. La solitudine non è sempre negativa, richiama anche alla dimensione più intima e propria che ciascuno può sviluppare con sé e con il Signore. Oggi il rischio per i presbiteri, invece, è l’isolamento e la chiusura, perché sono carichi di grandi responsabilità e spesso si sentono affaticati e incompresi».
Come si fa allora a non isolarsi?
«Il più bel modo per vincere l'isolamento è creare e nutrire relazioni limpide e appaganti. Con le persone che ci sono accanto, innanzitutto, in parrocchia o nei contesti gruppali e associativi. Mantenendo vivo il rapporto con la famiglia d’origine, con i parenti, con i propri collaboratori e - perché no - con i propri amici e amiche. Stringere legami con chi ci sta intorno è fondamentale».
E poi?
«Coltivare sane relazioni all’interno delle fraternità presbiterali che spesso risultano inquinate da invidie, gelosie e meccanismi di sabotaggio, cause di maggiore isolamento. Costruire e vivere legami “autentici” non significa andare sempre d’accordo ma allenarsi al dialogo, perché da qui riceviamo e diamo i riconoscimenti di cui tutti abbiamo bisogno».
In tutto questo ragionamento non l’ho mai sentita mettere in discussione l'obbligo al celibato e alla castità.
«Perché non credo sia questo il motivo reale alla base delle crisi che vivono oggi i presbiteri. Mi sembra solo la superficie sotto la quale si nascondono ben altre motivazioni, forse più dolorose e delicate di quelle che possiamo immaginare. Per questo ogni momento critico andrebbe trattato con grande rispetto, da parte di tutti, abbassando il dito della condanna che facilmente puntiamo nei confronti di chi sceglie di abbandonare il sacerdozio e aprendo una mano accogliente e affidabile per sostenere il dolore che fa fatica a essere espresso. Il cristianesimo ortodosso, tra l’altro, ce lo insegna: ci sono difficoltà e disagi anche tra i sacerdoti uxorati (cioè sposati con figli). Come la mettiamo? Mi sembra ingenuo pensare che l’abolizione del celibato possa risolvere automaticamente i problemi riscontrati dai preti. Le ragioni andrebbero indagate volta per volta e caso per caso, aiutando la persona a fare discernimento e a comprendere ciò che è alla base del suo disagio. Solo con una pacificazione interna, onesta e liberante, sarà possibile capire come aprirsi al futuro: se rilanciare la propria vocazione riscoprendone il valore o se intuire una possibile evoluzione, con tutto il dolore che questo passaggio comporta».
Infine, c’è la strada ancora inesplorata per tutti e per i sacerdoti stessi dell’iper-esposizione mediatica…
«Credo che oggi abbia bisogno di essere contenuta e modulata. Nel senso che possiamo sicuramente abitare in modo intelligente la rete ricordando che siamo missionari anche nel territorio digitale, dove possiamo annunciare il Vangelo e portare la parola di Dio a chi in quel momento ne ha bisogno. Quindi contenersi vuol dire imparare a gestire la propria presenza all’interno dei social provando ad abitarli in senso funzionale al mandato che ricopriamo».
Servirebbe un nuovo accompagnamento?
«Senza ombra di dubbio! All’interno dei processi formativi di coloro che si preparano a diventare sacerdoti andrebbe introdotta e promossa l’acquisizione di una nuova competenza: abitare in modo salutare e positivo i social network come luogo di missione. Dimensione di cui non possiamo fare a meno ormai, facendo parte della nostra vita ormai onlife. Quindi, come abitiamo i territori della relazione in presenza possiamo gradualmente imparare ad abitare i territori digitali. Ecco la necessità nella formazione del presbitero, di mettere al centro la sua dimensione umana e relazionale che non può essere scissa in alcun modo dall’apprendimento di competenze che permettano di abitare in modo efficace il digitale».





