Quel 5 febbraio di vent’anni fa, quella domenica sera, rispose proprio lei, Maddalena Santoro, al telefono: dall’altra parte qualcuno le disse che il suo fratello minore, don Andrea, era morto. Non seppe subito, quindi, che era stato ucciso a sessant’anni da due colpi di pistola alle spalle mentre pregava con la Bibbia fra le mani nella chiesa Santa Maria di Trabzon, in Turchia, dov’era stato mandato come missionario fidei donum nel 2000 dalla diocesi di Roma.

La Bibbia di Don Andrea Santoro
La Bibbia di Don Andrea Santoro
La Bibbia di Don Andrea Santoro

Che lo ricorderà, per il ventesimo anniversario «del suo sacrificio», nella parrocchia Santi Fabiano e Venanzio a Villa Fiorelli, dove don Santoro fu parroco dal ’94 al 2000, con una Messa alle ore 18,30 presieduta dal cardinale vicario Baldo Reina e animata dal coro diocesano diretto da monsignor Marco Frisina. La sera precedente, alle 21, nella parrocchia di San Frumenzio ai Prati Fiscali si terrà una veglia di preghiera in suo ricordo, presieduta dal parroco don Marco Vianello (che alla fine degli anni ’90 fu viceparroco nella parrocchia di Villa Fiorelli guidata da don Santoro), con una frase di don Andrea come filo rosso: «Venite, portate il vostro cuore per seminare riconciliazione e dialogo».

La locandina della veglia

«Non è stato solo sapere che era morto mio fratello, ma che era stato ucciso. La prima domanda è stata: perché? Era molto delicato e rispettoso, non si esponeva, diceva che il Vangelo andava vissuto e quindi lo vedevano testimoniarlo», racconta la sorella Maddalena, che custodisce la memoria viva di come la tragedia arrivò in casa quando la loro mamma era ancora in vita: Maria aveva 88 anni e si spegnerà nel 2012, a 94. «Continuava a ripetere: “Non sapevo che di dolore si potesse non morire”. Ha vissuto in maniera lacerante questo dramma. Il giorno del funerale, la diocesi ci chiese di fare una preghiera e lei disse: “Signore, so che don Andrea non ha fatto nulla che potesse disturbare, amava la Turchia e le persone, di qualunque religione fossero. Anche il ragazzo che ha ucciso Andrea è un figlio di Dio. Io posso dire che mio figlio è santo, perché gli altri lo dicono».

Fin da subito arrivarono alla famiglia richieste di testimonianze sulla vita di don Santoro, da parte di parrocchiani ed ex parrocchiani che lo avevano conosciuto o che volevano conoscerlo dopo la sua morte. Così pochi mesi dopo nacque l’Associazione che porta il suo nome «per far conoscere la sua spiritualità e raccogliere gli scritti». Mentre ha continuato a promuovere iniziative ecumeniche e interreligiose “Finestra per il Medio Oriente”, l’associazione fondata dallo stesso don Andrea. Il suo corpo – «per decisione della diocesi», precisa la sorella – è stato traslato dalla tomba dei parroci di Roma nel cimitero del Verano alla chiesa dei Santi Fabiano e Venanzio il 2 dicembre 2022, il giorno successivo inumato in una tomba ai piedi del grande Crocifisso dove il sacerdote era solito sostare in preghiera.

«La Chiesa è la mia famiglia», ripeteva don Andrea – ordinato presbitero 25enne il 18 ottobre 1970 – alla madre e alle sorelle. «Tutto quello che è stato di don Andrea è per la diocesi. Nell’archivio diocesano sono confluiti tutti i suoi scritti, in parte pubblicati – scandisce Maddalena –, in cui si legge che Cristo gli suggeriva di essere “porta aperta”. La sua ricerca di fondo s’incentrava su come essere sacerdote secondo Gesù, avvicinandosi alla gente, camminando per le strade ed entrando nelle case. Scriveva: “Ti do la mia carne, Signore, perché tu possa essere presente e gli altri possano incontrarti”. Nel Diario di Terra Santa augura pace alla terra palestinese, ai figli di Maometto, ai figli di Israele: un’eredità preziosa che parla a tutti gli uomini e donne di oggi, quella della sua spiritualità del dialogo e dell’incontro. La sua preoccupazione era quella di testimoniare e far risplendere la fede nel rispetto degli altri, secondo la Rivelazione: Dio è amore, misericordia, e ce lo manifesta attraverso Gesù. Vuol dire accoglierci e anche chiederci perdono».

Su questo tratto squisitamente ecumenico e interreligioso, e sul suo amore per la Parola, insiste anche il diacono permanente don Francesco Armenti, giornalista, dal 18 luglio 2024 nominato postulatore della causa di beatificazione (non ancora aperta) di don Santoro, che definisce «uomo e prete radicale: per lui non esistevano mezzi termini e compromessi, soprattutto quando si trattava di difendere il Vangelo e le persone. Prima di annunciarla, si affidava totalmente alla Parola, si lasciava esaminare e spaccare dalla sua luce, la rifletteva incarnandola nella storia, la viveva nei posti che visitava e che ripercorrono la missione di Gesù».

Don Francesco Armenti

In don Andrea «la Parola diventava preghiera e gli apriva orizzonti per incontrare le povertà, con attenzione alle donne e agli uomini del suo tempo», puntualizza don Armenti, evidenziando un’altra chiave della spiritualità del sacerdote ucciso vent’anni fa: «Il suo rapporto con l’Eucaristia, che nasceva dalla relazione con la Parola. Il corpo di Cristo diventava il suo corpo, da donare attraverso la sua esistenza. La Parola lo aiutava a penetrare il mistero di Cristo e del suo tempo. In una lettera ai genitori sembra quasi presentire e prevedere il suo martirio, l’offerta della sua vita; lo scrive il 5 febbraio 1981 quando si trova a Betania: “Ci sono molti modi di morire, l’importante è dire di sì a quello che ti manda Dio”. Una sorta di programma della sua vita».

In Turchia la memoria di don Santoro «è viva fra i cristiani ma anche fra i non cristiani; molti lo invocano come intercessore. Sulla sua tomba ai Santi Fabiano e Venanzio in tanti lasciano testimonianze e preghiere, non solo coloro che lo hanno conosciuto», riferisce il postulatore. Il calice, la patena e la stola appartenuti a don Andrea sono custoditi ed esposti nella basilica di San Bartolomeo all’Isola Tiberina, memoriale dei nuovi martiri del Novecento. Mentre nella parrocchia Gesù di Nazareth, dove il sacerdote fu parroco dal 1981 al ’93, da sei anni viene custodita in una teca la Bibbia in lingua turca che aveva fra le mani nel momento dell’uccisione, colpita da un proiettile.

Il banco su cui è morto Don Andrea Santoro

«Anche qui vengono lasciate dai fedeli preghiere e offerte pure in valuta turca», aggiunge don Armenti, che il 25 gennaio scorso, nella Domenica della Parola, ha animato proprio in questa chiesa un incontro di preghiera e meditazione, confronto e riflessione sulla spiritualità di don Santoro. «Aveva il dono della sana inquietudine: chi l’ha conosciuto lo vedeva sempre alla ricerca del modo per lasciarsi incontrare da Dio e del modo in cui le persone lo potessero incontrare attraverso la sua testimonianza. La Chiesa oggi esige preti autentici, lui è una delle luci che il Signore ci può donare in questa situazione storica e geopolitica: un profeta della pace».