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Un gruppo di guide e scout dell'Agesci in cammino zaini in spalla. L'associazione conta oggi 180 mila soci in tutta Italia
L'orientamento sessuale e l’identità di genere non possono costituire un criterio di esclusione per chi chiede di svolgere un ruolo educativo in associazione. A dirlo, dopo un lungo percorso di ascolto, riflessione e confronto, è l’Associazione guide e scouts cattolici italiani (AGESCI) nel documento Identità di genere e orientamento sessuale e affettivo. Per le guide e gli scout, 180 mila fra ragazze e ragazzi, educatrici ed educatori in tutta la Penisola, si tratta di un passaggio storico: per la prima volta viene scritto nero su bianco che «nel profilo del capo cristiano educatore l’orientamento affettivo e l’identità di genere non possono costituire un criterio di esclusione». Scrivono i capi scout: «Siamo consapevoli che questo cammino associativo è un’opera di giustizia, di visione profetica e di ecclesialità». E non è difficile immaginare quanto lavoro ci possa essere stato a monte del documento.
UN CAMMINO IN SINTONIA CON LA CHIESA
Ma come si è arrivati a ufficializzare l’impegno verso uno «stile di inclusione autentica e di riconoscimento della dignità di ogni persona»? Tali valori erano già presenti nei documenti che da tempo guidano l’associazione: lo Statuto come il Regolamento metodologico, il Codice del Terzo Settore e altri documenti associativi come La scelta di accogliere (2019) e Relazioni etiche, sane, di cura (2023). È però nel 2022 che il Consiglio Generale – il “parlamento” dell’Agesci – affida all’Associazione il mandato di avviare un percorso di ascolto rivolto alle persone LGBTQIA+ presenti o uscite dall'associazione stessa: «Le testimonianze raccolte hanno evidenziato una grande varietà di esperienze nei territori: accanto a percorsi di inclusione, in cui le Comunità capi hanno saputo valorizzare la diversità e creare ambienti sereni e trasparenti, sono emerse anche storie di sofferenza, silenzi e allontanamenti dovuti a pregiudizi, mancanza di strumenti o linguaggi non rispettosi», notano da Agesci. Di qui l’urgenza di portare avanti la riflessione.
Il percorso si è poi dipanato in sintonia con la Chiesa italiana. «Non siamo soli né sole in questo percorso – si legge ancora nel documento – La riflessione dell’Agesci su identità di genere e orientamento affettivo è allʼinterno di un cammino ecclesiale più ampio e profondo, dove la Chiesa sta operando una conversione pastorale verso l’inclusione, il riconoscimento e l’ascolto autentico». Tra gli altri testi, il documento cita l’Amoris Laetitia di papa Francesco e fa riferimento al Sinodo dei giovani come al Sinodo italiano.
COME FARE NELLA PRATICA
I capi scout cattolici individuano quindi alcune Strategie di approccio alla realtà. Per «vivere le relazioni con autenticità, maturità e gratuità, riconoscendo nell’incontro con il prossimo uno spazio privilegiato in cui Dio parla e opera» sono suggerite tre “posture”: lo sguardo che «non riduce, non etichetta, non giudica, ma apre alla possibilità di incontro», l’ascolto, che «permette alla storia personale di emergere senza esserne forzata o interpretata prematuramente», e la presenza, che «dà continuità alla relazione, sostenendola nel tempo».
«La premessa fondamentale, quando si affrontano i vissuti personali dell’orientamento affettivo e dell’identità di genere, è la creazione di spazi sicuri, reali ed affidabili, per tutti e tutte – capi e capo, ragazzi e ragazze – in cui la regola fondamentale sia la dignità della persona e la sua tutela. Uno spazio sicuro è un luogo, soprattutto relazionale, in cui ciascuno/a può sentirsi riconosciuto/a nella propria dignità, ascoltato/a senza timore di giudizi, sostenuto/a nelle proprie domande e rispettato/a nella complessità della sua persona», chiarisce il documento. Per rendere i gruppi scout degli “spazi sicuri”, aperti, rispettosi e accoglienti, si sottolinea quindi l’importanza per i capi di una formazione sul tema, così da superare eventuali visioni semplificate, la cura del linguaggio e il contrasto di pregiudizi e discriminazioni. «Consapevoli che la pedagogia dell’accoglienza, radicata nella quotidianità del nostro servizio educativo, non è oggetto di discernimento, diventa imprescindibile promuovere percorsi volti al superamento di sentimenti e atteggiamenti omolesbobitransfobici. Tali sentimenti, infatti, costituiscono un ostacolo al riconoscimento, all’inclusione e all’integrazione nei nostri Gruppi, e in tutti i livelli associativi, di capi e capo, ragazzi e ragazze».
L’intero percorso evidenzia come mantenendo uno sguardo aperto, sinodale e capace di ascolto si possa operare per una società più giusta, aperta e inclusiva. Nessuna persona può essere discriminata nè per l’orientamento sessuale e affettivo né per l’identità di genere, nè essere ritenuta inadeguata a un ruolo educativo. Ora l’Associazione guarda avanti: «La tensione a essere un’Associazione sempre più in grado di integrare, sostenere e accompagnare le persone che ne fanno parte, delinea un futuro in cui ciascuno/a possa sentirsi accolto/a, riconosciuto/a e messo/a nelle condizioni di offrire un servizio generativo, fecondo e pienamente umano». La strada è aperta, il cammino tutto da vivere.




