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L’anno scorso a Betlemme era impossibile muoversi per la folla di pellegrini, quest’anno la città è quasi vuota. Arrivano piccoli gruppi di russi e latino-americani provenienti perlopiù da Jaffa e Tel Aviv. In Terra Santa i pellegrinaggi sono cessati da febbraio. E la Terra Santa senza pellegrini ha un volto di fatica e sofferenza. Dal punto di vista ecclesiale perché viene meno il collegamento tra la piccola comunità cristiana che è qui, dove, a Gerusalemme a Pentecoste è nata la Chiesa, con il resto dei cristiani sparsi nel mondo. Dal punto di vista sociale perché qui i cristiani sono meno del 2 per cento del totale della popolazione e nel vedere gli altri fedeli che arrivano si sentono rincuorati e incoraggiati. Infine, sotto l’aspetto economico, l’assenza di pellegrini vuol dire mancanza di lavoro che in Israele è sopportabile perché c’è una forma di welfare con la cassa integrazione che garantisce il 70 per cento dello stipendio di chi non può lavorare mentre in Palestina diventa difficoltà concreta a mantenere la famiglia. La Caritas parrocchiale di Betlemme ha bisogno soprattutto di medicinali e cibo e come Custodia ci siamo attivati per sostenerli in questo momento difficile e che durerà ancora altri mesi.
Grazie alle dirette streaming delle celebrazioni, i fedeli di tutto il mondo possono unirsi a noi in preghiera e compiere un pellegrinaggio virtuale. Nella nostra fraternità ci sono più di cinquanta nazionalità diverse, sentiamo addosso tutta la sofferenza di quest’ora difficile. Ci giungono tantissime intenzioni di preghiera. La maggior parte delle quali invoca la fine della pandemia, molti chiedono la preghiera per gli ammalati conosciuti personalmente, che i propri familiari siano preservati dal virus e per i defunti. Mi ha molto colpito il messaggio di una donna che ha scritto di aver superato il Covid insieme alla madre e ha promesso di venire in Terra Santa alla fine della pandemia in segno di ringraziamento. È l’antica idea del pellegrinaggio come voto, di chi, avendo sperimentato la malattia, si mette in cammino per ringraziare il Signore per averla superata.
Noi troppo spesso quando celebriamo il Natale dimentichiamo il contesto del primo Natale, che non era lieto o vacanziero, ma drammatico, stando al racconto dei Vangeli. Maria e Giuseppe si trovano costretti a doversi spostare dalla città dove vivono, Nazareth, per andare a Betlemme dove non c’era neanche un posto in albergo perché Maria potesse partorire. Giuseppe e Maria vivono in un tempo storico in cui la loro patria è occupata dai Romani e dove le ingiustizie sociali, le forme di povertà e le malattie non sono né poche né innocue. In tale contesto nasce e si fa carne il Figlio di Dio.
Per questo, come scrive l’evangelista Giovanni, la luce brilla nelle tenebre ma le tenebre non hanno prevalso. Se stiamo, poi, al racconto dei Vangeli sinottici sappiamo benissimo che la notte in cui nasce Gesù nessuno se ne accorge e gli unici che vengono avvisati sono i pastori, che sono degli emarginati dal punto di vista sociale e impuri da quello rituale. Il segno di quest’evento destinato a cambiare la storia è un bambino appena nato, un segno molto semplice, di grande tenerezza.
Quando noi guardiamo al Natale con la consapevolezza del racconto evangelico, dunque, scopriamo che non si tratta di un avvenimento da cinepanettone. Cristo nasce nel dramma della storia, si presenta come Salvatore in maniera paradossale perché, di solito, un bambino ha bisogno di essere accudito e salvato e questo accadrà anche per Lui che dovrà essere portato in Egitto per essere sottratto dal prepotente di turno, il re Erode, che vuole ucciderlo.
Noi in questo momento stiamo vivendo una situazione di angoscia e di buio a causa della pandemia globale che ha colpito il mondo seminando dolore e morte. Ma, forse, questa è anche la migliore situazione per capire cosa vuol dire accogliere la luce nelle tenebre, la salvezza in un Bambino, una vita che è più forte della morte e del dolore e che cosa vuol dire, nel concreto, accogliere il Figlio di Dio che ha scelto di condividere non le cose facili o piacevoli dell’umano ma tutto, anche il limite e la sofferenza. Tutto, fino in fondo. Come sceglierà di condividere, nel Venerdì Santo, una morte drammatica, molto di più, forse, di quella che noi sperimentiamo nella nostra esistenza.
Il Natale di quest’anno si situa all’incrocio di tre drammi: quello della storia che ha bisogno di Salvezza, quello delle tenebre, personali e comunitarie, che hanno bisogno di essere illuminate e quello di una vita, la nostra, di tutti, che ha bisogno di essere redenta da Colui che è la vita stessa. Ognuno di questo dramma è stato raggiunto e redento da Cristo.





