Cambia la forma, non la sostanza. Anche se con l’andar dei secoli le modalità con cui si “fa festa” si differenziano, da sempre l’umanità distingue il tempo del lavoro e quello del riposo. «Le prime scoperte l’uomo le fa su sé stesso e poi guardandosi intorno: il fuoco, il clan, il correre inseguendo le prede durante le battute di caccia che diventa all’occorrenza danza di propiziazione o di ringraziamento », osserva la professoressa Laura Bonato, che insegna antropologia culturale all’Università di Torino.
«Via via vengono solennizzati sia i momenti di quiete settimanale che quelli di passaggio: il susseguirsi delle stagioni, la fine della mietitura, il termine della vendemmia». Per secoli, le domeniche e le grandi feste cadenzano le vite dei singoli, delle famiglie, della società. «C’era il vestito bello da indossare per andare a Messa, si tirava fuori la tovaglia ricamata, si usavano stoviglie di un certo tipo e le pietanze si facevano più elaborate», ricorda la professoressa Bonato. «Tutti segni esteriori che “testimoniavano” il primato della domenica».
E oggi, che fine ha fatto la festa? «Chi ne ha decretato la fine è stato frettoloso e impreciso», puntualizza l’antropologa. «Vale un po’ a tutti i livelli. Si lavora di più la domenica e le famiglie (già provate per altri motivi) sono spesso divise anche il “settimo giorno”, questo è fuor di dubbio. Ma i più recenti studi dimostrano che si affermano reazioni originali e fantasiose.
La più diffusa è il riappropriarsi delle sere, sia quella del sabato sia quella della domenica. La voglia di incontrarsi, di dialogare, di “stare bene insieme” è insita nell’uomo e nella donna ed è più forte anche dei ritmi di lavoro più disumanizzanti». «A livello sociale, poi, si assiste alla nascita di nuovi fenomeni o al rapido aggiornamento di antichi riti», conclude Laura Bonato.
«Pensiamo al moltiplicarsi delle notti bianche, delle sagre d’ogni genere, ai flash mob, ai maxiaperitivi di piazza (in Francia vanno di moda e radunano anche 9-10 mila persone alla volta): che cosa sono se non voglia di difendere un “tempo” che è altro dal lavoro, in cui ciascuno è libero di esprimersi, coltivare i propri interessi, tessere relazioni interpersonali? Nulla può sradicare dal nostro cuore il piacevole bisogno di fermarci qualche ora ogni settimana, qualche giorno ogni anno».
«Via via vengono solennizzati sia i momenti di quiete settimanale che quelli di passaggio: il susseguirsi delle stagioni, la fine della mietitura, il termine della vendemmia». Per secoli, le domeniche e le grandi feste cadenzano le vite dei singoli, delle famiglie, della società. «C’era il vestito bello da indossare per andare a Messa, si tirava fuori la tovaglia ricamata, si usavano stoviglie di un certo tipo e le pietanze si facevano più elaborate», ricorda la professoressa Bonato. «Tutti segni esteriori che “testimoniavano” il primato della domenica».
E oggi, che fine ha fatto la festa? «Chi ne ha decretato la fine è stato frettoloso e impreciso», puntualizza l’antropologa. «Vale un po’ a tutti i livelli. Si lavora di più la domenica e le famiglie (già provate per altri motivi) sono spesso divise anche il “settimo giorno”, questo è fuor di dubbio. Ma i più recenti studi dimostrano che si affermano reazioni originali e fantasiose.
La più diffusa è il riappropriarsi delle sere, sia quella del sabato sia quella della domenica. La voglia di incontrarsi, di dialogare, di “stare bene insieme” è insita nell’uomo e nella donna ed è più forte anche dei ritmi di lavoro più disumanizzanti». «A livello sociale, poi, si assiste alla nascita di nuovi fenomeni o al rapido aggiornamento di antichi riti», conclude Laura Bonato.
«Pensiamo al moltiplicarsi delle notti bianche, delle sagre d’ogni genere, ai flash mob, ai maxiaperitivi di piazza (in Francia vanno di moda e radunano anche 9-10 mila persone alla volta): che cosa sono se non voglia di difendere un “tempo” che è altro dal lavoro, in cui ciascuno è libero di esprimersi, coltivare i propri interessi, tessere relazioni interpersonali? Nulla può sradicare dal nostro cuore il piacevole bisogno di fermarci qualche ora ogni settimana, qualche giorno ogni anno».



