Ogni mattina quando entrava in ufficio, Messori salutava i suoi colleghi con questa parola, dialettale torinese, simpatica e vezzosa che può voler dire sia ciao che arrivederci.

Vittorio è vissuto vari anni a Torino nella sua giovinezza, ma non è nato lì. Lui è nato a Sassuolo e quindi, come tutti gli emiliani, era un gran lavoratore, una “testa quèdra”, quadrata.

Quando lui stava lavorando si isolava, era capace di non sentire nemmeno il trillo del telefono o le chiacchiere dei vicini che attraversavano i corridoi. Lui era immerso nel suo pensiero e lavorava sodo. Era anche molto puntuale a presentare gli articoli che gli venivano richiesti.

Ho conosciuto Vittorio alla fine degli anni Settanta. Siamo diventati amici stando assieme nel lavoro per almeno 30 anni.

In quel periodo ero stato richiesto da Don Zilli, il mitico direttore di Famiglia Cristiana, il settimanale religioso che allora vantava 1.500.000 copie alla settimana, di fondare una rivista ecumenica, di taglio medio alto, che potesse parlare a tutti quelli che erano curiosi e interessati alla fede di Abramo. Quindi cristiani, ebrei, musulmani, ortodossi e romani. Mi ero fatto allora un piccolo gruppo di studiosi e di amici per cominciare a costruire una redazione. Avevo preso come consigliere di direzione Paolo De Benedetti, Silvio Barridon, Gabriele Mandel.

Vittorio, che era allora a Torino, aveva avuto questa fortuna di mettere in libreria un libro, quasi una specie di catechismo, Ipotesi su Gesù, che nel giro di alcuni anni era già arrivato a un milione di copie. Ho chiesto anche a lui se voleva venire e correre la nostra avventura, tanto inedita quanto forse pericolosa. È venuto a vedere, è rimasto con noi un mese di prova e poi non è più tornato a Torino. Per una ventina d’anni ha vissuto a Milano con noi, nella nostra redazione.

Era un personaggio, Vittorio, dal carattere un po’ spinoso e le amicizie sue erano rare ma buone. Fedele con gli amici quando li aveva scelti tali.

Non era di grande compagnia, viveva piuttosto isolato, ma lavorava molto e le sue ricerche erano sempre molto curate, profonde e inedite.

Ha fatto così una ventina di volumi sulla storia della Chiesa, dei Papi, di Cristo, della Madonna, dei miracoli, sulla storia dei cristiani e sulla realtà e l’attualità del cristianesimo. Si era fatto anche la stessa domanda che aveva rivolto Gesù nel Vangelo: «Quando io tornerò, ci sarà ancora la fede sulla terra?». Era un uomo molto introverso e introspettivo, che mirava al sodo e quello che doveva fare lo faceva a costo di grandi sacrifici.

Mi ricordo che quando stava scrivendo un libro, e quindi quasi sempre, si ritirava in solitudine. Quando faceva l’ultima lettura gli venivano dei gonfiori sulle mani, come se ci fosse una specie di attrite, ma era il fatto di tenere la matita o la penna così a lungo per fare le correzioni. Vittorio era un personaggio forse difficile da trattare, ma amato da tutti.

Si era inventato tutta una serie di rubriche per la rivista Jesus che era molto seguita dai lettori. E contemporaneamente, mentre faceva il giornale, scriveva libri. Scriveva libri sulla Madonna e sui miracoli. Scriveva libri su Cristo, aveva le sue ipotesi da risolvere, aveva i suoi dubbi da chiarire.

Vittorio se ne è andato all’inizio del triduo pasquale del 2026, quando già le campane dei paesi erano silenziate per quel silenzio liturgico che porta i cristiani in giro per i sepolcri che sono stati allestiti nelle chiese in ricordo del sepolcro di Cristo. Con questi strani fiori, con queste strane erbe. Lui se n’è andato lì, in questi giorni di silenzio che precedono la Pasqua. L’aria di Pasqua, di primavera e dell’inizio dell’anno liturgico ebraico è così vicina che la si sente nell’aria.

Io ho sempre pensato che Vittorio fosse un po’ come i discepoli di Emmaus: pieni di dubbi, pieni di ricerche, pieni anche di paure, di delusione per le cose successe. E sono lì che camminano, con questo fardello sul cuore, per le strade non certo asfaltate del tempo. E tornano a casa delusi quando un pellegrino qualsiasi, un pellegrino sconosciuto si avvicina a loro, li cerca. E vuole entrare nei loro discorsi interiori. E quindi li provoca, li suggestiona.

E spiega loro le Scritture. È il Maestro che si avvicina a noi. E loro camminano con Lui. E Lui spiega quelle cose che loro non riuscivano a capire. Intanto si fa sera, arriva la paura della notte, della solitudine e i discepoli dicono: resta con noi Signore. È la prima grande preghiera. Gesù si ferma e spezza il pane. Gesù celebra la seconda messa, dopo quella dell’Ultima Cena dove aveva istituito l’Eucaristia, dove lui, prima ancora della richiesta, aveva detto: “Resto con voi” e si era fatto Eucaristia. Eccoci a Vittorio, io lo vedo insieme con i discepoli di Emmaus. Ricordo un evento strano di tanti anni fa. Eravamo a Parigi da Jean Guitton, per una intervista. Guitton era un grandissimo poeta e scrittore e un grande cristiano, insomma una colonna della cultura religiosa d’oltralpe. E lui gli ha domandato: «Maestro, ma se dovesse scegliere una sola pagina per rappresentare tutto il Vangelo, magari lasciarlo così, con un’astronave che va su un mondo diverso e deve lasciare questa testimonianza, quale pagina sceglierebbe del Vangelo?». E lui rispose subito: «Quella dei discepoli di Emmaus. Perché è la prima pagina del Vangelo che io ho conosciuto e davanti a cui io ho pregato. Era nella stanza dei miei nonni, questo quadro. Io lo vedevo fin da bambino, vedevo sempre questi discepoli di Gesù con gli altri e lui che spezza il pane. E qui, secondo me, c’è tutto il Vangelo. Perché con i discepoli che non capivano, che soffrivano, che erano addolorati, delusi dai fatti atroci e gravi che erano successi - il Figlio di Dio, che doveva essere il liberatore del mondo, è andato a finire in croce, martoriato, crocifisso, ucciso – che avevano il cuore gonfio per queste cose e non riuscivano a capire e ad accettare, ebbene, con loro si fa Maestro questo viandante. Si fa compagno di strada e spiega loro i misteri della fede. Spiega loro che cosa vuol dire il mistero di Dio. E soprattutto spiega loro l’amore di Dio. E allora eccoci che viene fuori la preghiera dell’anima: “Resta con noi, o Signore”». Quando penso a questo penso anche che adesso Vittorio non ha più problemi perché è andato anche lui dal Signore. E quindi con Lui celebra la sua Messa in Cielo, dove Cristo si fa pane. Pane per la nostra anima e ci dà un segno e ci fa una scuola, perché si fa anche il nostro Maestro sul cammino di tutti i giorni.