La fine della missione Unifil in Libano è prevista a partire dal gennaio 2027. E, quando, su pressione di Stati Uniti e Israele, le Nazioni Unite hanno prorogato, lo scorso 28 agosto, la missione dei caschi blu dell’Onu solo fino a dicembre 2026 con il programmato smantellamento a partire dal gennaio 2027, l’ambasciatore israeliano all'Onu Danny Danon aveva accolto la notizia pubblicando un video sui social in cui, visibilmente soddisfatto, esclamava: «Per una volta, abbiamo una buona notizia dall’Onu». Israele non ha mai nascosto di ritenere i caschi blu delle Nazioni Unite un ostacolo alle loro mire espansionistiche. Con il pretesto di “estirpare” le milizie di hezbollah – che ormai non si sa più quanto si armino per difendere il Paese e quanto invece siano causa dell’invasione - Israele, per bocca del suo ministro di estrema destra Ben -Gvir vuole fare del «sud del Libano una nuova Gaza».

Obiettivo che avrebbero già raggiunto se non dovessero fare i conti con la presenza dei caschi blu che, a dispetto di tutte le critiche, hanno una loro determinante efficacia. Innanzitutto perché è l’occhio vigile della comunità internazionale sul territorio. Occhi che Israele non vuole che vedano. Non sorprende allora che «soldati israeliani hanno distrutto tutte le telecamere che si affacciano su Minghy Street presso il quartier generale dell'Unifil a Naqoura» il 4 aprile. Telecamere che, ha spiegato la portavoce del contingente, Kandice Ardiel, «erano posizionate in modo da inquadrare esclusivamente le immediate vicinanze del nostro quartier generale, per garantire la sicurezza e l'incolumità dei peacekeeper militari e civili che vi risiedono».

Negli attacchi incrociati tra forze israeliane e hezbollah sono stati uccisi anche tre caschi blu e si sono registrati, dall’inizio dell’invasione israeliana, diversi feriti.

In un post pubblicato su X il nostro ministro della Difesa Guido Crosetto ha sottolineato che «colpire i contingenti delle Nazioni Unite non è tollerabile né accettabile in alcun modo. Le forze Onu sono in Libano per garantire la pace. Chi attacca i caschi blu non colpisce singoli contingenti: colpisce la comunità internazionale nel suo insieme e i principi che garantiscono la convivenza tra Stati».

Il contingente Unifil in LIbano

E forse è esattamente questo che Israele vuole: colpire il diritto internazionale e spingere la missione a chiudere anzitempo. Perché per il Governo Netanyahu attendere gennaio è fuori tempo massimo per i suoi obiettivi. Bibi non vuole una guerra infinita, ma tenta di chiudere il fronte libanese con una occupazione massiccia e permanente prima della fine della missione Onu. Le elezioni americane di metà mandato potrebbero infatti, con i sondaggi che danno Trump in netto calo di consensi, alienargli il sostegno incondizionato dell’alleato statunitense.

Non solo, una guerra prolungata sarebbe un peso elettorale ingombrante per Trump accusato già adesso di essersi lasciato trascinare in una guerra senza senso su richiesta di Netanyahu. Uno schema che Israele aveva seguito anche nel 2024 quando aveva affrettato il cessate il fuoco in Libano come “regalo” per l’insediamento del presidente americano.
Ma c’è un’urgenza ancora più immediata sul fronte interno: Le elezioni israeliane sono previste entro ottobre 2026, e la sua coalizione di governo rischia di implodere per la questione dell'esenzione dal servizio militare per gli ultra-ortodossi. Una conquista del Sud del Libano entro breve gli consentirebbe di convocare elezioni anticipate in un clima di trionfo, esibendo un risultato tangibile e irreversibile nelle intenzioni e spostando l'attenzione pubblica dal fallimento del 7 ottobre.

Una scommessa doppia, su se stesso e su Trump, che, intanto calpesta la vita di migliaia di persone. Il ministero della Salute libanese, il giorno di Pasqua, ha aggiornato il bilancio dei morti dei raid israeliani ed hezbollah dall’inizio delle ostilità, lo scorso 2 marzo, a 1.461. Tra i morti ci sono anche 129 e 54 tra soccorritori e personale medico. I feriti sono 4.430 e dieci soldati dell'esercito libanese sono stati uccisi, nove dei quali fuori servizio.

In questo clima i caschi blu, oltre 1.200 sono quelli italiani, continuano ad aiutare la popolazione. «L'Unifil» fa sapere la portavoce, «rimane determinata ad adempiere al proprio mandato, inclusi il sostegno all'accesso umanitario per i civili che rimangono (per quanto possibile) e la fornitura al Consiglio di Sicurezza di rapporti imparziali e fattuali sulla situazione sul terreno. I nostri peacekeeper stanno svolgendo questo lavoro con coraggio e professionalità. Rimangono in tutte le nostre postazioni nel sud del Libano e lungo la Linea Blu, nonostante gli elevati livelli di violenza di Hezbollah e delle Forze di Difesa Israeliane intorno a noi». E, mentre ringraziano per «il forte sostegno dei Paesi che contribuiscono con truppe all'Unifil» sottolineano «l'obbligo di tutti gli attori di garantire la sicurezza e l'incolumità dei peacekeeper» che continueranno «a svolgere i compiti previsti dal proprio mandato con determinazione, imparzialità e il sostegno della comunità internazionale».

Peacekeeper in azione

«In questa Pasqua», fanno sapere, «ci aggrappiamo alla speranza. Molte famiglie sono state sfollate e affrontano difficoltà e incertezza. I nostri peacekeeper continuano a servire sul terreno, sostenendo le comunità locali dove possibile, facilitando l’accesso agli aiuti umanitari e contribuendo a ridurre le tensioni. Auguriamo a tutti sicurezza, resilienza e speranza».

Per i caschi blu, come ha spiegato il generale Diodato Abagnara, capo missionee comandante Unifil,«è una Pasqua diversa, dedita al servizio, che mantiene comunque un valore per la pace che i più di 1.200 nostri militari italiani dimostrano con professionalità e dedizione».