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Richiama l’ecumenismo del sangue, papa Leone. Sottolineando l’impegno della Chiesa cattolica, con la Commissione per i Nuovi Martiri, presso il Dicastero per le Cause dei Santi (e con la collaborazione del Dicastero per la Promozione dell’Unità dei Cristiani) a ricordare i martiri di tutte le fedi cristiane, Prevost cita il recente Sinodo che ha riconosciuto che «”la testimonianza del loro martirio è più eloquente di ogni parola: l’unità viene dalla Croce del Signore”. Possa il sangue di tanti testimoni avvicinare il giorno beato in cui berremo allo stesso calice di salvezza!». Il Pontefice, nella Basilica di San Paolo Fuori Le Mura presiede la Commemorazione dei Martiri e Testimoni della Fede del XXI secolo insieme con i Rappresentanti delle altre Chiese e Comunioni Cristiane. Li ringrazia per aver accettato l’invito a essere presenti. Ci sono il metropolita di Mosca Antoniij e il patriarca serbo Ilarion, i metodisti, gli anglicani, i luterani, i patriarcati di Antochia, Armenia, l'Allenaza evangelica mondiale, per citare solo alcunie delle numerosissime delegazioni.
Leone cita, tra gli esempi di fedeltà al Vangelo fino alla morte, anche fratel Francis Tofi, anglicano e membro della Melanesian Brotherhood, «che ha dato la vita per la pace nelle Isole Salomone», Suor Dorothy Stang, «impegnata per i senza terra in Amazzonia: a chi si apprestava a ucciderla chiedendole un’arma, lei mostrò la Bibbia rispondendo: “Ecco la mia unica arma”». E padre «Ragheed Ganni, prete caldeo di Mosul in Iraq, che ha rinunciato a combattere per testimoniare come si comporta un vero cristiano».
Nonostante siano finite le grandi ideologie del Novecento, la persecuzione dei cristiani non si è placata, anzi, ricorda papa Leone. Nel giorno in cui si celebra la festa dell’Esaltazione della Santa Croce il Papa ricorda che proprio questa è la «“speranza dei cristiani” e la “gloria dei martiri”». E aggiunge: «Anche oggi possiamo affermare con Giovanni Paolo II che, laddove l’odio sembrava permeare ogni aspetto della vita, questi audaci servitori del Vangelo e martiri della fede hanno dimostrato in modo evidente che “l’amore è più forte della morte”». E allora «ricordiamo questi nostri fratelli e sorelle con lo sguardo rivolto al Crocifisso. Con la sua croce Gesù ci ha manifestato il vero volto di Dio, la sua infinita compassione per l’umanità; ha preso su di sé l’odio e la violenza del mondo, per condividere la sorte di tutti coloro che sono umiliati e oppressi». Tanti fratelli e sorelle oggi «in situazioni difficili e contesti ostili, portano la stessa croce del Signore: come Lui sono perseguitati, condannati, uccisi». SI tratta di «donne e uomini, religiose e religiosi, laici e sacerdoti, che pagano con la vita la fedeltà al Vangelo, l’impegno per la giustizia, la lotta per la libertà religiosa laddove è ancora violata, la solidarietà con i più poveri. Secondo i criteri del mondo essi sono stati “sconfitti”».
Nell’anno del Giubileo, invece, il Pontefice sottolinea che di loro non si celebra una sconfitta, ma una speranza «piena d’immortalità, perché il loro martirio continua a diffondere il Vangelo in un mondo segnato dall’odio, dalla violenza e dalla guerra; è una speranza piena d’immortalità, perché, pur essendo stati uccisi nel corpo, nessuno potrà spegnere la loro voce o cancellare l’amore che hanno donato; è una speranza piena d’immortalità, perché la loro testimonianza rimane come profezia della vittoria del bene sul male».
Parla di speranza disarmata, perché queste persone «hanno testimoniato la fede senza mai usare le armi della forza e della violenza, ma abbracciando la debole e mite forza del Vangelo, secondo le parole dell’apostolo Paolo: “Mi vanterò quindi ben volentieri delle mie debolezze, perché dimori in me la potenza di Cristo. [...] Infatti quando sono debole, è allora che sono forte”».
Sono testimoni che non possiamo dimenticare perché, come nei primi secoli, «anche nel terzo millennio “il sangue dei martiri è seme di nuovi cristiani”», come diceva Tertulliano.
E, infine, richiama le parole scritte sul suo quaderno da un bambino pakistano Abish Masih, ucciso in un attentato contro la Chiesa cattolica: «Making the world a better place», «rendere il mondo un posto migliore». Un sogno che deve spronarci «a testimoniare con coraggio la nostra fede, per essere insieme lievito di un’umanità pacifica e fraterna».




