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Un discorso a tutto campo quello di papa Leone agli operatori di Giustizia. Una udienza, quella per il loro Giubileo, che è stata spostata dall’Auola Paolo VI a piazza San Pietro per la grande affluenza di persone. In tutto oltre 15mila provenienti da 100 Paesi del mondo, con delegazioni particolarmente numerose da Italia, Spagna, Portogallo, Polonia, Francia, Stati Uniti, Canada, Brasile, Argentina, Messico, Colombia, Argentina, Cile, Australia, Nigeria, Perù e Filippine. Giuristi, professori universitari, magistrati. In piazza anche il ministro della Giustizia Nordio e Samuel Alito, giudice della Suprema Corte di Giustizia statunitense e rappresentanti della Corte costituzionale, del Consiglio Superiore della Magistratura, della Corte di Cassazione, dell’Associazione nazionale magistrati, per citare solo alcuni dei presenti.
A loro e al mondo Leone ricorda la funzione della giustizia, che è «indispensabile sia per l’ordinato sviluppo della società sia come virtù cardinale che ispira e orienta la coscienza di ogni uomo e donna». Essa «è chiamata a svolgere una funzione superiore nell’umana convivenza, che non può essere ridotta alla nuda applicazione della legge o all’operato dei giudici, né limitarsi agli aspetti procedurali». Richiama le espressioni bibliche. Il salmo 45, «Ami la giustizia e la malvagità detesti», che ci ricorda di evitare il male e coltivare il bene e la sapienza della «massima “dare a ciascuno il suo”! ». In ognuno, ricorda il Pontefice, è presente «quella sete di giustizia che è lo strumento-cardine per edificare il bene comune in ogni società umana. Nella giustizia, infatti, si coniugano la dignità della persona, il suo rapporto con l’altro e la dimensione della comunità fatta di convivenza, strutture e regole comuni. Una circolarità della relazione sociale che pone al centro il valore di ogni essere umano, da preservare mediante la giustizia di fronte alle diverse forme di conflitto che possono sorgere nell’agire individuale, o nella perdita di senso comune che può coinvolgere anche gli apparati e le strutture».
La giustizia, dice ancora Leone, «consiste nella “costante e ferma volontà di dare a Dio e al prossimo ciò che è loro dovuto”. In tale prospettiva, per il credente, la giustizia dispone “a rispettare i diritti di ciascuno e a stabilire nelle relazioni umane l’armonia che promuove l’equità nei confronti delle persone e del bene comune”, obiettivo che si rende garante di un ordine a tutela del debole, di colui che chiede giustizia perché vittima di oppressione, escluso o ignorato».
Parla di giustizia «capace di sconfiggere il male del sopruso», ma anche di quella «giustizia superiore che paga l’operaio dell’ultima ora come quello che lavora tutto il giorno; o quella che fa della misericordia la chiave di interpretazione della relazione e induce a perdonare accogliendo il figlio che era perduto ed è stato ritrovato, o ancora di più di perdonare non sette volte, ma settanta volte sette . È la forza del perdono che è propria del comandamento dell’amore ad emergere come elemento costitutivo di una giustizia capace di coniugare il soprannaturale all’umano».
La giustizia evangelica, pur non distogliendo da quella umana, spinge però ad andare oltre, alla «ricerca della riconciliazione. Il male, infatti, non va soltanto sanzionato, ma riparato, e a tale scopo è necessario uno sguardo profondo verso il bene delle persone e il bene comune. Compito arduo, ma non impossibile per chi, cosciente di svolgere un servizio più esigente di altri, si impegna a tenere una condotta di vita irreprensibile».
La giustizia diventa concreta «quando tende verso gli altri, quando a ciascuno è reso quanto gli è dovuto, fino a raggiungere l’uguaglianza nella dignità e nelle opportunità fra gli esseri umani». Denuncia le «crescenti discriminazioni che hanno come primo effetto proprio il mancato accesso alla giustizia» e sottolinea che «la vera uguaglianza è la possibilità data a tutti di realizzare le proprie aspirazioni e di vedere i diritti inerenti alla propria dignità garantiti da un sistema di valori comuni e condivisi, capaci di ispirare norme e leggi su cui fondare il funzionamento delle istituzioni».
Occorre, soprattutto oggi, cercare e recuperare i «valori dimenticati nella convivenza, la loro cura e il loro rispetto. Si tratta di un processo utile e doveroso, di fronte all’affermarsi di comportamenti e strategie che mostrano disprezzo per la vita umana sin dal suo primo manifestarsi, che negano diritti basilari per l’esistenza personale e non rispettano la coscienza da cui scaturiscono le libertà».
Nel suo lungo discorso il Pontefice cita Sant’Agostino: «La giustizia non è tale se non è nello stesso tempo prudente, forte e temperante» e ricorda che «quando si esercita la giustizia, ci si pone al servizio delle persone, del popolo e dello Stato, in una dedizione piena e costante. La grandezza della giustizia non diminuisce quando la si esercita nelle cose piccole, ma emerge sempre quando è applicata con fedeltà al diritto e al rispetto per la persona in qualunque parte del mondo si trovi».
E, infine, chiede di riflettere su quanto accade nel mondo, «sulla realtà di tanti Paesi e popoli che hanno “fame e sete di giustizia”, perché le loro condizioni di vita sono talmente inique e disumane da risultare inaccettabili». Ricorda ancora le parole di Sant’Agostino: «Senza la giustizia non si può amministrare lo Stato; è impossibile che si abbia il diritto in uno Stato in cui non si ha vera giustizia. L’atto che si compie secondo diritto si compie certamente secondo giustizia ed è impossibile che si compia secondo il diritto l’atto che si compie contro la giustizia [...] Lo Stato, in cui non si ha la giustizia, non è uno Stato. La giustizia infatti è la virtù che distribuisce a ciascuno il suo. Dunque non è giustizia dell’uomo quella che sottrae l’uomo stesso al Dio vero». Per dire che l’esercizio della giustizia deve essere «a servizio del popolo, con lo sguardo rivolto a Dio, così da rispettare pienamente la giustizia, il diritto e la dignità delle persone».



