Innanzitutto un appello ai Governatori delle altre Regioni. Marco Venturi, presidente nazionale di Confesercenti ringrazia il Piemonte, la Toscana, l’Emilia Romagna e il Veneto per essersi subito schierati in favore della campagna contro la liberalizzazione selvaggia delle aperture festive. E poi chiede «che si schierino anche gli altri in una battaglia che mira a riportare le competenze alle Regioni».
- Cosa cambierebbe?
«Innanzitutto il fatto che, essendo più vicine al territorio e conoscendo meglio tradizioni e abitudini, gli enti locali sono i soggetti che meglio possono calibrare le eventuali aperture».
- La vostra iniziativa sta suscitando molto interesse. È così?
«Si, è vero. Occorre però che questo interesse confluisca poi nelle firme reali per il referendum. Per questo ricordo che quelle raccolte on line hanno un valore di testimonianza molto importante, ma non hanno valore legale. Per questo è importante recarsi poi nelle sedi indicate da confesercenti (per tutte le informazioni www.liberaladomenica.it ndr.) o nel banchetto che sarà predisposto il 25 novembre sul sagrato delle chiese e firmare realmente».
- Perché chiedete la chiusura domenicale, non si guadagna di più a tenere aperti?
«Quando c’è crisi c’è crisi. Non basta aprire di più per far aumentare i consumi. Se non c’è lavoro e non ci sono salari la gente, giustamente, non può aumentare le proprie spese. Anzi, soprattutto per i piccoli e medi esercenti, è un fatica in più».
- Perché?
«Perché si tratta in gran parte di imprese che si reggono su una gestione familiare. E allora aprire sette giorni su sette penalizza innanzitutto la famiglia. Ripeto, senza neanche un vantaggio economico».
- Se il vantaggio economico ci fosse, cambiereste opinione?
«Eravamo contrari alle aperture domenicali anche prima della crisi. Vorremmo che fosse chiaro che la nostra non è una battaglia solo corporativa per difendere i nostri negozi e le nostre attività. Siamo convinti che ci siano anche altri valori, in particolare quello della famiglia e del riposo, che vanno tutelati. Una società forte e coesa si regge sui valori».
- Cosa cambierebbe?
«Innanzitutto il fatto che, essendo più vicine al territorio e conoscendo meglio tradizioni e abitudini, gli enti locali sono i soggetti che meglio possono calibrare le eventuali aperture».
- La vostra iniziativa sta suscitando molto interesse. È così?
«Si, è vero. Occorre però che questo interesse confluisca poi nelle firme reali per il referendum. Per questo ricordo che quelle raccolte on line hanno un valore di testimonianza molto importante, ma non hanno valore legale. Per questo è importante recarsi poi nelle sedi indicate da confesercenti (per tutte le informazioni www.liberaladomenica.it ndr.) o nel banchetto che sarà predisposto il 25 novembre sul sagrato delle chiese e firmare realmente».
- Perché chiedete la chiusura domenicale, non si guadagna di più a tenere aperti?
«Quando c’è crisi c’è crisi. Non basta aprire di più per far aumentare i consumi. Se non c’è lavoro e non ci sono salari la gente, giustamente, non può aumentare le proprie spese. Anzi, soprattutto per i piccoli e medi esercenti, è un fatica in più».
- Perché?
«Perché si tratta in gran parte di imprese che si reggono su una gestione familiare. E allora aprire sette giorni su sette penalizza innanzitutto la famiglia. Ripeto, senza neanche un vantaggio economico».
- Se il vantaggio economico ci fosse, cambiereste opinione?
«Eravamo contrari alle aperture domenicali anche prima della crisi. Vorremmo che fosse chiaro che la nostra non è una battaglia solo corporativa per difendere i nostri negozi e le nostre attività. Siamo convinti che ci siano anche altri valori, in particolare quello della famiglia e del riposo, che vanno tutelati. Una società forte e coesa si regge sui valori».



