«Parlare di dialogo oggi è rivoluzionario». Le parole di monsignor Derio Olivero, vescovo di Pinerolo e punta di diamante dell’episcopato italiano sui temi dell’ecumenismo, sono accolte da un applauso convinto. La sala del Refettorio Ambrosiano è stracolma di persone che si sono date appuntamento qui, a piazza Greco 11, periferia multietnica milanese, in questa serata piovosa del 20 ottobre. Al tavolo centrale siedono il vescovo piemontese e don Giuliano Savina, responsabile nazionale dell’Ufficio ecumenismo e dialogo della Cei. Il giornalista e scrittore Alberto Chiara li stuzzica, li provoca, li spinge a scoprirsi sul tema della serata: Ostinati nel dialogo. La via italiana alla pace quando le porte si chiudono.

Senza giri di parole, monsignor Olivero spiega la sua affermazione: «Gli analisti dicono che siamo una società che vive una profonda depressione. Soffriamo di un radicale esaurimento della fiducia (nelle istituzioni, nella politica, nel prossimo…) e di un aumento della paura. La conseguenza di tutto ciò è che aumenta il discorso pubblico – in politica e nella Chiesa – sul tema dell’identità: un’identità da preservare e da “difendere” contro gli “altri”, come se questi “altri” fossero dei nemici. Ma si tratta di una visione distorta, perché ogni identità è dinamica ed è definita dalle relazioni con gli “altri”: “Io sono tutto ciò che ho incontrato”, dice bene un pensatore francese. Per questo il dialogo oggi è profondamente essenziale al nostro vivere comune».

Insieme a Chiara Pelizzoni, giornalista e presidente dell’Associazione Per il Refettorio Ambrosiano, che mostra una copia del Patto «La via italiana del dialogo interreligioso. Le religioni nello spazio pubblico e per la coesione sociale», donata al Refettorio da don Giuliano Savina, direttore dell’Ufficio nazionale per l’Ecumenismo e il Dialogo interreligioso della CEI, in occasione dell’incontro «Ostinati nel dialogo».
Insieme a Chiara Pelizzoni, giornalista e presidente dell’Associazione Per il Refettorio Ambrosiano, che mostra una copia del Patto «La via italiana del dialogo interreligioso. Le religioni nello spazio pubblico e per la coesione sociale», donata al Refettorio da don Giuliano Savina, direttore dell’Ufficio nazionale per l’Ecumenismo e il Dialogo interreligioso della CEI, in occasione dell’incontro «Ostinati nel dialogo».
Insieme a Chiara Pelizzoni, giornalista e presidente dell’Associazione Per il Refettorio Ambrosiano, che mostra una copia del Patto «La via italiana del dialogo interreligioso. Le religioni nello spazio pubblico e per la coesione sociale», donata al Refettorio da don Giuliano Savina, direttore dell’Ufficio nazionale per l’Ecumenismo e il Dialogo interreligioso della CEI, in occasione dell’incontro «Ostinati nel dialogo».

Nonostante la crisi di fiducia, l’aumento della violenza e della paura, il 2026 è stato un anno estremamente positivo per il dialogo tra le religioni in Italia. A gennaio è stato firmato il Patto tra le Chiese cristiane che vivono nel nostro Paese. Il 25 giugno, poi, è stata la volta del Patto tra le religioni. È la “via italiana al dialogo”, di cui racconta don Savina: «Per dire “fratello” o “sorella” bisogna guardarsi negli occhi, sedersi intorno a un tavolo e imparare ad ascoltare. I leader delle religioni italiane che hanno firmato il Patto si sono riuniti per lavorare alla sua stesura per quattro anni. Nonostante tutto ciò che succedeva nel mondo (la guerra in Ucraina, il 7 ottobre in Israele e a Gaza…), hanno deciso di tenere duro e di continuare a scommettere sul dialogo. È stata una vera conversione al soffio dello Spirito. E chi siamo noi per dire no a ciò che lo Spirito ci chiede?».

Non è stato un percorso semplice, ovviamente. Dubbi, resistenze e paure hanno costellato il percorso, anche in casa cattolica. Perché il Patto fa affermazioni forti e innovative: «I firmatari», spiega don Savina, «a un certo punto affermano: “Ci impegniamo a promuovere libertà e pari dignità di ogni confessione di fronte allo Stato”. Su questo passaggio, per esempio, c’è stato molto dibattito tra i vescovi italiani. Alla fine, però, fortunatamente è stato approvato».

«Sì, la Chiesa cattolica è stata la confessione religiosa che ha fatto più fatica a firmare il Patto», gli fa eco monsignor Olivero. «Il problema è che ancora non ci rassegniamo all’idea che viviamo in una società laica e plurale dal punto di vista religioso. Ma, che ci piaccia o no, dobbiamo essere all’altezza del mondo in cui ci troviamo a vivere. Spesso ci riempiamo la bocca del nostro ruolo di “pastori”. Letteralmente, il pastore è chi dà il pasto alle greggi. Allora dobbiamo chiederci: le religioni danno un buon cibo a questa società? Sono capaci di generare coesione sociale? Su questo, nelle nostre società secolari, sarà misurata l’utilità delle religioni. E su questo dobbiamo fare un serio esame di coscienza».