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Il cardinale Pizzaballa insieme a, da sinistra, il presidente della Regione Puglia De Caro, don Luigi Ciotti, monsignor Vito Angiuli e monsignor Giovanni Ricchiuti davanti alla tomba di don Tonino Bello nel cimitero di Alessano
Alessano (Lecce)
«Bisogna disarmare il linguaggio, le relazioni, il pensiero. La violenza non è solo quella militare». È il messaggio consegnato dal cardinale Pierbattista Pizzaballa, Patriarca latino di Gerusalemme, giovedì sera ad Alessano, nel Salento, dove nel cimitero che custodisce la tomba di don Tonino Bello gli è stato consegnato il Premio internazionale per la pace intitolato al vescovo di Molfetta e voluto dalla Fondazione a lui intitolata e il cui tema scelto per l’edizione 2026 è «Pace nel mondo, Pace a Gerusalemme».


La tomba di don Tonino, ponte verso Gerusalemme
La scelta del luogo della cerimonia è fortemente simbolica. Vito Angiuli, vescovo di Ugento-Santa Maria di Leuca, ha ricordato come la tomba di don Tonino continui a essere meta di pellegrinaggio per credenti e non credenti, vescovi, cardinali e Papi, come Francesco, che qui venne in pellegrinaggio nel 2018. Quella tomba, ha sottolineato, richiama idealmente il Santo Sepolcro, di cui Pizzaballa è custode insieme alle altre confessioni cristiane, e rappresenta una speranza che «non si esaurisce ma rinverdisce» e parla di pace al mondo. Giovanni Ricchiuti, presidente di Pax Christi Italia, ha ricordato invece che «qui don Tonino è diversamente vivente», ponendo una domanda che riguarda tutti: che cosa stiamo facendo per portare avanti oggi il messaggio del vescovo salentino?
Per don Luigi Ciotti la consegna del Premio è «un gesto profetico», un ponte ideale tra «il profeta di Alessano» e Gerusalemme, «il luogo più doloroso e santo del mondo». Richiamando don Tonino Bello, Ciotti ha ricordato che «la pace non è un nastro di partenza ma uno striscione di arrivo» e ha sottolineato che l'ultima parola non può appartenere ai carri armati, ma alle grida delle madri e al pianto dei bambini. Ha poi ricordato l'invito di papa Leone XIV a non associare mai il nome di Dio «al terrore, all’odio e alla violenza».


Il cardinale Pizzaballa con la t-shirt ufficiale di Carta di Leuca 2026
«Don Tonino Bello non sarebbe stato zitto»
Nel suo intervento Pizzaballa ha richiamato subito la figura del vescovo di Molfetta: «Don Tonino Bello non sarebbe stato zitto». Noi, ha spiegato, non possiamo cambiare la politica internazionale, ma possiamo essere nei territori «una presenza viva, determinata», anche perché «i linguaggi e le parole creano prospettive». Le parole, ha aggiunto, «possono uccidere ma anche salvare e dare vita».
È proprio nel linguaggio, secondo il Patriarca latino di Gerusalemme, che spesso la violenza comincia a prendere forma: «In Terra Santa siamo in un contesto di grande violenza, gravissima, ma la violenza è iniziata prima nelle parole, nel linguaggio disumanizzante. Un linguaggio violento crea violenza concreta e porta alla guerra».
Per questo «non basta dire no alle armi». Occorre recuperare «un pensiero che considera l'altro parte di sé» e da qui imparare a costruire percorsi di pace. Pizzaballa ha parlato così della necessità di «disarmare il pensiero e la cultura», perché «le armi si producono perché c'è chi le compra». E dunque «bisogna disarmare il linguaggio, le relazioni, il pensiero»: la violenza non è soltanto quella militare.
La Terra Santa, ha proseguito, vive oggi una fase di «esclusione reciproca», nella quale il dolore, la perdita e la sfiducia sono così profondi che «non si trova spazio per l’altro, l’altro non esiste, ognuno si sente l’unica vittima». Servono allora «testimoni che aprano varchi di luce e di speranza». Riconoscere l’altro significa riconoscerne «la storia, la cultura, gli spazi e i riferimenti». Un percorso lungo, ma inevitabile: «Oggi il popolo palestinese è schiacciato e gli deve essere restituita dignità ma questo deve essere fatto all'interno di un riconoscimento reciproco».
Gaza: «Quasi due milioni di persone sono nelle tende»
Pizzaballa ha poi raccontato il suo recente viaggio nella Striscia di Gaza, dove è stato a metà giugno, percorrendola tutta, da nord a sud: «Oltre due terzi delle abitazioni è totalmente distrutta, moltissime città sono completamente rase al suolo», ha detto, «il 100 per cento della popolazione non vive più dove viveva prima e due terzi, quasi due milioni, sono nelle tende».
Il cibo, ha spiegato, oggi c'è, ma restano altre emergenze gravissime: mancano medicinali, gli ospedali sono in condizioni precarie, manca il gasolio per i generatori e quindi l’elettricità. E mancano le scuole: «Sono tre anni che i bambini non vanno a scuola».
Nel pomeriggio il dialogo con i giovani di Carta di Leuca
Poche ore prima della cerimonia di Alessano, Pizzaballa aveva incontrato a Santa Maria di Leuca i giovani della Carta di Leuca 2026, l'undicesima edizione del meeting internazionale dei giovani del Mediterraneo, quest'anno dedicato al tema “Mediterraneo di pace per un mondo in pace – Bellezza, Arte e Pace”.
A Silvia, una ragazza di Specchia, che gli chiedeva quale fosse la situazione in Terra Santa, il cardinale ha risposto partendo da una distinzione decisiva: «La guerra è finita, ma non la sofferenza». A Gaza, ha spiegato, si continua a soffrire, mentre in Cisgiordania il conflitto «si è spostato». Il rancore, l'odio e la sfiducia tra israeliani e palestinesi «rendono tutto più pesante» e rendono molto difficile immaginare quali prospettive possano aprirsi. Pizzaballa ha annunciato anche il suo imminente viaggio a Taybeh, l’ultimo villaggio cristiano in Cisgiordania, e poi a Jenin.


Un momento del dialogo tra il cardinale Pizzaballa e i giovani partecipanti alla Carta di Leuca
La situazione è pesante anche nell’area di Betlemme. Dall’ottobre 2023 «non ci sono pellegrini» e molte persone sono rimaste senza lavoro, con un impoverimento generale. Prima della guerra molti palestinesi andavano a lavorare in Israele, mentre oggi pochissimi hanno il permesso per farlo. Nonostante tutto, ha raccontato Pizzaballa, continuano a esserci persone e realtà che «fanno opere di bene», tenendo aperta una possibilità di futuro.
«La speranza non viene da fuori»
Alla domanda di Elena, 19 anni, di Ruffano, su come alimentare la speranza del dialogo, Pizzaballa ha invitato a non aspettare una soluzione dall'esterno: «La speranza non è qualcosa che viene da fuori, ma è il desiderio che viene da dentro. La fede sono le radici e la speranza è il frutto». La speranza, ha aggiunto, «ha bisogno di volti e gesti». Per questo bisogna evitare di pensare soltanto ai grandi sistemi e lavorare nel proprio contesto, là dove le cose sono più alla portata e possono diventare contagiose.
A Sofia Bortone, 16 anni, di Ruffano, che gli chiedeva come coltivare il desiderio di pace, il cardinale ha risposto con un’altra frase netta: «Chi non ha desiderio è morto dentro». Il desiderio deve diventare «gesto, cultura, atto» e la certezza che qualcosa si possa fare: «Noi qui non cambieremo le macropolitiche del Mediterraneo, ma se noi non ci fossimo lasceremmo le politiche e ogni spazio solo a loro». E ancora il riferimento a don Tonino Bello: forse non ha cambiato le politiche del Mediterraneo e del mondo, «ma le sue parole ancora si ricordano e sono una testimonianza».
L’intelligenza artificiale entra nella guerra
Nel dialogo con i giovani è emerso anche il tema dell’intelligenza artificiale applicata ai conflitti. Rispondendo a Davide, Pizzaballa ha parlato di «domande nuove» alle quali non siamo ancora preparati. Anche in Terra Santa, soprattutto durante la guerra di Gaza, l’IA è stata utilizzata: «Non sono in grado di dire quante persone sono morte per decisione di un algoritmo, ma sicuramente sono state molte», ha affermato, citando anche l'impiego dei droni.
La Terra Santa, ha osservato, «è stato in qualche modo un modello sperimentale per la guerra condotta tramite IA e droni». Pizzaballa ha precisato di non essere contrario all'intelligenza artificiale «tout court», ma ha sottolineato la portata delle nuove questioni etiche e di responsabilità. Tra gli strumenti bellici ha citato anche un software chiamato «Gospel», cioè «Vangelo»: «Terribile», ha commentato.


Un momento del dialogo tra Pizzaballa e i giovani della Carta di Leuca 2026
«Il futuro dei cristiani in Terra Santa dipende da tutti noi»
A Mariana, arrivata da Betlemme dopo due giorni di viaggio e che gli chiedeva quale fosse il futuro dei cristiani in Terra Santa, Pizzaballa ha risposto innanzitutto con una frase affettuosa: «Ti voglio bene». Poi ha spiegato: «Il futuro dei cristiani in Terra Santa dipende da tutti noi». La situazione, ha aggiunto, resta «molto complessa», ma «non dobbiamo arrenderci così facilmente: da soli nessuno ce la fa, ma insieme possiamo fare molto». Ai palestinesi ha ricordato che dal 1948 le famiglie hanno conosciuto continui spostamenti e vicende drammatiche: «I vostri nonni e padri hanno subito situazioni molto complesse e difficili, però sono stati lì, non sono andati via e hanno costruito qualcosa». Alcuni cristiani partiranno, ha ammesso, «ma molti sono sicuro che resteranno e decideranno di costruire il loro futuro».
La fede, la comunicazione e il ruolo della Chiesa
Nel confronto con i ragazzi Pizzaballa ha parlato anche della fede. Il punto di partenza, ha spiegato, non è uno strumento o un percorso esteriore: «La fede è incontro con la persona di Gesù». Poi vengono il catechismo e gli strumenti che aiutano a dare ordine a qust’esperienza. «Abbiamo bisogno di partire da lì: Parola di Dio, sacramenti, soprattutto Eucaristia, e la preghiera». Il rischio per i giovani, ha avvertito, è ridurre l’incontro con Gesù a qualcosa di puramente emozionale.
Anche la comunicazione, soprattutto sui social, ha una responsabilità decisiva. «Abbiamo bisogno di usare un linguaggio chiaro, onesto, che non eriga nuove barriere». E per farlo «è importante che il cuore sia libero dal veleno dell’odio», evitando di regalare facilmente soluzioni e conclusioni che spesso non esistono.
Pizzaballa ha poi indicato il ruolo della Chiesa: «Non può solo denunciare ma deve aprire prospettive, creare occasioni», ha sottolineato, «non ha senso limitarsi a ripetere ciò che dicono tutti gli altri: «Dobbiamo indicare percorsi, testa dritta e mano sempre aperta». Anche la Carta di Leuca, ha spiegato, potrà essere consegnata alle autorità palestinesi, israeliane e ad Hamas, traducendola nelle diverse lingue.
«Cosa potete fare per noi? La preghiera»
Alla domanda su cosa possano fare gli italiani e i giovani per la Terra Santa, Pizzaballa ha risposto senza esitazioni: «La preghiera, perché credo nella potenza della preghiera, soprattutto quella di intercessione». Ma non solo: «Abbiamo bisogno che si parli della Terra Santa e che le si dia la giusta attenzione». Perché, ha avvertito, «molti dopo la guerra si ricorderanno di chi ha parlato e di chi ha taciuto».
Accanto alla preghiera c'è l'empatia: «Una cosa che ci è stata rubata in questa guerra è la capacità di volerci bene e arrivare al cuore delle persone». La politica ha una grande responsabilità, ha riconosciuto, ma non bisogna sottovalutare il peso dell'opinione pubblica delle società occidentali: «Fare opinione, creare un pensiero è davvero importante». E dunque bisogna «continuare a parlare e tenere alta la voce».
Da Alessano a Leuca, nel giorno in cui il Premio Don Tonino Bello è stato consegnato al Patriarca di Gerusalemme, il filo è uno solo: la pace non può essere soltanto l'assenza delle armi. Deve diventare cultura, linguaggio, relazione, riconoscimento dell'altro. E, come avrebbe voluto don Tonino, un gesto concreto di speranza anche quando la notte sembra non finire.





