«Ehi, ragazzino, ti va di venire in montagna con me?». L’avventura – umana e scientifica – di Luigi Bignami inizia negli anni ’70, nel cortile dell’oratorio. Lì, un giorno, il suo parroco gli diede una pacca sulla spalla proponendogli quello che lui osava solo sognare dal balcone di casa: andare a vedere, di persona, le vette che si stagliavano all’orizzonte. «Avevo 14-15 anni, una famiglia modesta alle spalle e nessuna possibilità reale di partire. Se non grazie a lui», ricorda divertito il celebre divulgatore.

Quell’escursione all’epoca doveva essergli sembrata eccezionale: mai avrebbe immaginato che sarebbe stata solo la prima di tantissime spedizioni. A 71 anni, Bignami è diventato uno dei più celebri divulgatori scientifici italiani, nonché volto di punta di Focus (canale numero 35).

Negli anni, è stato a lungo in Africa nonché recentemente in Groenlandia, come racconterà a novembre al pubblico di Focus. «Col parroco nacque subito una bellissima amicizia. Insieme abbiamo fatto tantissime gite, e mica facili: andavamo sul Monte Bianco, sul Gran Paradiso…». Anche quell’incontro – proprio come le seguenti escursioni – non fu isolato: fede e scienza hanno continuato a intrecciarsi nel cammino di Bignami, tra altri amici preti, grandi scoperte e una laurea in Scienze Geologiche che fa il paio con un diploma in Teologia, conseguito all’Istituto di Scienze religiose di Milano. «Era un corso semplificato, di due anni, realizzato per quei laici che non potevano frequentare l’università».

Come mai si iscrisse?

«Ero appena tornato da una spedizione in Africa ed ero in attesa di essere richiamato per quella successiva. Non avevo impegni, così un mio amico sacerdote mi propose di andare a insegnare religione in una scuola difficile: lì gli insegnanti se ne andavano puntualmente dopo due settimane».

Lei quanto resistette?

«Due anni, durante i quali ho conseguito anche il diploma in Teologia. Non volevo improvvisarmi, ci tenevo a dare dei contenuti precisi ai miei allievi, anche se credo di averli conquistati proprio perché… non insegnavo religione. O meglio, non nel senso classico. Iniziai raccontando loro della mia esperienza in Africa: essendo un istituto a indirizzo turistico, ho pensato che potesse essere interessante. Alternavo ricordi e aneddoti, mostrando come la vita e il credo religioso fossero diversi lì. Era un modo per suscitare la loro curiosità e le domande: erano anni duri, di scontri tra studenti e corpo docente, e io volevo fare capire loro che non è con la lotta che si costruisce qualcosa, ma con il dialogo. Inoltre, raccontavo loro anche dei preti missionari che incontrai in Africa».

Bignami vicino al ghiacciaio Jakobshavn, in Groenlandia. A novembre su Focus andrà in onda Il respiro della Terra: Groenlandia.
Bignami vicino al ghiacciaio Jakobshavn, in Groenlandia. A novembre su Focus andrà in onda Il respiro della Terra: Groenlandia.
Bignami vicino al ghiacciaio Jakobshavn, in Groenlandia. A novembre su Focus andrà in onda Il respiro della Terra: Groenlandia.

Perché?

«Volevo spiegare la differenza tra chi va in questi luoghi per lavoro, o anche come semplice volontario, e chi è mosso dalla fede. I primi lo fanno perché quello è il loro talento: sono bravi e si sentono appagati da quelle missioni. Il lavoro che svolgono è encomiabile e spesso ottimale. I secondi invece sono persone che spesso vorrebbero essere altrove (ho conosciuto gente che chiedeva di andare in Asia e si è trovata in Africa), e magari è pure impreparata davanti a certe situazioni, ma parte comunque perché lo fa per amore. Non è un lavoro ma un servizio, il cui obiettivo non è la propria soddisfazione ma quella dell’altro. L’altra differenza è che i missionari non sono sempre dei vincenti. Ricordo di preti che si facevano in quattro per spiegare agli autoctoni cos’era il bene e il male e che poi, al primo lutto, vedevano queste stesse persone diventare degli stregoni e celebrare riti al limite dell’eresia».

Lo studio della Teologia si rivelò avvincente anche per lei?

«Sì e il merito fu soprattutto di don Borgonovo: un teologo eccezionale. Per una casualità, lo conobbi proprio in quegli anni: diventammo amici e mi prese per mano. Andavamo spesso a cena e finivamo per parlare ore e ore: praticamente, il corso di teologia mi dava degli spunti, lui mi faceva ragionare. Nessuno mi spiegò la Genesi biblica in un modo così avvincente come don Borgonovo».

Da scienziato e da credente, è mai stato sedotto dall’idea di dimostrare l’esistenza di Dio?

«Onestamente? No. Non mi serve per credere, senza contare che se avessimo la prova schiacciante dell’esistenza di Dio saremmo obbligati ad avere fede: perderemmo il libero arbitrio. Non mi avvince neanche dimostrare l’origine divina o materiale dell’universo. Semmai mi intriga di più capire la nascita dell’anima: quando è entrata nell’homo sapiens? Come si è generata? Sono domande che pongo spesso ai teologi senza trovare risposta. Il resto è solo materia che va e viene, nasce e si distrugge».

Qual è l’errore che la scienza commette più spesso nei riguardi della religione?

«A volte sento scienziati ripetere: “Non abbiamo capito tutto del mondo… fino a oggi: sicuramente ci riusciremo in futuro”. È un errore enorme: di fatto non si nega l’esistenza di Dio ma la si rende ininfluente. Se tutto è così spiegabile allora non c’è più bisogno di un Creatore».

In questa foto: Luigi Bignami con l’astronauta Luca Parmitano – il primo italiano a effettuare una passeggiata spaziale – a Colonia in un modulo della Stazione spaziale europea nel 2024.
In questa foto: Luigi Bignami con l’astronauta Luca Parmitano – il primo italiano a effettuare una passeggiata spaziale – a Colonia in un modulo della Stazione spaziale europea nel 2024.
In questa foto: Luigi Bignami con l’astronauta Luca Parmitano – il primo italiano a effettuare una passeggiata spaziale – a Colonia in un modulo della Stazione spaziale europea nel 2024.

E la più grande miopia della religione verso la scienza?

«A livello istituzionale c’è stata una grande apertura, a cominciare dalle scuse dei Papi per Galileo Galilei. Permane però una certa resistenza da parte di molti preti – con cui spesso litigo – verso le scoperte scientifiche. Molti per esempio negano l’evoluzionismo, sostenendo che l’uomo non viene dalla scimmia ma è nato nel Paradiso terrestre. Per non parlare di chi negava il Covid».

Quanto invece la Chiesa è lungimirante nel battersi per la difesa del Creato?

«Pur non essendo io un catastrofista (confido nella capacità di adattamento dell’uomo), l’estate che abbiamo appena vissuto ci dimostra quanto l’emergenza climatica sia grave. In passato, l’homo sapiens aveva già avuto a che fare con la glaciazione: prendeva le sue cose e si spostava altrove, in aree più accoglienti. Oggi questa migrazione non è più un’opzione perché c’è un problema di sovraffollamento del Pianeta. Inoltre, siamo diventati dei dinosauri della tecnologia: cosa succederà se non dovesse esserci più corrente elettrica e non potessimo spostarci?».

Un giorno, quando si troverà davanti a Dio, cosa chiederà di spiegarle del mondo che da scienziato non ha ancora capito?

«Le domande sarebbero infinite, ma probabilmente in quel momento lì non avrò più bisogno di chiedere niente: sarò davanti a Dio…».