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C’è un orrore che non fa rumore, confinato nelle pieghe distratte di un pianeta che ha scelto di voltarsi dall’altra parte. A distanza di dodici mesi da quella che le Nazioni Unite e i rapporti internazionali hanno definito senza esitazioni una mattanza sistematica, El Fasher, nel cuore del Darfur, non è più una città. È un monumento di polvere e cenere, una distesa di case sventrate dove il vento ulula tra le carcasse di metallo e i ricordi calpestati di un milione di esseri umani.
Un anno fa, l’avanzata spietata e metodica delle Forze di Supporto Rapido (RSF) si è abbattuta su questo avamposto del Sudan con la furia di un designato sradicamento etnico. Non si è trattato di “danni collaterali”, tragici incidenti di un fuoco incrociato: i civili sono stati l’obiettivo primario. Esecuzioni sommarie ai margini delle famose barriere di sabbia, fosse comuni scavate in fretta, stupri di massa usati come arma di umiliazione e conquista, bambini lasciati morire di stenti in un assedio medievale che ha strangolato ogni respiro di vita.


Oggi, camminare, idealmente, tra le strade di El Fasher significa aggirarsi in una città fantasma. Chi è riuscito a fuggire ha cercato rifugio nei campi improvvisati di Tawila o nel deserto circostante, portando con sé corpi devastati dalle sevizie e menti svuotate dal terrore. Eppure, se le armi dei paramilitari hanno parzialmente smesso di tuonare dopo il completamento della conquista, la morte ha semplicemente cambiato veste. Ha assunto i contorni invisibili e voraci della carestia, dell’assoluta negazione degli aiuti umanitari, della totale assenza di acqua potabile e medicinali. Il Programma Alimentare Mondiale (PAM) ha esaurito i fondi e lanciato l'allarme: non c'è cibo da distribuire e, laddove arrivano sussidi in denaro, i mercati sono vuoti, deserti, incapaci di offrire anche solo un chicco di grano.


Ciò che ferisce di più, rileggendo le inchieste e i rapporti di Amnesty International e delle Nazioni Unite un anno dopo, non è soltanto la ferocia inaudita dei carnefici, miliziani che si riprendono con lo smartphone mentre ridono sui corpi dei moribondi o che cinicamente ricattano le famiglie disperate chiedendo riscatti impossibili per i prigionieri. Ciò che sgomenta è l’inerzia colpevole della comunità internazionale.
Il Consiglio di Sicurezza dell’ONU resta impantanato in veti incrociati e logiche geopolitiche ciniche, incapace persino di estendere al resto del Paese l’embargo sulle armi, storicamente confinato al solo Darfur e ampiamente eluso.
E mentre le armi continuano a fluire, alimentate da cinici interessi regionali e dal supporto esterno di potenze come gli Emirati Arabi Uniti, pronti a sostenere sottobanco le RSF, le diplomazie si perdono in dichiarazioni di rito. Dall'altra parte, le Forze Armate del Sudan (SAF) continuano a inseguire l'illusione di una vittoria militare a oltranza, rifiutando un cessate il fuoco reale e condannando il proprio popolo a un calvario senza fine.


La tragedia di El Fasher grida vendetta al cospetto della coscienza umana. Ridurre il Sudan a una dimenticata nota a piè di pagina nei notiziari internazionali significa rendersi complici di un genocidio al rallentatore. Quando un intero popolo viene cancellato nell'indifferenza generale, a morire non sono soltanto le decine di migliaia di vittime i cui nomi sono sepolti sotto la sabbia del Darfur: a perdere la vita è l'idea stessa di umanità.







