Tra i più rilevanti dei testi biblici, il tema del sacrificio umano è affrontato nella sua complessità anche da Silvano Petrosino, filosofo e docente dell’Università Cattolica di Milano nel saggio Il sacrificio sospeso (Edizioni San Paolo). È un argomento spinoso, che lascia “trappole” lungo la strada verso la sua corretta comprensione.

Professore, nel suo saggio vengono messi a confronto i due sacrifici di Isacco e Gesù. Nel primo caso Dio vuole il sacrificio di Isacco poi lo nega, nel secondo non interviene nel sacrificio di Gesù e lo lascia morire in croce. Come inquadrare queste decisioni paradossali?

«All'origine di questo libro c'è un dialogo con il mio amico francese Jacques Rolland che obiettava: “Io non posso adorare un Dio che esige il sacrificio del Figlio per salvare gli uomini. Voi cristiani”, mi diceva, “non avete capito la rivoluzione che c'è nel sacrificio di Isacco, c'è la sospensione dei sacrifici umani, mentre voi siete ritornati a una religione sacrificale”. La mia risposta è che Dio non esige il sacrificio del Figlio Gesù, non ha bisogno di quel sacrificio, Dio ha bisogno del sì del Figlio, non del sacrificio del Figlio. Non è Dio che ha sacrificato il Figlio, sono stati gli uomini. Rolland sostiene che è Dio a esigere il sacrificio del Figlio, ma San Paolo cosa dice? “Obbediente fino alla morte in croce”, non obbediente “per la morte in croce”».

Occorre chiedersi come mai gli uomini abbiano questa “inclinazione” per i sacrifici, in modo particolare per il sacrificio umano, pratica molto diffusa in varie civiltà della storia.

«Il Dio dell’Antico Testamento si è comportato inizialmente come tutti gli dèi che richiedono i sacrifici, ma poi ha iniziato a dimostrare che non è come tutti gli dèi. Nel momento in cui sospende il sacrificio, inizia a decostruire l’idea che gli uomini si sono fatti di Dio, l’idea di un essere onnipotente a cui conviene obbedire perché altrimenti li punisce e quindi conviene “tenerselo buono”: è una logica della retribuzione, è la logica che io chiamo “dell’economico”, presente in molto pensiero cattolico: Adamo ha creato un debito in quella che si chiama l’economia della salvezza, quindi c’è bisogno che qualcuno paghi il debito, cioè Gesù. Ma questa è una concezione da ragionieri! Il Dio di Gesù non è più questo tipo di Dio, infatti Lui lo chiama “Padre”. Ma quale figlio paga il padre? E quale padre chiede di essere pagato dal figlio? Questa logica dell’economico investe tutta l’esistenza umana, non solo le banche e i soldi: quante volte, per esempio, nei rapporti affettivi uno rinfaccia all’altro: “Dopo tutto quello che ho fatto per te…”. Questa logica dell’economico deriva dal fatto che noi siamo essere finiti e, siccome non possiamo sfuggire alla morte, dobbiamo in qualche modo organizzare uno scambio economico in vista della salvezza».

La Crocifissione, di Giorgio Vasari.
La Crocifissione, di Giorgio Vasari.
La Crocifissione,  di Giorgio Vasari.

Il sacrificio di Gesù mette fine a tutti i sacrifici, il rituale sacrificale viene sospeso, cancellato. È un cambio di mentalità che ci viene chiesto come cristiani: «Misericordia io voglio e non sacrifici» troviamo scritto in Matteo. È così?

«Sì, effettivamente è così, ci viene chiesto di cambiare questa mentalità. Fra l’altro questa è una citazione di Osea 6. Ci sono due grandi linee nell'Antico Testamento, la linea profetica e la linea legalista, cioè quella del contratto, e Gesù si inserisce nella linea profetica, dove troviamo anche Osea: “Non voglio sacrifici”».

Però ancora oggi facciamo fatica a pensarla così. In un certo cristianesimo diffuso, la logica del sacrificio vale ancora: “Prego perché così poi Dio interviene, accendo la candela in chiesa perché così almeno va bene l'operazione…”. È sempre una logica dello scambio dei doni.

«È ancora così, ma non bisogna essere banali o severi su questo. Lo facciamo non perché siamo egoisti, lo facciamo perché noi siamo esseri finiti, come tutte le cose. E nel momento in cui tu sai che prima o poi la tua vita finirà, inizi a pensare che non puoi aspettare troppo, devi ottimizzare la tua vita. “Non posso aspettare tanto, non so se domani ci sarò. Quindi finché posso, prendo”. Questo discorso è molto interessante e riguarda soprattutto il potere e la politica».

Il valore del sacrificio, nella nostra vita familiare, spesso è girato in positivo, diventa anche insegnamento per i figli. Quanto è corretto questo insegnamento?

«Se tu vuoi suonare il pianoforte, devi imparare le scale. Questo meccanismo è chiaro. Allora dove scatta la “trappola”? Scatta nel momento in cui tu stabilisci un rapporto di causa ed effetto, cioè nel momento in cui tu dici: “Se ho studiato, allora guadagnerò tanto, allora diventerò famoso”, perché nel momento in cui scatta questa trappola, allora l’impegno sembra essere un metodo che porta al fallimento. Quindi bisogna certamente educare al sacrificio, all’impegno, al lavoro, ma non dobbiamo trasformare questo nella pretesa di un risultato sicuro. La trappola è questa logica dell’esigere, “io faccio un sacrificio e allora esigo”. Anche il mio amico Rolland è caduto nella trappola di un'interpretazione sbagliata della morte di Cristo, perché se Dio la esige, allora cade tutto. Ciò che salva non è la morte in croce di Gesù, ciò che salva è il sì al padre di Gesù».

Su questo molti teologi invece la pensano diversamente, ritengono cioè che il sacrificio di Gesù sia indispensabile perché in qualche modo è il sacrificio finale che toglie tutti i peccati e quindi è un passo necessario…

«Necessaria è l’obbedienza, ciò che salva è il rapporto tra il Figlio e il Padre. San Paolo ha capito tutto quando dice che in Gesù “c’è stato il “’sì’” (2 Corinzi): è questo che salva, non il gesto in sé. Cosa convince, per esempio, il centurione sotto la croce? Secondo me lo convince il fatto che Gesù non maledice la vita. Avrebbe tutti i motivi per maledire la vita, è solo, abbandonato non solo dagli apostoli, ma anche dal padre, eppure continua a perdonare e benedire. Questo salva il mondo».

Silvano Petrosino, 71 anni, filosofo e docente dell’Università Cattolica di Milano.
Silvano Petrosino, 71 anni, filosofo e docente dell’Università Cattolica di Milano.
Silvano Petrosino, 71 anni, filosofo e docente dell’Università Cattolica di Milano.