Tra le onde del mare in tempesta un ragazzo tende un braccio, disperato. Sulla barca in legno un coetaneo allunga una mano. Lo sta aiutando, pensi. «Può salvarlo o spingerlo ancora più sotto», dice il giovane cicerone. La Cappella Sistina dei giovani, affrescata nell’antica cisterna romana di Nisida, nasce dalle vite dei ragazzi del carcere minorile. Il progetto è stato realizzato con la benedizione di papa Francesco e l’aiuto di Scholas Occurentes, la Fondazione argentina voluta da Bergoglio per i minori a rischio. Tra sirene e draghi, neri intensi e sprazzi di colore, i ragazzi in queste immagini hanno raccontato paure, delusioni, sogni, relazioni familiari complicate e il rapporto con una città che può stregare, come la Sirena partenope, ed essere matrigna. La luce e la sua ombra sono una costante, come la bellezza del Golfo di Napoli vista attraverso le sbarre. Lo racconta bene Fede, uno degli autori del murales e protagonista di un capitolo di Guerrieri. È un libro (edizioni Il Pellegrino) che, attraverso vicende verosimili, aiuta a entrare a Nisida senza semplificazioni. Lo ha scritto Gianluca Guida, 59 anni, che da 30 anni dirige questo carcere minorile. I ragazzi li guarda negli occhi. Si riconoscono. Nei silenzi, nel non detto, tra i sorrisi e le cordialità di rito, nelle domande apparentemente banali, scorre una comunicazione che rimanda ad altri colloqui, privati, dove aleggia la scommessa su orizzonti futuri possibili, su tagli netti con il passato.

Uno dei ragazzi che ha partecipato alla realizzazione della “Cappella Sistina di Nisida”, progetto artistico realizzato da alcuni giovani dell’Istituto con il supporto della Fondazione pontificia Scholas Occurrentes
Uno dei ragazzi che ha partecipato alla realizzazione della “Cappella Sistina di Nisida”, progetto artistico realizzato da alcuni giovani dell’Istituto con il supporto della Fondazione pontificia Scholas Occurrentes
Uno dei ragazzi che ha partecipato alla realizzazione della “Cappella Sistina di Nisida”, progetto artistico realizzato da alcuni giovani dell’Istituto con il supporto della Fondazione pontificia Scholas Occurrentes e la collaborazione dell’Accademia delle Belle Arti di Napoli, osserva un dettaglio del murales Le illustrazioni dei murales rappresentano non solo simboli della città di Napoli ( come la sirena Partenope ) ma anche l’infanzia e le paure dei ragazzi.

Offrire una possibilità

Guida ci crede, i ragazzi per lui sono Guerrieri. «È un modo innanzitutto per riconoscere dignità. Perché quando si combatte una guerra ci si trova sempre su fronti contrapposti. C’è chi la vince, c’è chi la perde. I nostri ragazzi hanno combattuto dalla parte sbagliata, nelle loro storie hanno dovuto vivere una condizione di battaglia quotidiana, sconfiggere tante difficoltà, tanti mostri, tanti limiti. Ancor più di molti adulti. Credo sia un dovere rendergli l’onore delle armi». In quelle battaglie, sostiene, hanno sviluppato resistenza, determinazione e attitudine alla lotta, capacità che possono essere rimesse al servizio della cura di sé e delle relazioni. A questo punta il progetto Nisida.

Trasformare la detenzione in un’occasione per cambiare strada è la scommessa di educatori, agenti e operatori, che sono in prevalenza donne. «La nostra strategia di intervento lavora sui bisogni dei ragazzi, su ciò che ha determinato la loro devianza. Di certo incide la cultura criminale e il radicamento delle loro famiglie in un certo sistema, ma soprattutto sono storie di vita fortemente segnate da carenze, da violenze, da fratture che hanno conseguenze sul loro comportamento».

Nel carcere sul promontorio da cui nel 667 partirono alcuni benedettini per evangelizzare l’Inghilterra («dei monaci di Nisida si parla in alcuni manoscritti conservati al British museum»), ogni ragazzo – al momento sono una settantina – è seguito da un educatore. Nell’Istituto si circola liberamente e la giornata alterna scuola, sport, laboratori artigianali — pasticceria, ceramica, pizza, giardinaggio, teatro e musica — e percorsi sulle dipendenze, le relazioni familiari e l’agito violento.

Intervento su più dimensioni

«Ci siamo dati tre linee di intervento. La prima è l’alfabetizzazione linguistica. Quasi tutti arrivano con la licenza media, ma hanno un altissimo livello di analfabetismo, difficoltà a leggere e a scrivere, con tutto ciò che questo comporta, nel senso di capacità di attivazione di certi meccanismi logici. Qui la scuola è imposta. Ed è uno dei motivi di conflitto più forte, malgrado i docenti cerchino di attivare sistemi di avvicinamento che siano quanto più possibile confacenti alle loro capacità. Una seconda linea è l’alfabetizzazione alle competenze manuali. Non puntiamo a dare un’occupazione, ma cerchiamo di lavorare su tutta una serie di gap culturali che impedirebbero qualunque competenza lavorativa. Attraverso la metodologia del laboratorio artigianale, di un saper fare manuale, cerchiamo di dargli tempi, ritmi e una capacità di lavorare insieme. Il terzo livello di azione, che è quello al quale noi teniamo di più, è un’alfabetizzazione alle emozioni. Non sono in grado di riconoscere la loro emotività e la qualità della relazione con l’altro. Come non sanno leggere il male che gli è stato fatto, nelle relazioni, che spesso sono state sottraenti, così non sono neanche in grado di dare qualità alle relazioni che vanno a costruire, col partner e con i figli. Tre anni fa, volendo soddisfare un bisogno che è nato dalla tragedia di Giulia Cecchettin, abbiamo organizzato un laboratorio sull’affettività».

Alcuni giovani detenuti guardano il Golfo di Napoli dal belvedere dell’Istituto.
Alcuni giovani detenuti guardano il Golfo di Napoli dal belvedere dell’Istituto.
Alcuni giovani detenuti guardano il Golfo di Napoli dal belvedere dell’Istituto. (Foto di Yarin Trotta del Vecchio)

Ispirazione ignaziana

Calabrese di nascita, arrivato a Napoli da bambino, nei sogni materni Gianluca Guida doveva diventare magistrato. Ha invece intrapreso il percorso nell’amministrazione penitenziaria, anche grazie a un’esperienza come animatore di strada nel rione Traiano con l’associazione Incontro, di ispirazione ignaziana. «Facevano un’attività di grande valore sociale, perché animavano il quartiere. In spazi abbandonati tra i palazzi, cercavano di far scendere i bambini da casa e farli giocare. Sicuramente devo a questa esperienza la sensibilizzazione rispetto al tema». Risale a quel periodo l’incontro con Barbara, la moglie, impegnata nel doposcuola nella stessa associazione. Hanno due figli, di 26 e 22 anni, Mario e Francesco. Come si concilia famiglia e lavoro? «Ho seguito il consiglio di una collega: “Coinvolgili, non lasciarli fuori”». Ed è stato così. «I ragazzi non hanno pregiudizi sul mio lavoro. Crescendo hanno capito cosa è il carcere, di fronte ai momenti di perplessità avevano gli strumenti per superarli». «Mario, il più grande, ha in camera una fotografia che gli regalò uno dei ragazzi, con l’autografo del Pocio Lavezzi, un idolo del Napoli calcio».

Nei viali dell’Istituto spiccano murales realizzati da diversi artisti e installazioni nate da laboratori e donazioni. Tra gli ambienti comuni c’è la cappella con l’abside che guarda il mare. Il sabato si celebra Messa, durante la settimana il cappellano, don Fabio De Luca, accompagna i ragazzi nelle attività. Foto e articoli alle pareti dei locali comuni ricordano incontri con protagonisti della cultura e dello spettacolo: Eduardo De Filippo, che volle regalare un teatro a Nisida, il concerto di Riccardo Muti, la visita di Jovanotti, attori del film La salita di Massimiliano Gallo e della serie Mare fuori, che a Nisida si ispira.

View of the Island of Nisida. Nisida, February 2021. Known since ancient times for its beauty, Nisida is part of the Flegrean islands archipelago and is located west of Naples. In 1936 it was connected to the coast by an artificial isthmus and, at the same time, was converted by the fascist regime from a hospital to a judicial agricultural colony for the re-education of minors. Currently on the island there are only the Naples' juvenile hall and some military structures. Thanks to the ban on access to the public, Nisida is characterized by an almost untouched nature, an aspect that has attracted the attention of companies that have tried in vain over the years to propose the construction of resorts.
View of the Island of Nisida. Nisida, February 2021. Known since ancient times for its beauty, Nisida is part of the Flegrean islands archipelago and is located west of Naples. In 1936 it was connected to the coast by an artificial isthmus and, at the same time, was converted by the fascist regime from a hospital to a judicial agricultural colony for the re-education of minors. Currently on the island there are only the Naples' juvenile hall and some military structures. Thanks to the ban on access to the public, Nisida is characterized by an almost untouched nature, an aspect that has attracted the attention of companies that have tried in vain over the years to propose the construction of resorts.
Nella foto: il promontorio di Nisida, nel Golfo di Napoli, sulla cui cima si trova il carcere minorile. (Foto di foto di Yarin Trotta del Vecchio)

Scegliere il bene

«Sento il bisogno di far crescere la capacità comunicativa del mondo del carcere», dice Guida. «Nell’immaginario collettivo chi lavora qui assorbe la negatività: uno stereotipo che vogliamo combattere. È difficile immaginare che ci siano persone in gamba, professionisti di valore...».

In un murale di Maupal, la palla al piede del giovane detenuto che esce dal carcere diventa un mondo fiorito nella sua mano. «Dare fiducia e lavorare con chi ha sbagliato non vuol dire giustificare nulla. Aver fatto certe cose è male, ma questo non significa che la persona sia male. Io non lavoro con il fatto, il fatto è un evento. Io lavoro con la persona che ha operato il male ma che può agire anche il bene. E il bene lo devo tenere presente, perché verso quello devo orientare la sua azione», scandisce Guida. Per lui e la sua équipe credere in questi ragazzi «non vuol dire negare il disvalore di quello che hanno commesso, ma fare in modo che abbiano una seconda opportunità».