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L’arcivescovo di Milano Mario Delpini celebra nel Duomo di Milano i funerali delle sei vittime dell’incendio nella Rsa Casa per Coniugi il 21 luglio 2023
La celebrazione dei funerali non può ridursi a un rito sbrigativo di condoglianze né il dolore per la perdita di una persona cara può essere lasciato alla sola dimensione privata.
È il richiamo dell’arcivescovo di Milano, Mario Delpini, che, alla vigilia della ricorrenza della Commemorazione dei defunti del 2 novembre, ha scritto una Lettera alle comunità cristiane sulla celebrazione delle esequie e la professione di fede nella risurrezione. Un documento che unisce una riflessione sul significato cristiano della morte ad alcune indicazioni concrete per le parrocchie, i sacerdoti, i familiari e le agenzie di onoranze funebri.
«Gesù risorto è l’unica parola di speranza: chi muore con Gesù, con Gesù risorge», scrive l’arcivescovo, ricordando che ogni funerale è un’occasione per annunciare la risurrezione e per essere vicini a chi soffre. Il riferimento normativo resta il Direttorio diocesano per la celebrazione delle esequie pubblicato il 23 giugno 2017. La nuova lettera intende però richiamare alcune attenzioni specifiche, capaci di fare della celebrazione un’occasione di «evangelizzazione e di fraternità».
Il punto di partenza è la dimensione comunitaria del lutto: «Il dolore per la morte di una persona cara è intimo, ma non privato. La dimensione comunitaria del dolore e della speranza deve essere custodita e promossa da tutta la comunità», sottolinea Delpini. Per questo non sono chiamati a intervenire soltanto i sacerdoti: anche i laici possono assumere un ruolo importante nell’accompagnamento delle famiglie, nell’animazione della preghiera in chiesa e nelle celebrazioni di suffragio nelle case del commiato e al cimitero.


L'arcivescovo Mario Delpini
(ANSA)Discorsi di commiato
Uno dei passaggi più concreti della lettera riguarda gli interventi di familiari e amici durante i funerali. Il desiderio di ricordare il defunto e di condividere con gli altri il dolore è comprensibile, ma può tradursi in discorsi eccessivi o poco adatti al contesto liturgico: «Si è ormai diffusa la consuetudine di aggiungere altre parole di congedo, condivisioni di ricordi, di meriti, di imprese. Non raramente gli interventi risultano troppo numerosi, troppo lunghi, troppo sgraziati», osserva l’arcivescovo.
La soluzione non è vietare ogni intervento, ma stabilire alcune regole: «È dunque opportuno che essi vengano previamente concordati, per numero, ampiezza e contenuti, con chi presiede la celebrazione, in conformità con le consuetudini della comunità». Delpini suggerisce inoltre di collocare questi discorsi fuori dalla Messa: «È consigliabile che avvengano a celebrazione conclusa dopo che i ministri e i ministranti si siano recati in sacrestia, rendendo così evidente come tali interventi non siano parte costitutiva della celebrazione stessa».
Offerte alla parrocchia
Un altro chiarimento riguarda il denaro. L’arcivescovo è esplicito: il funerale non deve diventare una prestazione con un prezzo stabilito dalla parrocchia, né l’offerta per la Chiesa deve essere inserita nel conto presentato dall’agenzia funebre: «Per la celebrazione del funerale non c’è una tariffa da versare alla parrocchia. Le agenzie di onoranze funebri sono pertanto tenute a non indicare nei loro tariffari l’offerta per la Chiesa», scrive Delpini. E aggiunge che «non è nemmeno opportuno che durante la celebrazione delle esequie vengano raccolte offerte». Resta possibile, invece, un gesto libero da parte dei familiari dei defunti i quali, spiega l’arcivescovo, «possono trovare nelle esequie del loro caro l’occasione per un’eventuale offerta libera alla parrocchia, per contribuire alle spese, al sostentamento del clero, alle opere della parrocchia e della carità».
Il documento affronta anche il rapporto con le imprese funebri, chiedendo che non diventino un ostacolo al contatto tra la comunità cristiana e i parenti: «Per quanto è possibile il prete, il diacono, i ministri incaricati devono cercare un rapporto diretto con la famiglia del defunto. Il servizio delle onoranze funebri non deve rappresentare un filtro, quanto piuttosto un tramite per l’incontro con i parenti».
Cremazione e ceneri
La lettera dedica un passaggio specifico alla cremazione e alla destinazione delle ceneri. Delpini richiama la tradizione cristiana della sepoltura ma tiene conto della diffusione della cremazione, indicando l’importanza di una collocazione che custodisca anche il significato comunitario della preghiera per i defunti: «La visita al cimitero per una preghiera di suffragio può costituire un aiuto nell’onorare i resti mortali dei nostri defunti: per questo è auspicabile che le ceneri vengano custodite nel cimitero del paese», scrive l’arcivescovo che precisa: «Conservare le ceneri in casa contraddice la dimensione comunitaria della vita, della morte, della preghiera dei fedeli». Per favorire questa prassi, Delpini propone un’iniziativa concreta: «Si potrebbe proporre un momento comunitario settimanale, durante il quale accogliere in cimitero e benedire le urne delle ceneri, in un orario conveniente e praticabile, per esempio nella mattinata del sabato». Nelle città, dove i cimiteri possono essere lontani dalle abitazioni e difficili da raggiungere soprattutto per le persone con problemi di mobilità, viene indicata anche un’altra possibilità: custodire le ceneri in uno spazio adatto della chiesa parrocchiale o di una chiesa sussidiaria, individuato eventualmente con l’aiuto degli uffici competenti della Curia.


Una famiglia al cimitero Monumentale di Milano
(ANSA)La celebrazione va curata
La qualità dei funerali è un altro punto centrale. L’arcivescovo invita le parrocchie a non trasformare le esequie in una routine, ma a prepararle con attenzione, coinvolgendo la comunità e tenendo conto delle situazioni concrete: «Nel rapporto con le famiglie è possibile concordare le forme della celebrazione, tenendo presente la sensibilità delle diverse persone, le consuetudini della parrocchia, la disponibilità dei ministri», spiega Delpini. La scelta tra Messa e liturgia della Parola, dunque, «non può risultare dall’imposizione di uno schema uniforme, o venire compiuta soltanto dal ministro che presiede». La lettera ricorda anche che, quando il funerale non comprende la Messa, il rito prevede che venga celebrata successivamente una Messa di suffragio, nel giorno più opportuno. In ogni caso, è necessario curare i diversi elementi della celebrazione: canti, letture, segni del lutto e della speranza. L’obiettivo è evitare che la morte sia accompagnata dall’anonimato e dall’indifferenza. Per questo Delpini auspica che in ogni comunità sia presente un gruppo di persone incaricato di preparare le esequie e di esprimere vicinanza alla famiglia.
Dopo il funerale
L’accompagnamento non si esaurisce con la celebrazione. Il lutto continua nei giorni successivi, quando la famiglia deve fare i conti con l’assenza e con un dolore che spesso rischia di diventare solitudine. Per questo l’arcivescovo invita le comunità cristiane a mantenere viva la prossimità anche dopo il funerale. «Terminate le celebrazioni, la comunità cristiana dovrebbe trovare il modo di accompagnare tali persone con segni di attenzione e di prossimità: si è creato infatti in loro un vuoto che non si può colmare, una pena che non si può consolare, se non con intensa preghiera e con sollecitudine fraterna». La preghiera per i defunti, infine, non è soltanto un gesto di memoria, ma una professione di fede nella vita che continua oltre la morte: «Essa esprime la fede della comunità cristiana che la vita non è tolta, ma trasformata e a chi muore in pace con Dio è dato il possesso di una gioia senza fine».
È questa la prospettiva che attraversa l’intera lettera: fare delle esequie non un adempimento da sbrigare ma un momento in cui la comunità annuncia la speranza cristiana della risurrezione e si prende cura di chi resta.







