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Con queste parole il Teatro alla Scala di Milano ha dato la notizia della scompara del pianista Maurizio Pollini: «Si è spento a 82 – scrive il Piermarini in una nota – «uno dei grandi musicisti del nostro tempo e un riferimento fondamentale nella vita artistica del Teatro per oltre cinquant’anni». Nato nel 1942 e cresciuto a Milano, a 15 anni ha vinto il suo primo concorso internazionale e a 16 anni ha debuttato alla Scala eseguendo in prima assoluta la Fantasia per pianoforte e strumenti a corda di Ghedini diretto da Thomas Schippers. Nel 1960, da poco diplomato al conservatorio di Milano, vinse il prestigioso Concorso Chopin a Varsavia, e si racconta che Arthur Rubinstein, che era tra i giurati, abbia commentato: «Questo giovane suona tecnicamente già meglio di tutti noi». Alla Scala cui è rimasto sempre legato è tornato per oltre 150 recital e concerti da solista o coi direttori più importanti, a cominciare da Claudio Abbado, amico e a lui affine per prestigio e temperamento. Tra i simboli della musica italiana nel mondo Pollini ha suonato nelle più importanti sale da concerto del mondo, con le migliori orchestre e i principali direttori, ha lasciato molte importanti incisioni e ricevuto innumerevoli riconoscimenti.
Quando al compimento degli 80 anni ebbe occasioni di fare bilanci ammise di «Sentire una certa fatica. I pianisti invecchiano, certo, ma dalla loro hanno un ottimo antidoto, la musica. Suonare ogni giorno per ore e ore fa meglio dell'andare in palestra: tiene sveglio il cervello, agili le mani. Alla tastiera passano i dolori, si dimenticano gli anni. Soli, immersi nella musica, il tempo si ferma. A volte persino va indietro e si torna giovani».
Da pieanista si era perfezionato con Arturo Benedetti Michelangeli da cui aveva imparato a coniugare ragione e sentimento: «Credo oggi la mia interpretazione sia più libera nel ritmo e che ci siano maggiori elementi di 'rubato" - raccontava ormai da musicista maturo riflettendo sugli effetti che il tempo aveva avuto sulle sue interpretazioni - ma restando sempre lontano da esagerazioni di fine Ottocento».
Credeva nel rispetto dello spartito, nella filologia, senza eccessi di virtuosismo. Ma non era rigido, era vissuto in una casa di artisti: il padre era un famoso architetto di stampo razionalistico, la madre una musicista, lo zio il pittore e scultore Fausto Michelotti.
Non ha mai cessato di considerare l'arte non un accessorio distaccato dal mondo ma una forma di impegno anche civile che lo aveva portato negli anni Settanta a suonare in luoghi non convenzionali come scuole e fabbriche e non rinunciò mai alle sue opinioni. A 72 anni presentando le 32 sonate per pianoforte di Beethoven incise per Deutsche Grammophon, opera che considerava la summa della ricerca di una vita, spiegò: «in politica non mi metterei mai» anche se «la politica intesa come interesse per la vita pubblica deve essere tra le priorità di ogni cittadino. In questi giorni ci dicono che se non azzeriamo le emissioni di gas la terra morirà. Come rimanere indifferenti? E poi la guerra. Occorre dire con forza, oggi più che mai, un fermo no a tutte le forme di violenza». Parole che oggi suonano come un testamento.
Alla passione per Beethoven univa repertorio ampio: da Bach a Mozart, passando per Chopin senza disdegnare i contemporanei come Non e Berio. Negli ultimi anni ha spesso sperimentato e collaborato con altri musicisti senza paure del nuovo. Anche perché credeva nel rinnovamento, nell'educazione, tante volte aveva criticato l'assenza di una formazione musicale nella scuola e la fissità dei programmi dei conservatori che criticava perché ancora troppo simili a quelli dei suoi tempi. Una cosa che non esitava a bollare come "ridicola". Guardava avanti, lontano. Oggi che ci precede non resta che seguire la strada che ha indicato.
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