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Un gioco di teatro nel teatro
E se lo ricorda bene anche Zubin Mehta: “Ero giovane nel 1965 e non capivo bene l’italiano. Il primo giorno Strehler mi fece una spiegazione di 20 minuti. Io annuivo, ma non comprendevo nulla. Poi, mano a mano che lo spettacolo si creava in scena capivo che stava per realizzarsi un capolavoro. Lui urlava sempre, e sempre in italiano: intuivo solo le parolacce. Ma alla fine….che magia!”. Fu un successo strepitoso: “Alla prima c’era Karajan entusiasta, e c’era Luchino Visconti che non finiva di fare complimenti. Solo a Klemperer (grande direttore tedesco del tempo, ndr) non piacque per nulla. L’ho fatto per altre otto estati a Salisburgo. E poi è stato proposto per altri quattro anni”. In due parole: un allestimento indimenticabile che poi conquistò la Scala nel ’72 e che ora ritorna con un cast da tutti definito eccellente, con Lenneke Ruiten nel ruolo di Kostanze. Ma cosa è cambiato da allora ad oggi? “Era ed è un gioco di teatro nel teatro, nel quale i personaggi si trasformano in silhouette quando cantano e tornano in piena luce quando recitano”, perché il Ratto” è un’opera che alterna musica e recitazione.
“Allora era una grandissima novità” - spiega di nuovo Testi - “oggi dobbiamo adattare le luci alla nostra sensibilità. Ma l’idea di fondo non cambia”. Dal punto di vista del soggetto Mehta sottolinea “la modernità dell’intuizione di Mozart: nella sua musica c’è infatti una grande attenzione per il mondo e la sensibilità della donna”. Ed anche il personaggio di Selim – il principe turco che tiene prigionieri i due protagonisti essendo innamorato di Kostanze e che alla Scala viene interpretato da Cornelius Obonya, straordinario esponente di una dinastia di attori austriaci – dimostra il genio di Mozart, come spiega lo stesso Obonya: “Selim è un uomo ricco e potente, ma dentro di sé non ha l’amore, e quindi non ha la musica. E per questa ragione Mozart ha voluto un attore”. E sarà proprio il musulmano Selim alla fine dell’opera a comprendere le ragioni del cuore di Kostanze e Belmonte, donando loro la libertà. E, conclude Obonya, “anche questa è una visione di Mozart che a noi pare di grande attualità”.




