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L'artista Sergio Padovani davanti a una delle sue opere nella Chiesa di Santa Maria dei Padri domenicani a Soave.
Appena entrato nella Chiesa dei Padri Domenicani di Soave, che ospiterà la mia personale Croci incomplete, l’istinto è stato quello di respirare più lentamente. Di trovare il ritmo giusto per approcciare le mura, cariche di storia, che sembravano guardarmi silenziose.
Il silenzio.
Ecco, forse quello era la chiave per capire, da subito, che tipo di convivenza sarebbe stata quella tra questa magnifica chiesa ed il mio lavoro.
Ed allora, ascoltando il silenzio, ho potuto immaginare, elaborare la strada nella mia testa; una strada concettuale, di riferimento, che abitualmente cerco in qualunque luogo io esponga. Eccola: Croci incomplete nasce dalla mia rincorsa del “sacro”, inteso come condizione umana che è indivisibile dalla propria, intima salvezza.
Sacra è la famiglia, la casa, il lavoro, la vita....
Le opere raccolte in questa mostra non cercano la fede o la consolazione, ma rappresentano una ferita aperta. La pittura diventa corpo vulnerabile, atto imperfetto, superficie attraversata dal tempo, creata dall’errore, succube della materia.
Esporre nella chiesa di Soave significa confrontarsi con uno spazio che ha dentro di sé secoli di immagini, di preghiere, di presenze e di assenze.
Di silenzi.
In questo contesto le mie opere vogliono entrare in un vortice di tensione virtuosa con l’iconografia e l’architettura presente, lasciandola armonizzare lentamente con esse, senza toglierle ossigeno, senza...spegnerla.
Le figure sui muri appaiono consumate, interrotte, incomplete, appunto. Santi che sembrano emergere dalla rovina, volti cancellati, carne che si fa luce ed ombra contemporaneamente. Sembra descrivere la mia pittura!
La croce, qui, non è soltanto simbolo cristiano, è struttura fragile della nostra fragile esistenza, segno universale di mancanza ma soprattutto di resistenza. Una croce incompleta non è una croce negata, è un’immagine che continua a cercare il proprio compimento senza mai raggiungerlo davvero, dove il desiderio di finitezza è il motore della ricerca eterna. Un incontro di linee perpendicolari che provengono da direzioni diverse ma alla fine trovano un fulcro di essenza inviolabile. Come il senso dell’Arte, per me.
Come la nostra vita, per me.


La pittura, dunque, agisce come un processo “di acquisizione della verità” attraverso lo scontro quotidiano con la vita, inseguendo la dimensione del nostro sacro “personale” che non viene “illustrato”, ma, attraverso la ferita, lo sbaglio, l’abrasione, lo “scavo”, viene, in qualche modo, messo alla prova, cercandone le tracce residue dentro un presente dominato dalla velocità e dal consumo continuo e facile.
In Croci incomplete la figura non è mai stabile; i corpi oscillano tra apparizione e dissolvimento, tra icona e maceria, tra bellezza e deterioramento, tra deformità e rassicurazione, tra spiritualità e carne. L'infinita tensione virtuosa tanto ricercata.
E questi personaggi, “crocifissi” sulla tela, non vogliono rassicurare lo sguardo, non è il loro mestiere, ma costringerlo a sostare davanti alla nostra fragilità, davanti al nostro contemporaneo sentire: ogni volto custodisce qualcosa che sta per scomparire, che è però importantissimo per legarci ancora alla vita e, soprattutto, per credere ad essa.
L’incompletezza diventa così una condizione che ha a che fare con la nostra stessa esistenza, in spiritu et in carne: è la distanza salvifica tra la verità ed il bisogno di trascendenza dell’uomo.
Voglio credere che le mie pitture “abitino” questa distanza.
Sicuramente non offrono risposte ma resti, visioni parziali, follie, frammenti del “nostro sacro”, sopravvissuto alle rovine quotidiane. Sembrano raccontare un luogo di combattimento tra costruzione e cancellazione, tra presenza e assenza, tra la verità che vorremmo e la verità che portiamo sulle spalle.
Le opere di Croci incomplete non chiedono di essere comprese immediatamente, tutt’altro: chiedono, anzi urlano, la necessità di una contemplazione, come reliquie contemporanee, sopravviventi alla loro enorme imperfezione.
Ed è forse proprio in questa frattura, in questa mancanza mai colmata, che il sacro torna a manifestarsi, non come certezza, ma come domanda eterna che continua a bruciare dentro un’immagine.
In silenzio.
LA MOSTRA
Fino al 6 settembre 2026 (ingresso gratuito)
Luogo: Chiesa di Santa Maria dei Padri Domenicani - Soave (Verona)
Titolo mostra: Sergio Padovani. Croci incomplete
A cura di: Roberta Tosi, storica e critica d’arte



