Ora che il crime in Tv è dappertutto, anche Belve si tinge di nero. Lo spin-off, la costola del programma di Rai 2 ideato e condotto da Francesca Fagnani, aveva esordito, l’anno scorso, con la controversa intervista a Massimo Bossetti, condannato in via definitiva per l’omicidio di Yara Gambirasio. Ora Belve Crime fa il bis, portando in prima serata, nelle case di milioni di italiani, l’inquietante volto di Roberto Savi, il capo di una vera e propria organizzazione criminale – la “banda della Uno Bianca” – che fra 1987 e il 1994 commise più di cento delitti, provocando 24 vittime e il ferimento di 115 persone.

Qual è il senso di questa “mediatizzazione” di efferati criminali, i cui delitti sono stati accertati da giudizi definitivi? Era la domanda che già ci ponevamo a proposito di Bossetti, e che ora ritorna d’attualità. Proviamo a spiegarne le motivazioni sul piano mediale.

Belve Crime è ripartito con una formula che ci riconduce esattamente al programma originario: tre interviste – si parte da Katharina Miroslawa, “la mantide di Parma”, condannata per l’omicidio dell’amante Carlo Mazza, si prosegue con Savi e si chiude con Rina Bussone, la rapinatrice romana testimone nel processo per l’omicidio del narco ultrà Fabrizio Piscitelli detto Diabolik, corredate dagli elementi ormai iconici del programma, dalla scenografia “total black” al taccuino rosso con gli appunti della conduttrice. La domanda di fondo è una: è questo il contesto giusto per riattraversare delitti atroci, che sono altrettante ferite aperte per i parenti delle vittime, queste ultime per lo più dimenticate? Insomma, intervistare un omicida seriale non è la stessa cosa che chiacchierare con Amanda Lear o Cristiano Malgioglio. Eppure – ed è questo che stride più in Belve Crime – la formula è la esattamente la medesima, offerta, per di più, dal servizio pubblico.

Rina Bussone con Francesca Fagnani ospite di Belve crime il 5 maggio su Rai2, Roma, 5 Maggio 2026. ANSA/US BELVE ++FOTO DIFFUSA DALL'UFFICIO STAMPA DI BELVE- USARE SOLO PER ILLUSTRARE OGGI LA NOTIZIA INDICATA NEL TITOLO - NON ARCHIVIARE – FOTO NON IN VENDITA - DA USARE SOLO PER FINI GIORNALISTICI - NPK+++
Rina Bussone con Francesca Fagnani ospite di Belve crime il 5 maggio su Rai2, Roma, 5 Maggio 2026. ANSA/US BELVE ++FOTO DIFFUSA DALL'UFFICIO STAMPA DI BELVE- USARE SOLO PER ILLUSTRARE OGGI LA NOTIZIA INDICATA NEL TITOLO - NON ARCHIVIARE – FOTO NON IN VENDITA - DA USARE SOLO PER FINI GIORNALISTICI - NPK+++
Rina Bussone con Francesca Fagnani ospite di Belve Crime il 5 maggio su Rai 2 (ANSA)

Francesca Fagnani ha portato al successo il programma grazie a due ingredienti: il contraddittorio serrato e l’ironia. Sono ingredienti che faticano ad adattarsi a molti di questi oscuri personaggi.

Nell’intervista a Miroslawa questi limiti sono evidenti. Sul piano del confronto serrato, sembra che tre gradi di giudizio non bastino. Dopo la Cassazione c’è il giudizio dei media, quello cui vogliono appellarsi gli ospiti che si fanno intervistare. Dal loro punto di vista provano a chiamarsi innocenti, come fa Miroslawa. Ma non resta, così, l’amara sensazione che la Tv si presti a “umanizzare” e giustificare persino l’omicidio? Quanto all’ironia, che a volte affiora («ah, lei sarebbe stata ingenua?»), risulta per lo più fuori luogo, visti i temi. Tutta questione di contesto, dunque: già Franca Leosini intervistava i criminali, ma qui il rischio è di “belvizzarli”, dunque di mitigarne il delitto. E, oltre al fatto che si tratta di Rai, di servizio pubblico, sappiamo anche benissimo che questi frammenti di interviste, poi del tutto de-contestualizzati, viaggiano oggi, liberi e “senza rete”, sui social media.

L’intervista a Roberto Savi fa però un salto di qualità. Qui il confronto serrato pare inutile, l’intervistato è più reticente che ciarliero, insinua più che svelare. L’ironia è chiaramente fuori discussione. Ma succede qualcosa che ci riporta al più discusso caso di “true crime”, il delitto di Garlasco.

Nella vicenda relativa alla morte di Chiara Poggi i media sono andati ben oltre al ruolo di testimoni: sono diventati attori nella riapertura del caso. Le mezze dichiarazioni di Savi, trent’anni dopo l’arresto, riportano così il caso in Procura: esistono davvero quelle inquietanti “coperture” cui ha accennato l’intervistato? Se è così, perché Savi non ne ha parlato coi magistrati? Certo, Fagnani ha centrato perfettamente la notizia. Ma quella sensazione di uso strumentale della Tv appare qui – come già nel caso di Bossetti – più avvilente che rassicurante.