C’è una notte, nell’estate del 1969, che segna uno spartiacque nella storia americana. Non solo per la violenza inaudita che esplode sulle colline di Los Angeles, ma perché da quel momento l’America smette di credere davvero alla propria innocenza. C’era una volta… a Hollywood, ultimo film di Quentin Tarantino a oggi, parte da lì senza mai mostrarlo direttamente, aggirando l’orrore per raccontare tutto ciò che lo precede: un mondo che sta finendo senza saperlo, una Hollywood che continua a recitare mentre la realtà prepara il suo colpo più crudele. In onda su Rai 5 lunedì 26 gennaio alle 21.20, il film è molto più di un esercizio di stile o di nostalgia cinefila: è una riflessione sul potere del cinema di riscrivere il dolore, di immaginare un finale alternativo quando la Storia si è rivelata implacabile.

la locandina del film di Quentin Tarantino C'ERA UNA VOLTA? A HOLLYWOOD
la locandina del film di Quentin Tarantino C'ERA UNA VOLTA? A HOLLYWOOD
la locandina del film di Quentin Tarantino C'ERA UNA VOLTA? A HOLLYWOOD (ANSA)

Tarantino costruisce il suo racconto come una favola malinconica, scandita da giornate apparentemente ordinarie. Al centro ci sono Rick Dalton e Cliff Booth, interpretati rispettivamente da Leonardo DiCaprio e Brad Pitt. Il primo è un attore televisivo in declino, simbolo di una Hollywood che sta perdendo i suoi volti familiari; il secondo è uno stuntman fedele e silenzioso, figura laterale e insieme essenziale, incarnazione di una mascolinità opaca, ambigua, quasi fuori dal tempo. Attraverso di loro, il regista racconta il senso di spaesamento di un’industria che non riconosce più se stessa, travolta da nuovi linguaggi, nuovi volti, nuove sensibilità.

Sharon Marie Tate (Dallas, 24 gennaio 1943 – Los Angeles, 9 agosto 1969) è stata un'attrice e modella statunitense

Sharon Tate: un talento stroncato troppo presto

Accanto a loro si muove Sharon Tate, interpretata da Margot Robbie con una grazia che sfiora la trasparenza. Tarantino la filma come una presenza luminosa, mai come una vittima annunciata. La segue nei suoi gesti quotidiani, nei suoi spostamenti per la città, soprattutto in uno dei momenti più intensi del film: quando entra in un cinema per guardare se stessa sullo schermo. È una scena apparentemente semplice, ma carica di significato. Sharon ride, osserva le reazioni del pubblico, assapora il successo senza alcuna ombra di presagio. Il regista sceglie deliberatamente di sottrarla alla retorica del martirio, restituendole un’esistenza piena, concreta, viva.

È proprio questa scelta che rende il film profondamente perturbante. Lo spettatore sa cosa accadrà, conosce il nome di Charles Manson, conosce la ferocia dei delitti compiuti dalla sua “famiglia”. Manson aleggia sul film come una presenza laterale, mai centrale, ma costante. È il volto oscuro di un’utopia degenerata, il prodotto malato di un’America che aveva promesso libertà e si ritrova a fare i conti con la violenza più cieca. Tarantino lo inquadra per pochi istanti, quanto basta per ricordare che la controcultura, senza anticorpi, può trasformarsi in fanatismo.

La vera storia: Charles Manson e la Manson Family

La storia vera è nota e continua a inquietare. Tra l’8 e il 9 agosto 1969, alcuni seguaci di Manson entrano nella casa di Cielo Drive e massacrano Sharon Tate, incinta di otto mesi, insieme ad altre quattro persone. Non è solo un delitto: è la fine simbolica degli anni Sessanta, del sogno hippie, della convinzione che l’amore libero e la ribellione giovanile potessero cambiare il mondo senza pagare un prezzo altissimo. Da quel momento, l’America scopre che la violenza non è un incidente, ma una possibilità sempre presente.

C’era una volta… a Hollywood prende atto di tutto questo, ma sceglie un’altra strada. Nel finale, Tarantino compie il gesto che più lo definisce come autore: riscrive la Storia. Non per negarla, ma per interrogarla. Il cinema diventa uno spazio di giustizia immaginaria, un luogo in cui l’orrore può essere fermato, se non nella realtà almeno nel racconto. È un atto che divide, ma che va letto come una dichiarazione d’amore disperata per il potere delle immagini.

In questo senso, il film è anche un grande affresco sociale. Racconta un’America che cambia pelle, attraversata da tensioni razziali, da paure generazionali, dalla perdita di riferimenti comuni. Margaret Qualley, nei panni di una delle giovani seguaci di Manson, incarna perfettamente questo smarrimento: un volto innocente che nasconde il vuoto, una giovinezza in cerca di senso pronta a consegnarsi al primo profeta sbagliato.

Tarantino non assolve nessuno, ma nemmeno condanna con facilità. Preferisce osservare, ricostruire, immergersi nei dettagli di un’epoca: le radio che trasmettono musica senza sosta, le insegne luminose di Los Angeles, i set cinematografici che sembrano più reali della vita stessa. È un cinema che guarda al passato per parlare del presente, ricordandoci che ogni fine di un’epoca arriva quasi sempre senza preavviso.

Alla fine, C’era una volta… a Hollywood resta sospeso tra elegia e fiaba nera. Non è un film su Manson, ma su ciò che Manson ha spezzato. Non è un film sulla morte di Sharon Tate, ma sulla vita che le è stata rubata. Ed è forse per questo che, a distanza di anni, continua a interrogare lo spettatore: perché dietro il gioco cinefilo e la riscrittura fantastica, Tarantino ci chiede se siamo ancora capaci di immaginare un finale diverso, o se abbiamo rinunciato a credere che le storie possano salvarci, almeno per il tempo di un film.