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Luisa Ranieri con Eugenia Carfora durante il photocall per la presentazione della serie TV ‘’La preside’’ in onda su Rai Uno
La storia, nota al mondo della scuola ma non ancora pubblica, di Eugenia Carfora (protagonista della storia vera nascosta sotto la serie La Preside in onda su Rai 1 interpretata da Luisa Ranieri), comincia nel 2007 quando, fresca di concorso per dirigenti scolastici, si prende l’applauso tra l’ammirato e il liberatorio degli altri aspiranti presidi che sono lì con lei a scegliere la sede in base alla graduatoria. Ha appena chiesto di dirigere l’istituto comprensivo Viviani nel Parco Verde di Caivano, un paese di 40 mila abitanti in provincia di Napoli, al confine con la provincia di Caserta, vicino ad Acerra, nota alle cronache per l’inquinamento della cosiddetta Terra dei fuochi. Applaudono perché è una di quelle scuole in cui tutti temono di finire, e che nessuno si augura, tasso altissimo di dispersione, un contesto che definire difficile è poco.


La realtà di quel luogo è descritta con sintesi brutale in commissione antimafia da don Maurizio Patriciello, parroco della chiesa di San Paolo Apostolo nel cuore del Parco Verde, il 3 dicembre del 2024: «Dopo il terremoto del 1980 è stato costruito questo quartiere con i fondi della legge n. 219: il quartiere, un centro sportivo enorme, la chiesa, le scuole. I materiali per la costruzione di questi edifici erano pessimi; la gente li chiama “il cemento della camorra” e basta poco per rendersene conto. Se voi venite a Caivano, facciamo un giro e lo vediamo tutti quanti». Nato per accogliere gli sfollati del terremoto dell’Irpinia, il Parco verde ha accolto famiglie: «per la maggior parte sono napoletane e vengono dai quartieri poveri. Famiglie povere dei quartieri poveri, Forcella, Pignasecca, Sanità, Quartieri Spagnoli, Miano, Pallonetto di Santa Lucia. Queste persone sono state prima messe insieme nei campi di container e poi portate a Caivano».
Case popolari assegnate poi man mano lasciate, magari per crescere i figli altrove, ma senza restituirle al Comune bensì lasciandole ad altri che di fatto le occupavano abusivamente ma che negli anni hanno avuto lì riconosciuta la residenza, in un cortocircuito amministrativo che ha stabilizzato, con la vita quotidiana, di fatto una situazione irregolare a monte senza mai sanarla: in quella che il sacerdote, sotto scorta per minacce per le sue denunce sulla Terra dei fuochi dal 2023, ha definito spesso una “anomala normalità” con lo Stato che per trent’anni ci fa la figura che Fabrizio De André sintetizzava mirabilmente in Don Raffaè: si costerna, s’indigna, s’impegna, poi getta la spugna con gran dignità.


Il riflettore nel frattempo acceso su Scampia intanto sposta i giri di chi deve nascondersi all’ombra del Parco Verde che presto si fa la fama della «piazza di spaccio più grande d’Europa». È in quel luogo che Eugenia Carfora, un curriculum da insegnante di educazione fisica, una lunga esperienza nei percorsi interculturali e nell’educazione alla legalità, sceglie di andare.
Quello che trova nella scuola che le viene assegnata sono erbacce alte un metro, vetri rotti, il tunnel della droga nel cortile, rifiuti, armi sotterrate. Un turn over di insegnanti che arrivano e se ne vanno, e la metà degli studenti che al mattino neanche si presenta. Scrive a mezzo mondo, si attiva, impone di ripulire tutto, e intanto comincia, a partire da un mattino in cui esce a sbollire la rabbia, ad andarsi a cercare i ragazzi che non vanno a scuola. Sanno chi è, la riconoscono, una madre, di un figlio che non è a scuola, si affaccia al balcone dei casermoni per offrirle di salire a prendere un caffè. Eugenia Carfora lo fa, accetta l’invito e ne aggancia uno, perché, dice, è sempre dalle madri che si comincia. Fa notizia la preside che va a prendersi i ragazzi, uno a uno, come un cane da tartufo per portarseli a scuola. A chi glielo chiede risponde che lo fa perché se cerca di contrastare la dispersione con le lettere e i tempi della burocrazia nel frattempo quei ragazzi «se li prende qualcun altro».
Nel 2013 la scuola che dirige viene accorpata a un’altra scuola. Eugenia Carfora non si rassegna rimane reggente dell’istituto che cambia nome in I.C. "P. Giovanni - R.Viviani, a seguito del dimensionamento scolastico. La scuola verrà poi soppressa dal 1° settembre 2016.
L’azione della preside, che non si fa i fatti suoi, come si dice in certi contesti, disturba, dà fastidio a chi ha interesse che lo status quo resti com’è. La chiamano ’a pazza, le fanno capire che lì non la vogliono, che se ne deve andare. Sono anni durissimi, il Parco Verde nel frattempo è diventato un simbolo negativo: il 24 giugno del 2014 muore cadendo dall’ottavo piano di un palazzo, la piccola Fortuna Loffredo, ha solo sei anni e un nome che sembra un destino sgarbato: è “stata precipitata” dall’ottavo piano di un palazzo. Per il suo omicidio viene condannato definitivamente all’ergastolo Raimondo Caputo, compagno della madre della bambina, emerge un contesto di abusi sessuali, anche la ex compagna di Caputo, Marianna Fabozzi, prende 10 anni. Alla luce della tristissima vicenda di Fortuna, ha preso infatti anche un significato diverso il caso dell’altro bambino di Marianna Fabozzi, Antonio Giglio, 4 anni, morto in circostanze misteriose nel 2013, ma con una dinamica uguale a quella di Fortuna.
Dopo quei fatti chi cresce con lo stigma di un ghetto fa ancora più fatica a credere di poterne uscire, ma Eugenia Carfora, con i suoi capelli biondi al vento, con la sua voce pacata e la sua determinazione, non ci sta. Fa fatica, soffre soprattutto perché il clima pesa sulla sua famiglia, ma non ha voglia di arrendersi, sa che se non c’è neanche una scuola a tirarti fuori dal buco non esci più.
Quando capisce che c’è un’altra scuola vicina con la dirigenza vacante, un’altra scuola che nessuno vuole, si candida a dirigerla. È l’istituto Morano, un professionale con diverse specializzazioni. Ritrova quello che ha trovato nell’altra scuola: degrado, aule vuote abbandonate a un disordine infernale. Lei arriva e fa quello che ha sempre fatto, si fa trovare sempre, non si arrende a chi non arriva in classe: lo cerca e chiede agli insegnanti di dare l’esempio arrivando tutti sempre prima degli alunni.
E poi si dà da fare, urla quando bisogna urlare, bussa alle porte di tutte le istituzioni, chiedendo di dare quello che è loro dovere dare e di togliere quello che è loro dovere togliere: in una situazione in cui i fondi europei spesso restano in un cassetto, perché non si sa come spenderli, li adopera per trasformare la scuola, lo stesso fa con i fondi del Pnrr: del degrado che c’era non c’è più traccia l’istituto diventa un fiore all’occhiello. La scuola non è solo pulita e ordinata, è stata bonificata e dotata di una succursale che ospita l’alberghiero: ha due cucine lucide da far invidia a un ristorante prestigioso e la sala bar; l’agrario ha un orto in cui non solo si coltiva ma in cui si studia, grazie a un laboratorio di chimica all’avanguardia. Sono solo due dei 5 indirizzi della scuola: Informatica e Telecomunicazioni; Meccanica, Meccatronica ed Energia; Elettronica ed Elettrotecnica; Agraria, agroalimentare e Agroindustria, servizi per l’enogastronomia e l’ospitalità alberghiera.


Nei periodi di alternanza scuola-lavoro la preside incoraggia i suoi ragazzi ad andare lontano dal Parco Verde, da Caivano, dalla Campania, vuole che imparino a misurarsi altrove anche al Nord, e la sua soddisfazione è quando da lassù le chiedono che li rimandino perché hanno dato buona prova. «Poi sarei contenta anche se tornassero a Caivano», dice a Domenico Iannaccone che le ha dedicato il documentario che l’ha resa famosa. Perché sa che se i migliori se ne vanno sempre resta solo il degrado. La ragione per cui non se n’è è andata.
Sul sito della scuola il contesto è descritto, senza troppi giri di parole, così: «Nel quartiere manca un’organizzazione sistematica atta ad arginare e prevenire i fenomeni di disagio sociale fortemente sensibili. La disarticolazione e, in moltissime occasioni, l’assenza di Politiche Sociali forti, rallenta enormemente i processi di integrazione culturale e di recupero della dispersione scolastica. Nel territorio regionale operano molte agenzie sia pubbliche che private, che spesso dichiarano soltanto disponibilità informale a collaborare ma nulla di tangibile e sistematico. Qualche risultato viene registrato grazie a “persone” di buona volontà. La cooperazione con agenzie operanti sul territorio, difatti, è fragile. Pertanto, si continuano a promuovere protocolli d’intesa anche fuori Regione per garantire esperienze positive, promuovendo il prosieguo degli studi, con la solidarietà di famiglie facoltose sensibili, realizzando colloqui di lavoro subito dopo il diploma a scuola, con aziende ed agenzie, facilitando, altresì, impieghi in circuiti legali».
Parole che riflettono la franchezza calma di chi dirige. Non troppi mesi fa Eugenia Carfora ha fronteggiato un caso di coltello dentro la scuola, notato da un’insegnante: l’ha fronteggiato con lo stile dichiarato nella presentazione della scuola, dove si legge: «Il sistema educativo del nostro Istituto è organizzato in base ai principi della sussidiarietà e dell’autonomia. La nostra scuola ha un’autonomia didattica, organizzativa, di ricerca e si basa su valori fondati nel rispetto, tolleranza, gentilezza, pace, solidarietà, libertà, giustizia e onestà. Questi valori sono alla base della relazione fra docenti e studenti, della vita in comune, delle relazioni di cooperazione e delle regole condivise all’interno della nostra scuola».
Davanti ai coltelli la preside ha agito come racconta Orizzonte scuola: «Carfora ha scelto di non gestire la situazione in solitudine», ha convocato in genitori, non per colpevolizzare ma per sedersi attorno a un tavolo ad analizzare la situazione, «Ha chiamato a collaborare anche le istituzioni e le forze dell’ordine, che ha definito – in modo significativo – “altri professori”, evidenziando come l’educazione non sia mai solo una questione scolastica. L’intenzione non era quella di militarizzare la scuola, ma di estendere la responsabilità educativa a chi, nel territorio, può contribuire a leggere certi segnali».
Il Parco verde non ha smesso di fare notizia: il nome di Caivano è diventato un decreto varato dal Governo nel 2023, che se da un lato indica l’intento dello Stato di raccogliere la sfida lanciata da don Patriciello e di essere presente da quelle parti, dall’altro fa molto discutere gli addetti ai lavori che si occupano a diverso titolo di minorenni perché punta tutto sulla repressione e sta causando sovraffollamento anche nelle carceri minorili dove non c’era mai stato, con il rischio di peggiorarne le condizioni e di vanificare l’impatto rieducativo, anche preferendo il carcere ad altre soluzioni alternative. Nel novembre 2024 un blitz sgombera 36 famiglie, la situazione delle altre oltre duecento si sta cercando di sanare, il giorno dopo la Procura di Napoli Nord denuncia risorse insufficienti a far fronte ai casi di quei territori complicati.
Il 28 settembre 2025 don Maurizio Patriciello riceve una pesantissima e palese minaccia di morte in chiesa durante la messa, un gesto inquietante che rischia di riportare indietro tanti sforzi di riqualificazione.
Ma almeno il lavoro di Eugenia Carfora è ora una storia diversa da portare in tutte le case con una serie Tv. Lei ripete solo che le fa piacere ma che andrà avanti come ha sempre fatto, che non sarà questo a cambiarla. Che ogni giorno cercherà di portare a scuola un ragazzo in più: adesso all’istituto Morano sono quasi 750. E anche lei sa per esperienza che il difficile viene ancora prima quando sono piccoli, per quelli che alle superiori mai arriveranno.








