I bambini come Mary Adler, protagonista del film Gifed, in onda il 29 luglio 2026 in prima serata su Rai Uno, esistono davvero, non sono neanche così rari e sono tra noi. Ma non sempre è immediato capire il loro dono e aiutarli a gestirlo. Per loro all’Università di Pavia nel 2009 è nato il Lab-Talento (Laboratorio italiano di ricerca e sviluppo del potenziale, talento e plusdotazione). È il punto di riferimento per famiglie e scuole sul tema a livello nazionale. Organizza: laboratori, consulenze, valutazioni, formazione insegnanti. Qualche tempo fa ha aperto a Famiglia Cristiana uno dei suoi laboratori durante il quale abbiamo incontrato operatori, bambini e genitori. Ecco che cosa abbiamo scoperto.

Si comincia con la distribuzione di un cartoncino bianco, sul tavolo solo l’astuccio. Si costruiscono le sculture “da viaggio” di Bruno Munari: «Qui non c’è giusto o sbagliato», spiega alla sua platea di 6-9enni Silvana Castellucchio, che coordina con Massimo Negri il momento dell’arte-terapia, «bisogna solo far correre le rotelle della fantasia più veloci della luce». A sinistra verso il fondo si alza una mano. Appartiene a un marmocchio che avrà sette anni mal contati: «Ma non si può: nessun corpo che ha massa può andare più veloce della luce». La replica prova a smontare dolcemente questa logica feroce, spiegando che con l’immaginazione si può fare tutto, anche mandare all’aria le leggi della fisica. Siamo a Pavia, nel corso dell’ultimo laboratorio Stima di Lab-Talento, il centro del dipartimento di Psicologia dell’Università che dal 2009, diretto dalla professoressa Maria Assunta Zanetti, offre a famiglie, esperti, scuole, strumenti per orientarsi nel mare poco conosciuto della plusdotazione.

Se è ormai assodato che, magari con alterni risultati, ci si occupi dell’inclusione di chi parte svantaggiato, pochissimi sanno che tra noi c’è un 5 per cento di testoline che avanzano precocemente, mentre il corpo va al passo con l’anagrafe e il “cuore” inteso in senso emotivo anche più piano. Una marcia in più, sì, ma anche uno squilibrio tra parte emotiva e razionale che pesa e mette bambini e famiglie a confronto con quello che la professoressa Zanetti chiama “un dono ingombrante”, difficile da gestire a contatto con il resto del mondo, in età in cui la crescita è relazione.

«La plusdotazione», spiega, «è determinata biologicamente: c’è familiarità e il potenziale è democratico, non fa distinzioni sociali, di censo, di provenienza. Ma è vero che è dinamico: se non si vuole spegnerlo, bisogna riconoscerlo e supportarlo, ricordando che includere non è “normalizzare” ma tenere insieme le differenze. Anche la parabola dice che il talento non va sotterrato ma portato a dare frutto e lo fa davvero solo se viene socializzato: per questo dico no a classi speciali, ma sì a bisogni educativi speciali, e magari alle classi aperte, cose che la normativa già prevede. Non servono nuove leggi, basterebbe formare gli insegnanti su questo tema. Il nostro lavoro è accompagnare: non devi accelerare, ma neanche mortificare, e diverso non vuol dire sbagliato. E se capiamo che i genitori premono, noi freniamo».

A Pavia si arriva per tante vie: passaparola, maestre, pediatri che non trovano il bandolo di un “mal di scuola”. «Abbiamo avuto un ragazzino di 13 anni», racconta Sara Sparaciari, responsabile dell’Area Valutazione, «che non voleva più andare a scuola perché quando parlava veniva ignorato dai compagni, quasi fosse invisibile. Molti soffrono un’esclusione. Accade anche ai genitori: tuo figlio a scuola va bene, che problemi hai?».

Ma qui si parla di vita non di voti, di una curiosità innata che morde, di un esterno che non la capisce, di solitudini: «Per questo la nostra valutazione, mai prima dei sei anni e con il consenso di entrambi i genitori, non è solo cognitiva, ma anche emotiva e di contesto. Alle scuole, che coinvolgiamo, non diamo numeri: perché un 130-140 di Q.I. (la media è 100, ndr) può diventare stigma. E invece il talento, quale che sia, dev’essere una risorsa, non un fardello».

Ascoltando i genitori raccontarsi attorno a un tavolo del cortile dei Tassi dell’Università di Pavia, si capisce che il sentimento prevalente all’inizio è lo smarrimento.

Un piccolo alle prese con un problema molto più grande di lui.
Un piccolo alle prese con un problema molto più grande di lui.
Una bambina piccolissima alle prese con una equazione. (Getty Images)

A volte tutto è evidente fin da piccolissimi: «A un anno e mezzo in passeggino Leonardo toglieva il ciuccio e leggeva le targhe di quattro cifre. La gente mi fermava: “Ma legge i numeri?”. Sì, li leggeva, e a me veniva quasi da scusarmi, non sapevo di che, mentre lui faticava a prendere sonno perché il suo cervello non si spegneva mai. Anche oggi è come se si sentisse in dovere di dare il massimo anche se nessuno glielo chiede, anzi. Da scuola torna come appesantito, non porta a casa relazioni soddisfacenti».

Non a caso, come riferisce Valeria, altre volte tutto esplode in coincidenza con l’inizio della scuola, a partire dalla difficoltà di gestire il tempo che resta dopo aver imparato troppo presto, col rischio di diagnosi sbagliate di iperattività: «Milena in prima leggeva due fumetti al giorno mentre aspettava gli altri. E legava solo con una bimba con disturbo dello spettro autistico. Diceva: “Solo lei mi capisce, è la più intelligente di tutti”. La mia paura è l’abbandono scolastico».

«Al primo figlio», le fa eco Riccardo, «non sai se le domande che ti fa sono di un bimbo di quell’età, siamo andati da una psichiatra per la dislessia e lei ha parlato di “alto potenziale”; conosceva il Lab-Talento e ci ha mandati qui». Daniela con i suoi due figli è arrivata grazie a una maestra che, in un paesino del Piacentino, aveva capito tutto: «Ho cercato di insegnare loro a coltivare gli interessi per sé, senza giudicare gli altri se ne hanno di diversi. Riccardo era oppositivo già da piccolo, ma al classico ha trovato il suo ambiente e crescendo l’equilibrio migliora. Lau24ra, invece, mi ha detto solo dopo che a scuola era isolata».

Tutti comunicano l’ansia delle domande senza tregua: «Quando mia figlia aveva 5 anni», ricorda Teresa commovendosi quasi, «stavo alzata di notte per studiare, non mi fidavo dei parental control e temevo che cercasse da sola su Internet, ho temuto di non essere all’altezza come madre». Ora almeno hanno imparato che quando non si sa: «La risposta migliore è “cerchiamo insieme” ». Che, poi, a pensarci bene è la stessa cosa che si fa qui, sentendosi meno soli.

(Da FC 24/24)