C’è una sorta di strana malinconia che pervade i personaggi di In Utero, la nuova serie di HboMax, di Maria Sole Tognazzi, scritta da Margaret Mazzantini e ambientata in una clinica per la fertilità di Barcellona. Dal direttore della clinica Ruggero Gentile, un bravissimo Sergio Castellitto, affiancato dalla moglie, al suo collaboratore più stretto Angelo, che da poco ha completato la transizione da donna a uomo, fino ai protagonisti dei diversi casi che si presentano in ogni episodio, tutti sono alla ricerca di una felicità che pare sempre sfuggire. Forse perché non è dove la cercano loro.

Negli otto episodi della serie si esplorano le diverse situazioni che possono condurre una coppia a cercare di avere un figlio in provetta, ma anche i molti altri casi in cui la tecnologia si fa invasione del corpo e a volte lo trasforma in merce - come quello della giovane che per pagarsi una borsa di studio vende i propri ovuli -, oppure si propone come soluzione a ciò che parrebbe impossibile, ed è il caso della ragazza che sta diventando maschio ma prima vuole congelare i propri ovuli, perché “non si sa mai”.

In Utero non nasconde le difficoltà, soprattutto psicologiche, che contraddistinguono i percorsi di fecondazione assistita. Quando si decide di avere un figlio – sembra suggerire la serie – molti nodi della vita vengono al pettine, e anche ciò che sembrava filare liscio invece s’incrina: è quanto accade alla coppia di donne che, messa di fronte alla decisione forzata su chi delle due sarà madre, entra in crisi, o dei protagonisti dell’episodio iniziale, che mettono in dubbio la propria relazione quando il figlio tanto desiderato stenta ad arrivare.

Fa da sottofondo alle vicende di ogni episodio, la storia di Ruggero e Teresa (Maria Pia Calzone) proprietari della clinica Creatividad, che ha seri problemi economici. Lui è a suo modo un idealista, col suo lavoro cerca di soddisfare i desideri dei pazienti e insegue un sogno che lo accompagna fin da bambino, mentre lei è più pragmatica, determinata a trovare un finanziatore per dare un futuro alla clinica. I due però non hanno figli: “Sono sempre stata convinta che i figli possono rovinare tutto, sia quando arrivano sia quando non arrivano”, urla Teresa nell’intensa scena in cui il marito sembra rimettere in discussione tutte le loro scelte.

Una scena della serie In utero (Ufficio stampa)

In Utero ritrae un’umanità fragile. I personaggi sono invischiati in relazioni tossiche, avviluppati in conflitti interiori che cercano invano di risolvere provando a mettere al mondo un figlio. Si tratta di rapporti “congelati”, come gli embrioni nei freezer della clinica, che stentano a evolversi in modo lineare, dove tutto è sottoposto a minuziose analisi, e che si perdono nel procedere della storia, in una serie che dal punto di vista narrativo procede con un ritmo lento e poco coinvolgente.

Negli otto episodi non viene problematizza nessuna delle scelte dei protagonisti, In Utero si astiene da qualsiasi valutazione etica, anche su procedure estreme, come la vendita degli ovuli, comprensibilmente vietata in Italia. Ogni pratica invece pare possibile e "normale", dipendente dal desiderio di felicità altrui. Ma poi questa felicità non arriva, e le domande che la sua ricerca aveva generato restano sospese.

C’è spazio per un interrogativo sulla fede, con la storia di una donna decisa a impiantare tutti gli ovuli che si sviluppano, perché è credente e si rifiuta di selezionarli (“Li vedo, come faccio a dirgli ‘tu si, tu no’”, dice al marito). Avvertita dei rischi del suo caso, non rinuncia al progetto e in un dialogo con Ruggero spiega di affidarsi al mistero.

E la nostalgia che caratterizza i protagonisti di In Utero è forse proprio per quel mistero, per l’abbandono a una vita che ti sorprende, e che emerge qua e là tra le pieghe della serie. Lo vediamo nella storia di Ruggero dove, per circostanze fortuite, un legame puramente biologico con una figlia ormai dimenticata rivendica tutta la sua potenza.