«Quella frase me l’ha detta una volta sola. Ero stato sei mesi in America e pensava che non tornassi più. Le feci una sorpresa e, quando mi vide, mi disse: “Alla fine sei tornato, bello di mamma!”. Mi si strinse il cuore e quelle parole, soprattutto adesso che non c’è più, le ricordo come se fosse ieri». Enrico Brignano, in scena con lo spettacolo che ha voluto intitolare proprio Bello di mamma, si lascia andare ai ricordi mescolando allegria, malinconia, romanticismo e gioia. Sul palco, dove debutta il 25 giugno a Bergamo, porta le fragilità e le paure del nostro tempo, con un’ironia che fa riflettere senza appesantire l’anima. E, alle soglie dei 60 anni, che compie il 18 maggio, fa un primo bilancio della sua vita personale e lavorativa, con il pensiero rivolto a quello che avverrà.

Brignano, partiamo dallo spettacolo. Cosa c’è di nuovo?

«Purtroppo di nuovo c’è la mancanza di mia mamma. Quando venne a mancare mio padre, nel 2011, scrissi “Tutto suo padre”, l’anno scorso ho perso mia madre e ho pensato di fare uno spettacolo anche in suo onore. Mi ha mosso un sentimento di profondo amore e di riconoscenza. Anche perché mia madre è stata l’artefice di tanti titoli dei miei spettacoli, di tante ispirazioni. Ne cito, uno per tutti, Non sia mai viene qualcuno. Ci sono tanti pezzi dedicati a lei, perché io la prendevo anche un po’ in giro per quei comportamenti tipici delle mamme soprattutto con i figli maschi. E il titolo Bello di mamma è una frase che tutte le mamme vorrebbero dire ai figli o i figli sentirsi dire».

L’anteprima, lo scorso anno, è stata a Caracalla. Cosa ha significato un palcoscenico come quello?

«È stato magico. Quello è un luogo che di solito non danno agli attori. Prima di me lo hanno concesso solo a Gigi Proietti e a Massimo Ranieri. Tendenzialmente, e credo anche giustamente, non amano darlo ai comici, ma lo preservano per il canto. Il fatto che lo abbiano dato a me mi ha inorgoglito molto, mi ha responsabilizzato. È stata una bellissima serata».

Nello spettacolo fa anche un bilancio dei 43 anni di carriera?

«Sulla scena ho una serie di bauli che ricordano questi 43 anni. In ciascuno c’è il racconto di uno spettacolo, con titoli anche vecchissimi, e quindi, sì, faccio il punto della mia carriera».

Teatro, cinema, televisione, Brignano dove si trova più a suo agio?

«Ho iniziato con uno dei maestri più importanti del Novecento italiano, con Gigi Proietti. Non posso negare che il teatro è il punto di partenza, ma anche il rifugio dove mi ritrovo sempre a raccontarmi e a raccontare. Io vengo dalla strada, da un quartiere periferico dove non c’era nulla e quindi ho fatto i conti anche con la fortuna, col caso, con l’ostinazione, con l’abnegazione, con il sacrificio. Mi sentivo fortunato perché avevo vinto il provino per il laboratorio di Proietti. E quella sensazione, di essere fortunato, non mi ha più abbandonato. Ma, allo stesso tempo, ho sempre pensato che questo status potesse anche non durare e quindi non mi sono crogiolato sugli allori, ma mi sono sempre dato da fare. Per il conto delle ore di palcoscenico serve la calcolatrice: ogni anno, per 43 anni, 150 spettacoli di tre ore: fa 19.350».

A quale spettacolo, film, interpretazione è più affezionato?

«A un film per la Tv che si chiamava Sant’Antonio da Padova, con la regia di Umberto Marino. Era un momento particolare. I miei genitori erano a casa, in salute, io ero in Spagna a girare. Facevo la parte di un frate del Duecento. Ero lontano dalla comicità, non avevo necessità di dover far ridere per forza. In quel copione mi sentivo appagato. Una bellissima sensazione per me che avevo studiato da attore con uno dei più grandi attori. Ero in forze, giovane, con tante speranze. Non sapevo cosa mi avrebbe portato il futuro. Quel film lo ricordo con grande nostalgia»

Da attore un bilancio positivo. E da uomo?

«Ho avuto due genitori stupendi, che adesso riposano in pace. E ho avuto la fortuna di diventare padre tardi. Non riesco a immaginare il vuoto che ci sarebbe stato se io non avessi deciso, all’ultimo minuto, di trovare la donna giusta e mettere su famiglia. Ho due bambini stupendi, avuti a cinquant’anni, quando tutto sembrava ormai senza un seguito. Ho una vita piena, non posso lamentarmi».

Cosa si augura per i suoi figli?

«Che abbiano qualche mancanza che possano colmare da soli. Per me ha contato molto la borgata. Mio padre veniva da Tunisi, mia madre dall’Abruzzo. Hanno costruito una casa abusiva poi condonata con la legge Bucalossi. Ma all’inizio non avevamo l’acqua potabile, la prendevamo dal pozzo. Non c’era la fogna, ma la fossa biologica. C’era la corrente elettrica ma non c’erano i lampioni. Solo dopo abbiamo messo i termosifoni. In quella borgata dove non c’era una caserma, dove facevi chilometri per andare a scuola, io ho trovato una grande ricchezza perché ho potuto, viaggiando sui mezzi pubblici fin da ragazzo, conoscere persone di varie tipologie e classi sociali e raccontare non solo una città, ma una generazione. Se avessi avuto tutto forse sarebbe stato più difficile per me scrivere. Ecco, a casa nostra non manca nulla e io e Flora cerchiamo di agevolare la loro crescita, ma consapevoli che alcune cose è giusto che se le vadano a cercare da soli. Vorrei che sentissero la mancanza, anche la noia, altrimenti i loro tempi morti saranno riempiti solo da Internet e sappiamo che i social non sono poi questa grande invenzione di cui andavamo fieri tanti anni fa».

Per il compleanno che regalo chiede?

«Ho chiesto a Dio di darmi la serenità».