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Novak Djokovic, 39 anni, al termine di un match.
Uno come lui, arrivato alla soglia dei 40 anni, avrebbe tutto il diritto di sentirsi “arrivato” e smettere: 24 Slam vinti, una medaglia d’oro olimpica, il record di 428 settimane passate da numero uno al mondo nella classifica Atp. Perché non si ritira? Risposta laconica ma illuminante: «Non ci riesco». Ecco cosa spinge uno tra i migliori nel suo sport, se non il migliore, non solo a non appendere la racchetta al chiodo, ma continuamente a lavorare su stesso per migliorare: è questa ossessione che non ti abbandona e che, anche quando sei il numero uno, ti “lavora” dentro alimentando dubbi che altri da fuori non vedono.
“Novak Djokovic - Il lupo d’inverno”, il docu-film disponibile da giovedì 20 agosto sulla piattaforma Prime Video in 240 Paesi, parte dagli Australian Open 2025, quando la telecamera ha potuto catturare il dietro le quinte del torneo Melbourne, la sua preparazione maniacale e la gestione della pressione in una fase avanzata della sua carriera. Ma poi da lì va indietro nel tempo, fino al Djokovic bambino che convive con il trauma della guerra e passa le notti nei rifugi durante i bombardamenti della Nato su Belgrado, durati 78 giorni, per far capitolare la Serbia. «Nell’arco di quei primi anni io avevo già sperimentato la guerra, l’orrore delle bombe che cadono dal cielo», ha spiegato in un’intervista recente al Corriere della Sera, «ma non guardo al mio passato con alcun tipo di risentimento o emozione negativa. Al contrario, vedo quel periodo come essenziale elemento di chi sono diventato. Tornando indietro, non cambierei nulla: la guerra era l’ingrediente che ci voleva perché io potessi arrivare ad avere la vita bellissima che conduco».


Tante le voci raccolte nel documentario, dalla moglie Jelena, agli amici di sempre, agli avversari storici. Ma uno dei passaggi più commoventi del docufilm è il momento in cui porta la coppa del primo Wimbledon a Jelena Gencic, la maestra di tennis che per prima credette nel suo talento: «I miei genitori mi hanno messo nelle sue mani quando ero un bambino piccolo, sensibile e molto plasmabile: si sono fidati che Jelena mi formasse come essere umano, prima che come tennista. Ho speso ore incalcolabili con lei in campo e a casa sua, a guardare videocassette in bianco e nero di vecchi match. L’influenza di Jelena su di me è stata enorme: mi ha insegnato ad apprezzare la musica classica, a fare visualizzazioni, a respirare in modo che non sia solo un atto meccanico. Tutto ciò a un’età di 9-10 anni. Jelena è stata più di un’allenatrice: è stata la mia guida spirituale. Senza Jelena Gencic non sarei Novak Djokovic. Ecco perché andarla a trovare a casa sua, a Belgrado, con la prima coppa di Wimbledon è stato uno dei momenti più belli e preziosi di tutta la mia carriera».


“Djokovic - Il lupo d’inverno” finisce con la vittoria in cinque set a Melbourne su Sinner dello scorso gennaio. E forse proprio Jannik è il tennista che più assomiglia al campione serbo. Entrambi vengono dalle montagne, entrambi con gli sci ai piedi, poi abbandonati per la racchetta, entrambi spinti dal tennis a lasciare casa ancora ragazzini, lontano dalla famiglia e dagli affetti. E in entrambi predomina la dedizione, costante e totale, al tennis. «E non c’è vittoria che possa appagare quella fame, nemmeno 24 titoli Slam». Parola di Djokovic.





