Lunedì scorso sul Corriere della Sera è stato pubblicato un estratto dell’ultimo libro di Federico Rampini, Argento vivo (Mondadori), in cui l’autore invita a guardare all’invecchiamento della popolazione non come a una condanna ma come a una delle grandi conquiste della storia umana. Vivere più a lungo e in condizioni di salute migliori è un patrimonio da valorizzare non un problema da risolvere. E i baby boomer (i nati tra il 1946 e il ’64, ndr), che hanno ancora energie, competenze e desiderio di partecipare, possono rappresentare una risorsa preziosa in molti campi: familiare, sociale, volontariato.

Al netto dell’ottimismo di Rampini, c’è però una specificità italiana che rende il quadro più complesso: la longevità cresce mentre il ricambio generazionale nel lavoro procede lentamente.

Lo raccontano anche i numeri sulle partenze. Nel 2025, secondo l’Istat, 109 mila cittadini italiani hanno trasferito la residenza all’estero e quasi la metà aveva meno di 35 anni. Nel decennio 2014-2023 sono stati 367 mila i giovani italiani tra 25 e 34 anni emigrati all’estero, quasi quattro su dieci laureati.

La protesta davanti all’ingresso di Palazzo Nuovo, a Torino, contro il caro affitti e la speculazione immobiliare che penalizzano gli studenti universitari
La protesta davanti all’ingresso di Palazzo Nuovo, a Torino, contro il caro affitti e la speculazione immobiliare che penalizzano gli studenti universitari
La protesta davanti all'ingresso di Palazzo Nuovo, a Torino, contro il caro affitti e la speculazione immobiliare che penalizzano gli studenti universitari (ANSA)

Non è soltanto il desiderio di fare un’esperienza fuori dal Paese. È anche il segnale di una generazione, quella dei Millennials (i nati tra il 1981 e il ’96, ndr), che spesso fatica a trovare qui condizioni sufficienti per costruire la propria autonomia. E, magari, non scende in piazza, come sta accadendo in Francia e in Spagna, ma protesta nella maniera più radicale possibile: andandosene via.

In Italia, inoltre, la parola “giovane” sembra essersi dilatata nel tempo. Si è giovani a 40 anni, talvolta pure a 50. Nel frattempo, arrivano, tardi, sempre più tardi, un lavoro stabile, una casa che soprattutto nelle grandi città è una chimera, la possibilità di mettere su famiglia e avere una vita normale e dignitosa. Il problema non è che gli anziani lavorino più a lungo: è che il sistema fatica a creare spazio e opportunità per chi viene dopo.

È un tema che riguarda anche il rapporto tra lavoro e reddito. L’economista dell’Ocse Andrea Garnero ha osservato come nonni, eredità e trasferimenti familiari siano diventati «l’ultimo argine» per molti italiani. Una rete preziosa ma che non può sostituire indefinitamente un mercato del lavoro capace di garantire salari adeguati e autonomia.

Il giornalista e scrittore Federico Rampini
Il giornalista e scrittore Federico Rampini

Il giornalista e scrittore Federico Rampini 

(ANSA)

Per questo non serve una guerra tra generazioni. Anzi, sarebbe la risposta più sbagliata. I nonni sono spesso il welfare invisibile che tiene insieme le famiglie, aiutando figli e nipoti con denaro, tempo e cura. La sfida è un’altra: fare in modo che questa solidarietà non diventi necessaria per sempre.

Il «dividendo della longevità» di cui parla Rampini può essere davvero una grande opportunità se riusciamo a trasformare l’allungamento della vita in un allargamento delle possibilità: per chi ha 70 anni di continuare a partecipare, per chi ne ha 25-30 di poter finalmente cominciare.

Ci sono trentenni che si sentono vecchi perché la sfiducia è un tarlo che corrode e prosciuga energie. Ci sono settantenni che si sentono giovani perché hanno avuto opportunità che hanno saputo sfruttare, certamente, ma che oggi ai loro figli e nipoti sono negate.

Forse il vero obiettivo di una società che vive più a lungo è proprio questo: smettere di considerare l’età anagrafica come un confine e fare in modo che ogni età abbia ancora davanti a sé uno spazio per cominciare qualcosa.