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Famiglie che rinunciano a curarsi, giovani che partono, imprese che non sanno se e dove investire, astensionismo. Stefano Maria Ruffini analizza le urgenze del nostro Paese e spiega perché nasce Più Uno, progetto cui ha già dato la sua adesione l’ex capo della Polizia, Franco Gabrielli. Un partito che vuole riportare dentro chi è uscito e allargare il centrosinistra senza recintarlo. E sulle primarie dice: «Prima il progetto, poi i nomi. Prima le cose da fare, poi le alleanze».
Intanto cos’è “Più Uno”? Un movimento, un partito, un contenitore per federare il centrosinistra, un laboratorio di partecipazione civica o cos’altro?
«Da oggi è un partito. Siamo partiti dall’idea di coinvolgere persone. Sono nati comitati in tutte le regioni, e proprio da lì è arrivata la richiesta di fare un passo in più. Per la Costituzione un partito non è un marchio. È lo strumento con cui i cittadini concorrono a determinare la politica del Paese. Fondarlo vuol dire dare una forma a quella partecipazione. Non è un contenitore di centro e non è una cerniera tra partiti. Nasciamo nel centrosinistra per allargarlo. Il nome dice il resto. Più Uno, perché nessuno cambia un Paese da solo e ognuno conta. È più di un invito all’unità: è un invito alla responsabilità personale. Uguali per Costituzione, perché l’articolo 3 è la nostra direzione».
Cosa l’ha convinta a questo impegno politico diretto?
«Una constatazione semplice. Dietro il Pil, il debito, le tasse ci sono le condizioni concrete di vita delle persone. Famiglie che rinunciano a curarsi, giovani che se ne vanno, imprese che non sanno se investire. È lì che l’economia diventa politica. Ho lavorato per anni dentro lo Stato, con governi di colore diverso. E in quegli anni mi sono fatto una domanda che non mi ha più lasciato: lo Stato ha incassato centinaia di miliardi dall’evasione, ma dove sono finiti? Sono diventati scuole e ospedali? Poi c’è stato un tempo in cui ho aspettato, come tanti. Abbiamo sperato che qualcuno facesse un passo, che indicasse una strada. Ma a un certo punto non basta più chiedersi che cosa dovrebbe fare la politica. Bisogna chiedersi che cosa possiamo fare noi».
Lei cita spesso la lezione del primo Ulivo. In concreto, quali elementi sono replicabili oggi e quali, invece, vanno ripensati radicalmente?
«Alcune intuizioni di quella stagione restano attualissime. La prima: una coalizione larga non come somma di sigle, ma come proposta di governo che i singoli partiti, da soli, non riuscivano a garantire. La seconda: l’apertura. I partiti del primo Ulivo non si chiusero in sé stessi. Si aprirono ai comitati di cittadini e li resero protagonisti. La terza: la sintesi tra culture diverse, cattolico-democratica, socialista, liberale, ambientalista, con l’ambizione di parlare a tutto il Paese e non a una parte. Quello che va ripensato è il rapporto con chi non vota. Trent’anni fa votava la grande maggioranza degli italiani. Oggi vota circa la metà. Allora bisognava unire chi già partecipava. Oggi bisogna prima di tutto riportare dentro chi è uscito. E serve una cosa che all’Ulivo mancò: un metodo per tenere unita la coalizione anche dopo il voto, con punti chiari condivisi prima».
Lei propone di trasformare il “campo largo” in un “campo aperto”. Che significa?
«Il campo largo ha confini che coincidono con quelli dei partiti esistenti. Fuori da quei confini c’è il campo aperto dove ci sono le persone che non votano più, che non si sentono rappresentate, che vanno rimotivate. Si può costruire una coalizione larghissima sulla carta e, nello stesso tempo, restringere il consenso nel Paese. I paletti sono programmatici, non ideologici. L’Europa e la politica estera, per cominciare. Poi crescita, salari, scuola, sanità, sicurezza, politica industriale. Su questi punti bisogna trovare una base comune chiara prima del voto, non dopo. Le differenze esistono e non serve nasconderle. Vanno messe sul tavolo e risolte in una sintesi trasparente. Il centrosinistra non ha bisogno di qualcuno che tenga insieme i suoi leader. Ha bisogno di qualcosa che tenga insieme i suoi elettori».
Ha escluso la necessità di un partito cattolico o di centro “funzionale a un’altra forza”. Allo stesso tempo, non esclude il contributo di Renzi e critica le operazioni “ad escludendum”. Come si concilia l’apertura a tutti con la definizione di una linea politica chiara?
«Si concilia proprio con la linea. È la linea che decide chi sta insieme, non le simpatie o le antipatie. Non credo che il centro sia qualcosa da aggiungere a una parte politica per completarla. Immaginare una formazione cattolica o centrista funzionale a un’altra che si è spostata a sinistra è un’operazione da laboratorio. Io non sono di centro. Sono di centrosinistra. Detto questo, chi vuole fare una politica ad escludendum sbaglia. Serve il contributo di tutti. Il criterio è uno solo: le alleanze si costruiscono sulle cose da fare, non sulle regole da superare o sui nomi da escludere. Chi condivide i punti fondamentali su Europa, crescita, uguaglianza, scuola, sanità e lavoro è benvenuto. Chi preferisce restare ago della bilancia, invece, non è chiaro con i propri elettori».
In politica estera il nodo principale delle alleanze del campo largo è il sostegno a Kiev. Come mettere insieme chi, come lei, parla di diritto alla resistenza dell’Ucraina e chi invoca il no alle armi?
«Non con l’ambiguità. Sui temi più difficili la politica non può rifugiarsi nell’ambiguità. Deve cercare ciò che unisce, scegliere e spiegare perché. La Russia ha aggredito un Paese sovrano e ha provato a cambiarne i confini con la forza. Gli ucraini hanno il diritto di difendersi, e noi stiamo dalla parte di quel diritto. Noi italiani dovremmo saperlo bene: resistere a un’aggressione non vuol dire scegliere la guerra contro la pace. Ma è vero anche che le armi, da sole, non portano la pace. Prepararsi a difendersi non basta a costruirla. Servono diplomazia, iniziativa politica, un’Europa capace di parlare con una voce sola. Su questo, chi chiede più diplomazia ha ragione. Il punto d’incontro c’è: sostegno all’Ucraina e iniziativa per una pace giusta non sono alternativi. Ma va scritto prima del voto, non lasciato a dopo. Una coalizione che si divide sulla politica estera il giorno dopo le elezioni non è un’alternativa credibile».
E sui dazi americani? Come rispondere? E quali dovrebbero essere le priorità di una politica estera e commerciale europea comune per proteggere l’economia italiana?
«I dazi usati come arma politica sono il segno di un mondo in cui la forza prende il posto delle regole. Rispondere con controdazi simmetrici vuol dire accettare quel gioco, e a pagarlo sarebbero prima di tutto le nostre imprese esportatrici. Le priorità sono tre. La prima: trattare uniti, difendendo le regole europee, a partire da quelle sui servizi digitali, sui dati e sulla tutela dei nostri prodotti agroalimentari. La seconda: aprire nuovi mercati con azioni coordinate a livello europeo, senza farci concorrenza tra Paesi europei. La terza: rafforzare il mercato unico, eliminando le barriere che ancora esistono tra di noi, e completare il mercato unico dei capitali, perché le imprese trovino più facilmente finanziamenti. Poi serve una vera politica industriale europea. I rapporti Draghi e Letta hanno già indicato la strada. Il problema, in Europa come in Italia, è la mancanza di una leadership capace di seguirla».
Lei ha guidato l’Agenzia delle Entrate in anni complessi, gestendo oltre 50 miliardi di aiuti durante la pandemia e raggiungendo un record di recupero dall’evasione di oltre 33 miliardi. Come giudica le continue rottamazioni e come rendere il sistema fiscale più equo, in particolare per il ceto medio?
«I condoni, anche quando si nascondono dietro nomi più accettabili, minano la fiducia di chi ha sempre pagato. Dicono al contribuente onesto che ha sbagliato a essere puntuale. E chi evade fa concorrenza sleale a chi rispetta le regole. Sul ceto medio il problema è strutturale. Oggi l’aliquota più alta, il 43 per cento, scatta già sopra i 50 mila euro. Chi guadagna 50 mila euro paga la stessa aliquota marginale di chi ne guadagna 500 mila o cinque milioni. Ha ancora senso chiamarlo un sistema progressivo? In più, negli anni, molti redditi sono finiti in regimi sostitutivi e cedolari. Abbiamo costruito un fisco quasi à la carte, che pesa soprattutto su lavoro dipendente e pensioni. Le strade sono chiare: allargare la base imponibile, ridurre le eccezioni senza giustificazione, semplificare, contrastare l’evasione. E fare in modo che il recupero dell’evasione si traduca in meno tasse per chi le ha sempre pagate. Un fisco incomprensibile non è solo inefficiente. È ingiusto, perché espone all’errore l’onesto e offre nascondigli al disonesto».
La destra continua ad accusare le opposizioni di voler introdurre una patrimoniale. È così?
«Non è la nostra proposta. L’Italia non ha bisogno di più tasse. Ha bisogno di crescere e di usare meglio le risorse che già ci sono. Troppo spesso nella storia di questo Paese una nuova tassa è stata presentata come la soluzione a un problema. La domanda vera è se raggiunge il risultato. E una patrimoniale colpirebbe proprio la categoria che con più facilità può sottrarsi al pagamento. Introdurre nuove imposte senza aver risolto il problema di come poi vengono spese e che esiste ancora l’evasione fiscale è un modo ingenuo di affrontare la questione. I problemi non si risolvono in Gazzetta Ufficiale. Si risolvono nella realtà. La questione della giustizia fiscale però esiste, e va affrontata dentro il sistema che abbiamo, rendendolo davvero progressivo come chiede la Costituzione. E poi c’è l’altra metà del patto fiscale, di cui si parla troppo poco: come si spende. Dal 2015 al 2025 sono stati recuperati più di 270 miliardi dall’evasione. Più dell’intero Pnrr. Sono stati spesi, non investiti».
Immigrazione. Risorsa per il welfare o rischio sicurezza? Come gestire il fenomeno?
«Partiamo dai fatti. Da anni nascono sempre meno bambini, interi territori si spopolano, le scuole chiudono. E ci sono imprese, campi, ospedali che si reggono già sul lavoro di chi è arrivato da lontano. Lo sa anche il governo, che ogni anno fissa quote di ingresso per centinaia di migliaia di lavoratori. Le migrazioni possono essere una risorsa. Ma diventano un problema quando non sono governate. Oggi le procedure sono così complicate che solo una parte di quei lavoratori entra in modo regolare. Così spingiamo le persone verso l’irregolarità, e poi ce ne lamentiamo. Servono regole, ingressi regolari, integrazione, lavoro. E una responsabilità finalmente europea. Proponiamo un’unica struttura nazionale che tenga insieme ingressi legali, lavoro, accordi con i Paesi di origine, rimpatri e integrazione, invece di distribuirne i pezzi tra amministrazioni diverse. E bisogna investire nella scuola e nella lingua, perché le periferie non diventino luoghi di isolamento. La sicurezza di una società non nasce dall’esclusione. Nasce da percorsi che trasformano l’arrivo in appartenenza».
Sicurezza, soprattutto nelle periferie e nella percezione complessiva. Come affrontarla?
«Togliendola alla propaganda. La sicurezza non appartiene a una bandiera politica. È un diritto di tutti, e una delle forme più concrete dell’uguaglianza. L’insicurezza non pesa allo stesso modo su chi vive in un quartiere ben illuminato e su chi abita in una periferia abbandonata. Servono due cose insieme. Da un lato la presenza dello Stato, colmando le carenze di organico, rafforzando i presidi, investendo in mezzi, tecnologie e formazione. E non solo nei luoghi più visibili, ma dove serve davvero. Dall’altro la prevenzione con scuole aperte, servizi sociali, lavoro. Abbiamo proposte precise. Nelle grandi città le sale operative di Polizia, Carabinieri e polizie locali devono lavorare come un’unica centrale, con gli stessi dati. Chi lavora per la nostra sicurezza deve essere tutelato quando agisce correttamente. E nei quartieri più difficili servono piani costruiti con chi ci vive, con responsabili e risultati verificabili. Franco Gabrielli ci ricorda che la politica della paura può essere superata solo con la serietà delle risposte».
Quali misure varerebbe per prime in un ipotetico governo di centrosinistra?
«La prima priorità è tornare a crescere. Non si redistribuisce una ricchezza che non si produce. Ma la crescita deve diventare salari migliori, lavoro di qualità e opportunità più diffuse. Per questo servono una politica industriale che scelga poche filiere strategiche e concentri lì le risorse, e un fisco che non penalizzi chi produce. Poi scuola e sanità, perché sono i luoghi in cui l’uguaglianza smette di essere una parola. Le prime misure che dovremmo presentare vanno tutte nella stessa direzione. Far funzionare gli strumenti che già esistono. Una prescrizione deve bastare e se non c’è posto nei tempi indicati dal medico, deve cercarlo il Servizio sanitario. Per le famiglie con meno reddito, chiedere un posto al nido deve voler dire trovarlo. Chi lavora in proprio deve pagare le tasse sui soldi che incassa davvero. E se lo Stato sa che hai diritto a un aiuto, deve dirtelo. Non serve inventare ogni volta una nuova riforma. Serve il coraggio di cambiare quello che non funziona».
Questione primarie. Gabrielli, che entra nella sua formazione, ha detto che «sarebbe un suicidio organizzare le primarie come una conta tra partiti». Lei cosa pensa?
«Condivido il senso. Le primarie hanno senso se servono a coinvolgere i cittadini nella scelta di una leadership dentro un progetto. Non se diventano un talent tra nomi o una conta tra apparati. Più Uno è disponibile. Ma a condizioni chiare. Devono essere aperte agli elettori e a chi vuole dare un contributo. Devono avere regole certe. E devono partire almeno da una piattaforma minima condivisa, perché chi vota sappia su quali scelte si sta costruendo l’alternativa. E tutti devono impegnarsi a rispettarne l’esito. L’ordine è importante. Prima il progetto. Poi convincere gli elettori che quel progetto può cambiare la loro vita. Solo dopo, i nomi. La leadership non può essere il surrogato di una visione comune. Deve esserne la conseguenza».
Andremo al voto in un Paese fortemente spaccato. Come ricostituire un tessuto sociale coeso?
«Prima di tutto non cadendo nella trappola della polarizzazione. Quando la politica si trasforma in uno stadio, con tifoserie che si rinfacciano ogni frase, vince chi sa muoversi meglio nella paura e nello slogan. E di solito non è il centrosinistra. Bisogna tornare a parlare a tutti. Se parli solo ai tuoi, agli altri chi parla? De Gasperi aveva un assillo: unire il Paese, non dividerlo. È una lezione che vale ancora. E poi la coesione si ricostruisce con le cose concrete. Le fratture vere non sono quelle dei talk show. Sono quelle tra chi ha accesso a una visita in tempi ragionevoli e chi no, tra chi ha una casa di famiglia alle spalle e chi no, tra centro e periferie, tra Nord e Sud. Un Paese diventa più unito quando i diritti funzionano per tutti, ovunque si viva. È questo il senso dell’uguaglianza che la Costituzione ci affida».
Astensionismo. Si sente spesso dire, da chi critica questo governo: “Sì, però dall’altra parte che opposizione c’è?”. E la gente non va a votare. L’astensionismo favorisce la destra? Come recuperare il voto di chi non crede più alla politica?
«Quella frase è la fotografia del problema. Per quattro anni l’opposizione ha detto soprattutto “dimettiti” o “vieni a riferire in Parlamento”. Un’opposizione non può limitarsi a spiegare che cosa non funziona nel governo. Deve dire quale Paese vuole costruire. L’astensione favorisce chi ha un elettorato fedele e chi vive di polarizzazione. E rischia di lasciare la rappresentanza della protesta a chi la cavalca, come Vannacci. Ma non la tratterei come uno spazio elettorale da conquistare. È un problema democratico da capire. Chi ha smesso di votare non ha smesso di occuparsi della propria vita. Ha smesso di credere che la politica possa cambiarla. E quando la posta in gioco è chiara, le persone tornano. Lo abbiamo visto al referendum di marzo. Per riportarle alle urne non bastano gli appelli della vigilia elettorale. Bisogna andarle a cercare, ascoltarle prima di chiedere un voto, e offrire proposte che si possano verificare. È quello che proviamo a fare: una persona alla volta. Più uno, appunto».





