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Alcune persone reggono delle bandiere davanti alla statua in bronzo di Mao Zedong durante le commemorazioni per il 50° anniversario della sua morte a Shaoshan, nella provincia dello Hunan (Cina centrale), il 9 settembre 2026. Shaoshan è la città natale dell'ex leader comunista cinese Mao Zedong, universalmente noto come Presidente Mao. EPA/ANDRES MARTINEZ CASARES
La sera del 6 ottobre 1976, a Pechino, nessuno convocò davvero il Politburo. Zhang Chunqiao, Yao Wenyuan e Wang Hongwen entrarono uno alla volta nella sede del governo e del Partito, convinti di partecipare a una riunione straordinaria. Furono arrestati così, nei corridoi del potere, l'uno dopo l'altro. Nelle stesse ore, nella sua residenza, veniva fermata Jiang Qing, ultima moglie di Mao. Il Grande Timoniere era morto da meno di un mese, il 9 settembre. Bastò una notte per chiudere un decennio.


Erano i quattro dirigenti più radicali del Partito comunista cinese, passati alla storia come la «Banda dei quattro». Avevano difeso la Rivoluzione culturale fin dal 1966 e ne avevano guidato le ultime stagioni, accanto a un Mao malato, isolato, sospettoso di tutti. Con il loro arresto finì ciò che il Partito avrebbe definito, nel 1981, la più grave battuta d'arresto dalla nascita della Repubblica popolare. Cinquant'anni dopo, quel capitolo in Cina non è mai stato davvero chiuso.
Mao, indebolito dal fallimento del Grande balzo in avanti, nel 1966 lanciò una campagna per riprendersi il Partito e lo Stato. Chiamò i ragazzi a ribellarsi ai dirigenti e le Guardie rosse fecero dei maestri i loro imputati e dei padri i loro nemici. Devastarono scuole, templi, case. I riti tradizionali furono vietati, i luoghi di culto chiusi. Le aule restarono vuote per anni, l'esame d'ammissione all'università sospeso per circa un decennio. Oltre quattro milioni di studenti furono spediti nelle campagne a «rieducarsi». Tra il 50 e il 70 per cento dei funzionari fu sostituito. In Occidente, intanto, alcuni movimenti giovanili traevano ispirazione dal Libretto rosso: da lontano, l'utopia aveva un altro volto.
E i morti? Nessuno li ha contati davvero: per gli storici sono tra i quattrocentomila e i venti milioni.
Dietro gli slogan c'era una resa dei conti. Nel 1973 il premier Zhou Enlai riportò al potere Deng Xiaoping, il riformatore epurato da Mao. La Banda rispose l'anno dopo con la campagna «Critichiamo Lin Biao, critichiamo Confucio»: un generale morto in un incidente aereo e un filosofo vissuto venticinque secoli prima erano il bersaglio dichiarato; quello vero erano Zhou e Deng. Zhou morì nel gennaio 1976 e Deng cadde di nuovo. Ad aprile Mao scelse come successore Hua Guofeng, moderato, equidistante dalle fazioni. Morto il leader, con l'appoggio di gran parte dell'esercito, fu Hua a far arrestare i quattro. Il giorno dopo, il 7 ottobre, Hua diventò presidente del Partito.


Il processo, tra il 1980 e il 1981, fu una messa in scena necessaria. Jiang Qing, condannata a morte e poi all'ergastolo, in aula gridò che la rivoluzione non è un crimine; si tolse la vita nel 1991. Ma la verità era scomoda: addossare tutto ai quattro serviva a salvare Mao. Deng Xiaoping lo disse senza giri di parole a Oriana Fallaci: gli errori del fondatore furono gravi, ma secondari rispetto ai suoi meriti.
Fu proprio Deng a raccogliere l'eredità. Nel 1977 restituì ai giovani l'esame d'ammissione all'università; nel 1978 era il nuovo leader e con la «riforma e apertura» avviò trasformazioni economiche che hanno fatto della Cina la potenza commerciale di oggi. Il patto non scritto fu questo: prosperità in cambio di silenzio sul passato.
Oggi quel patto scricchiola. Nel 2021 il Partito di Xi Jinping ha ribadito la condanna: la risoluzione storica parla di errori di Mao che produssero un gran numero di atti criminali, pur dichiarando corretto il suo pensiero. Una condanna con la rete di sicurezza. Per Xi la questione non è astratta: suo padre, Xi Zhongxun, fu epurato e umiliato, la casa di famiglia saccheggiata; lui, adolescente, fu etichettato come studente reazionario e nel 1969 mandato per sette anni in un villaggio poverissimo del nord-ovest. Un'esperienza che, ricorda lo studioso Joseph Torigian, lo lasciò profondamente disilluso. Eppure, riferisce Reuters, non ha mai attribuito pubblicamente a Mao quelle sofferenze.


Il 9 settembre, cinquantesimo anniversario della morte di Mao, Xinhua e Global Times non gli hanno dedicato nemmeno una riga. Eppure Mao è fisicamente ovunque: sulle banconote, nelle statue, nel mausoleo di piazza Tienanmen, dove il corpo imbalsamato riposa sotto una teca di cristallo. La nostalgia per i suoi ideali egualitari cresce, raccontano le agenzie, mentre l'economia rallenta e le disuguaglianze aumentano.
A Nanjie, nello Henan, detto l'ultimo villaggio maoista della Cina, la sua immagine compare a ogni angolo; a Dazhai, nello Shanxi, i negozi vendono poster, carte da gioco e stoviglie con il suo volto. Il mito resta, svuotato di storia: un passato a cui sono state strappate le pagine più sanguinose.
È su questo sfondo che va letta la Cina di oggi. Per il 2026 Pechino ha fissato un obiettivo di crescita tra il 4,5 e il 5 per cento, il più basso dal 1991. Nel secondo trimestre l'economia ha segnato il passo più lento dalla fine del 2022; a luglio la disoccupazione giovanile è salita al 17,9 per cento, con circa 12,7 milioni di nuovi laureati attesi sul mercato del lavoro.
Le esportazioni reggono, aiutate dalla domanda legata all'intelligenza artificiale; i nuovi prestiti in yuan hanno segnato, nello stesso mese, la contrazione più forte mai rilevata. E dopo decenni di rigido controllo delle nascite, secondo le stime di Reuters il costo potenziale degli incentivi alla natalità sfiora quest'anno i 180 miliardi di yuan. La crescita che giustificava il silenzio non è più una certezza.


Intanto il potere si concentra. Per alcuni analisti Xi ha accumulato più autorità dello stesso Mao. E resta aperta la domanda posta da un esperto interpellato da Reuters: il suo metodo durerà, o come accadde a Mao creerà pressioni che, dopo di lui, spingeranno la Cina altrove?
Quella sera tre uomini entrarono uno alla volta in una stanza credendo di andare a una riunione. Finiva così un'utopia feroce. Il Paese che ne è uscito e ha cambiato pelle, non memoria: i morti restano senza un conto, le colpe sono state affidate a quattro nomi, il fondatore resta intoccabile. Ma una nazione costruita sulla rimozione prima o poi deve fare i conti con ciò che ha rimosso. Senza verità sulle ferite non c'è riconciliazione, e senza riconciliazione nessun benessere, per quanto grande, dà pace.

















