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Un operaio italiano al lavoro per costruire un "Maggiolino" Wolkswagen
Ora alla guida del consiglio di fabbrica della Volkswagen c’è l’italiana Daniela Cavallo. Ma nel 1961, quando Lorenzo Annese diventò il primo operaio italiano assunto nella più grande fabbrica di auto tedesca, la situazione era molto diversa. Nei documenti di allora non si poteva usare la parola “emigrazione”, ma solo “reclutamento di manodopera”. E gli italiani, come gli altri stranieri, non erano lavoratori e basta, ma Gastarbeiter, ossia “lavoratori ospiti”. E gli ospiti, si sa, prima o poi devono andare via.
Il documentario Un sogno italiano, nelle sale dal 7 maggio racconta le loro storie, quelle di 500 mila connazionali che, dopo l’accordo bilaterale tra Italia e Germania del 1955, come Lorenzo hanno lasciato la povertà più nera per ritrovarsi da soli a fare lavori durissimi in città dove in molti locali troneggiava la scritta “Vietato l’ingresso agli italiani”.
«Sono partito a 21 anni da Alberobello», ricorda Lorenzo, «dopo aver lavorato nei campi fin da bambino, senza possedere niente». Lorenzo ricorda quell’interminabile viaggio in treno da solo: la tappa a Verona, dove medici tedeschi lo sottopongono ad una visita per accertare il suo stato di salute come se fosse un militare, il panino con un formaggio ammuffito donatogli da due suore («non sapevo fosse gorgonzola e lo buttai») e finalmente l’arrivo a Bockensdorf, il villaggio dove ha sede l’azienda agricola in cui deve lavorare. «Io sono partito con un contratto in tasca. Tanti altri no e si sono ritrovati nei posti peggiori: le miniere. Ma anche il mio lavoro era pesantissimo. Sono arrivato lì a mezzanotte. Alle sei del mattino il padrone mi sveglia e mi ordina di andare a pulire il porcile». Ma più di tutto gli pesa la solitudine. «In Italia avevo frequentato solo una scuola serale. Quindi non riuscivo a scrivere delle lettere a casa. Potevo solo telefonare, dalla posta. Il tempo di dire “Buongiorno, come state?” e partivano due marchi, quasi il salario di una giornata». Tante volte Lorenzo ha pensato di tornare indietro. «Mi ha fermato l’orgoglio. I paesani giù in Puglia mi avrebbero preso in giro e io non avrei sopportato».
Tutto cambia quando Lorenzo conosce Frida: è amore a prima vista. I due non si lasciano più e un po’ alla volta in lunghi anni costruiscono con le loro mani la villetta dove tuttora vivono e da dove Lorenzo parla con noi. Ma in mezzo c’è stata una lettera che ancora gli fa male. «All’epoca molti tedeschi pensavano che gli italiani venivano qui per mettere incinte le ragazze e andarsene via. Pochi giorni dopo l’annuncio del nostro fidanzamento, io e Frida abbiamo ricevuto una cartolina. La ricordo ancora a memoria: “Brutta prostituta, non ti vergogni? Non hai un minimo di dignità a voler sposare un italiano?”». Nel frattempo, Lorenzo ha cambiato lavoro ed è diventato muratore. Ma le cose non sono migliorate, anzi: «Dovevo trasportare tutto il giorno dei pesantissimi blocchi di cemento. Per ridurre il rischio di farci male, soprattutto alle mani, io e un mio compagno, dato che non potevamo permetterci dei guanti di protezione, abbiamo tagliato le camere d’aria di vecchie gomme d’auto e abbiamo ricavato dei guanti che coprivano almeno le dita. Li ho ancora».
Ma a pochi chilometri da lì, a Wolfsburg, le ciminiere della Volkswagen sputavano fumo giorno e notte e Lorenzo decide di cambiare ancora. «Amici tedeschi mi avevano aiutato a scrivere la domanda di assunzione, ma era stata respinta. Allora mi sono intrufolato in fabbrica con una comitiva di semplici visitatori e, appena ho notato l’ufficio del personale, sono entrato. Ho spiegato la mia situazione e alla fine il direttore ha detto: “Non è stupido, facciamogli fare la visita medica e poi lo prendiamo”. Una figura come la mia faceva comodo perché nel frattempo avevo imparato bene il tedesco e in fabbrica si sapeva che sarebbero arrivati molti altri italiani come me».


Lorenzo Annese nella sua casa italiana di Alberobello, dove è nato
Dopo alcuni anni nelle linee, Lorenzo entra nel sindacato e da quella posizione si occupa dei problemi dei connazionali che vivono ammassati nel villaggio (detto lager) costruito di fronte alla fabbrica, in baracche prefabbricate, dormendo in quattro nei letti a castello, con i cani lupo a sorvegliare di notte. «Mio fratello ci ha vissuto. Non era facile, ma almeno lì c’erano l’acqua calda, il bagno, le coperte, le pulizie, il cambio biancheria: magari avessimo avuto tutte queste cose nel Sud Italia».
L’unico vero grande svago è la Lupo, la squadra di calcio composta dagli operai della Volkswagen. Quando la Lupo giocava, c’erano più spettatori di quelli che seguivano il Wolfsburg, rinnovando l’eterna sfida tra Italia e Germania. «Io non giocavo, ma ho sempre sostenuto la squadra. Una volta siamo andati in trasferta a giocare a Senigallia». Ad Alberobello, invece, Lorenzo riesce a tornare solo una volta l’anno, ad agosto. «Ricordo la prima volta che scesi per Natale. Il riscaldamento sul treno non funzionava. Passai tutte le feste a letto con la polmonite».
Da quando è in pensione, l’ex operaio della Volkswagen, come tanti altri emigranti, divide la sua vita tra la casa in Germania, dove ha una figlia e i nipoti, e quella in Italia, dove sono rimasti fratelli e sorelle. Gli chiediamo se si sente più italiano o tedesco: «Penso in tutte e due le lingue. Alla fine credo che ci abbiamo guadagnato tutti e due: noi italiani e la Germania. Per questo non sopporto quelli che trattano male gli immigrati di oggi: noi, nonostante tutti i sacrifici e le ingiustizie subite, siamo stati trattati meglio».




