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ANSA/ANGELO CARCONI
Arriva, in prima serata su Rai 1, Qualcosa di lilla, il film diretto da Isabella Leoni che accende i riflettori su un disturbo ancora poco riconosciuto: la bulimia. Una malattia che spesso resta nascosta, lontana dagli sguardi, ma che può avere conseguenze drammatiche, soprattutto tra gli adolescenti.
Prodotta da Rai Fiction, la pellicola nasce da dieci anni di attivismo della sceneggiatrice Maruska Albertazzi, da centinaia di storie raccolte e dalle vicende di cinque giovani morti a causa dei disturbi alimentari, a cui l’opera è dedicata.
La storia: Nicole e quel dolore che non si vede
Al centro della storia c’è la quindicenne Nicole. Vive con la madre Veronica, severa e distante, mentre il padre Cristiano – affettuoso ma spesso assente – resta una presenza intermittente dopo la separazione.
L’arrivo di Luce, nuova compagna di classe carismatica e fuori dagli schemi, cambia tutto. È lei a trascinarla in un mondo fatto di eccessi e trasgressioni, dietro cui si nasconde una realtà più profonda: la bulimia. Nicole scivola lentamente nello stesso vortice, quasi senza accorgersene.
Una malattia invisibile che si insinua nel quotidiano, fino a un evento tragico che costringe la famiglia a fare i conti con ciò che era rimasto nascosto. Accanto a lei resta Marco, presenza stabile in un equilibrio che vacilla.
Il cast e i volti della storia
A interpretare Nicole è Federica Pala, affiancata da Alessandro Tersigni nel ruolo del padre Cristiano e da Raffaella Rea in quello della madre Veronica. Margherita Buoncristiani è Luce, figura centrale e ambigua, mentre Miguel Bonini interpreta Marco.
Completano il cast Federico Coccia, Costantino Comito, Rebecca Orlandi, Valentina Valsania e la stessa Maruska Albertazzi.
Un tema ancora poco compreso
Quello che Qualcosa di lilla porta sullo schermo, però, non è solo una storia. È una realtà concreta, spesso invisibile, che riguarda sempre più famiglie.
Secondo i dati diffusi dall’Istituto Superiore di Sanità, i disturbi del comportamento alimentare rappresentano la seconda causa di morte in Italia tra le ragazze e le giovani donne tra i 12 e i 25 anni, subito dopo gli incidenti stradali. Numeri che raccontano una sofferenza diffusa e ancora troppo poco riconosciuta, soprattutto quando (come nel caso della bulimia) non lascia segni evidenti sul corpo.
Per comprendere meglio cosa si nasconde dietro questo disturbo, abbiamo intervistato lo psichiatra Leonardo Mendolicchio, esperto in disturbi alimentari.
Dottore, quanto è grave oggi la situazione dei disturbi alimentari in Italia?
«Il vero grande tema è che non abbiamo dati aggiornati su cui ragionare: quelli più affidabili risalgono al 2009 e parlano di circa 3 milioni e mezzo di italiani. Ma è passato tanto tempo, nel frattempo è cambiato il mondo. Se dovessi dare una stima oggi, parlerei di circa 5 milioni di persone che soffrono di disturbi alimentari, e il 60% riguarda gli adolescenti. Parliamo di patologie complesse, difficili, e purtroppo anche mortali. Durante il Covid si è arrivati a circa 5 mila morti l’anno; oggi siamo intorno ai 3500. Sono numeri enormi: pensare che in Italia muoiano più di 3mila persone per disturbi alimentari è un dato che grida vendetta».
Qual è la differenza tra bulimia e anoressia?
«I disturbi alimentari sono diversi: anoressia, bulimia, disturbo da alimentazione incontrollata, ARFID, vigoressia. La bulimia è caratterizzata da crisi di fame incontrollabili, le cosiddette abbuffate, seguite da un fortissimo senso di colpa. Questo senso di colpa porta a mettere in atto dei meccanismi di compensazione. Il più conosciuto è il vomito autoindotto, ma non è l’unico: ci sono l’iperattività fisica, il digiuno dopo l’abbuffata, l’uso di lassativi o diuretici. È quindi un’alternanza tra grandi quantità di cibo ingerite e tentativi di “compensare”, con in mezzo un enorme senso di colpa. L’anoressia, invece, porta al rifiuto del cibo, alla paura intensa di ingrassare e di vedere il corpo cambiare. Va anche detto che i disturbi alimentari non sono statici: è molto frequente passare dall’anoressia alla bulimia. Non è una malattia che nasce in un modo e resta uguale, cambia nel tempo».
Cosa c’è alla base di un disturbo come la bulimia?
«Sono malattie multifattoriali. Entrano in gioco componenti culturali, sociali e psicologiche. Spesso ci sono traumi: abusi, lutti, bullismo, soprusi, violenze. Tutte esperienze che possono compromettere il rapporto di fiducia con il mondo esterno e generare un forte senso di impotenza. Questo produce un vuoto che non si scarica direttamente sul cibo, ma che porta all’abbuffata. E poi entra in gioco il senso di colpa, legato anche alla pressione verso un certo ideale di magrezza. Da qui nasce il bisogno di compensare».
Quanto incidono oggi i modelli estetici e i social network?
«La pressione sociale sul corpo non è nuova: esiste da sempre. Il corpo, soprattutto quello delle donne, è stato storicamente oggetto di aspettative estetiche, attraverso l’arte e la cultura. Oggi però questa pressione si è amplificata. Coinvolge anche età sempre più giovani e, sempre di più, anche gli uomini. I social sono il “braccio armato” di questa pressione: mentre prima era più difficile entrare in contatto con certi modelli, oggi basta uno scroll sul cellulare. È tutto immediato, continuo, pervasivo».
Chi soffre di bulimia è consapevole del problema?
«Sì, a differenza dell’anoressia. Il soggetto anoressico spesso fatica a riconoscere la propria condizione, mentre chi soffre di bulimia vive una vera e propria schiavitù e ne è consapevole. Ci sono però due situazioni: chi decide di restare dentro questo meccanismo – abbuffarsi e compensare – anche per anni, e chi invece chiede aiuto. Io vedo ancora oggi donne di 50-60 anni che mi dicono: “Dottore, ho mangiato e vomitato per 30 anni”. Questo fa capire quanto sia diffusa e silenziosa questa patologia, e quanto possa accompagnare una persona per decenni».
È più difficile accorgersi della bulimia rispetto all’anoressia?
«Sì, ed è il grande problema. La bulimia è una sorta di “patologia fantasma”: può andare avanti per anni senza che nessuno se ne accorga. A differenza dell’anoressia, non sempre ci sono segnali evidenti sul corpo. Per questo resta nascosta e spesso viene intercettata tardi».
Ci sono segnali che un genitore può cogliere?
«Il rapporto con il cibo diventa problematico. Può esserci una ricerca spasmodica: il soggetto bulimico può arrivare a svuotare le dispense, a mangiare qualsiasi cosa, anche cibo congelato. Non è così difficile accorgersene, ma serve attenzione. E soprattutto serve una cultura della sensibilità: genitori, fratelli, partner dovrebbero allenarsi a cogliere la sofferenza dell’altro. Se recuperassimo questa capacità empatica, anche una malattia invisibile come la bulimia potrebbe essere riconosciuta prima».
Cosa dobbiamo evitare di dire o fare quando si prova ad aiutare una persona bulimica?
«L’errore più grande è l’approccio giudicante. Chi soffre di disturbi alimentari vive già con un “tribunale” interno spietato. Se ci si avvicina con giudizio, si rafforza quella voce interiore. L’approccio giusto è fatto di tenerezza e presenza: dire all’altro “abbiamo visto che stai male, siamo qui accanto a te per capire e aiutarti”».
Si può guarire?
«Assolutamente sì. E per fortuna vediamo sempre più persone che riescono a uscire dai disturbi alimentari, anche dalla bulimia».




