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La pandemia è ormai lontana nel tempo, ma non del tutto archiviata nella memoria. Ha lasciato paure, abitudini diverse, un rapporto nuovo con gli spazi condivisi. Eppure, nelle Sale della Comunità, quel tempo sembra aver prodotto anche una consapevolezza: il valore di un luogo non dipende soltanto da ciò che vi accade, ma dalla possibilità stessa di incontrarsi.
È da qui che parte don Gianluca Bernardini, presidente di Acec-SdC, l’Associazione Cattolica Esercenti Cinema-Sale della Comunità, nel raccontare il volume fotografico Sale della Comunità: lo spazio in vita, promosso dall’Acec e edito da studiofaganel, che sarà presentato il 9 settembre nell’ambito dell’83ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica della Biennale di Venezia.


Il libro, attraverso gli scatti della fotografa Margherita Mirabella, racconta circa trenta Sale della Comunità italiane. Luoghi diversi per storia, architettura e territorio, ma accomunati da una caratteristica: non essere semplicemente contenitori di spettacoli, bensì spazi abitati da persone, relazioni, passioni, esperienze. Un cinema di paese, un teatro parrocchiale, una sala in una grande città possono avere dimensioni e forme differenti, ma conservano una medesima vocazione.
Don Bernardini, lo scorso anno parlavamo della capacità delle Sale della Comunità di ricostruire un rapporto di fiducia con il pubblico dopo la pandemia. Oggi possiamo dire che quella stagione è davvero alle spalle?
«Non possiamo dire che la pandemia sia stata completamente archiviata. Rimane nella memoria di tutti. Ma siamo certamente lontani da quel tempo. Le persone sono tornate ad abitare le sale, a frequentarle, e questo vale non soltanto per il cinema, ma anche per le attività culturali, il teatro e gli eventi. Abbiamo visto una grande partecipazione sia da parte del pubblico affezionato, che è tornato magari dopo diverso tempo, sia da parte di nuovi pubblici che hanno intercettato le nostre proposte.
Credo che le nostre sale abbiano fatto tesoro di quell’esperienza. La pandemia aveva evidenziato paure, solitudini, fragilità e aveva in qualche modo indebolito quel senso di comunità di cui tutti avvertivamo il bisogno. Le Sale della Comunità hanno provato a rispondere proprio a questo. Sono tornate a essere spazi di vita, luoghi vivi, abitati».


È un concetto che ritorna anche nel titolo del volume: lo spazio in vita. E forse è proprio questa vitalità che le fotografie di Margherita Mirabella riescono a raccontare meglio dei numeri.
«È esattamente così. Quando si sfoglia questo volume non si vedono semplicemente dei fermi immagine statici. Si vede la vita che abita questi spazi. Si sentono, quasi, le persone che ci entrano, quelle che dedicano tempo e lavoro alle sale, i volontari, gli spettatori che cercano un momento di svago ma anche di incontro, riflessione e condivisione.
Per questo dico che queste fotografie non sono soltanto da vedere, ma anche da sentire. Anche quando una sala è vuota, quelle immagini restituiscono una presenza. Alcune fotografie possono certamente colpire per la bellezza degli edifici, per la loro architettura, per la storia che raccontano. Ma, guardandole con attenzione, si riconosce soprattutto una vitalità.
E si vede anche quanto sia stato fatto in questi anni per rinnovare molte strutture, grazie ai contributi del ministero, ai bandi regionali e agli investimenti delle stesse realtà locali. C'è una freschezza nuova, anche tecnologica e architettonica. Ma soprattutto c'è la sensazione che questi luoghi siano stati curati perché possano continuare a essere vissuti».
Il libro racconta realtà molto diverse tra loro. Che cosa le accomuna?
«Le accomuna una stessa capacità di adattarsi e di continuare a rispondere alle esigenze delle persone. Una Sala della Comunità non è semplicemente un luogo dove si proietta un film. La sua storia nasce dalla polifunzionalità e quella vocazione non è mai venuta meno.
In questi anni abbiamo accettato la sfida dei tempi cercando spettacoli cinematografici ma anche teatrali, eventi, occasioni aggregative. Le sale sono state capaci di raccogliere esigenze non sempre espresse, a volte persino soltanto intuite, e il pubblico ha risposto.
La polifunzionalità è nel nostro Dna. Siamo nati così: come luoghi capaci di utilizzare molteplici linguaggi artistici per dare una risposta anche alle domande di senso che gli uomini e le donne di oggi si pongono e non sempre riescono a esprimere».


In questo senso la Sala della Comunità sembra assumere una funzione particolare in un'epoca nella quale ciascuno vive circondato da schermi.
«Oggi siamo immersi in una molteplicità di schermi. Ciascuno di noi può trovare continuamente immagini, informazioni e contenuti. Ma lo schermo della sala è diverso: ti apre verso un mondo, ti aiuta ad allargare l'orizzonte, non a chiuderlo dentro una visione.
Il cinema può aiutare ad aprire la mente e anche il cuore verso realtà che non avremmo mai immaginato. E questo vale soprattutto oggi, quando tutti pensano di essere informati e formati su tutto. Una Sala della Comunità può aiutare invece a fermarsi, a porsi domande, a mettere in discussione ciò che si tende a dare per scontato.
È una forma di educazione che non passa necessariamente attraverso una lezione. Passa attraverso uno sguardo, un racconto, un'immagine, una storia. È uno dei grandi valori che le nostre sale continuano ad abitare».
In questa prospettiva torna anche il tema dell'educazione dello sguardo, soprattutto per i più giovani. E qui si apre una questione generazionale.
«È decisiva. Un aspetto che emerge anche nel catalogo è proprio questo: molti di coloro che hanno iniziato ad abitare le Sale della Comunità lo hanno fatto da giovani. E, in alcuni casi, quella presenza è diventata poi volontariato, impegno, responsabilità.
Le realtà che stanno ripartendo o che continuano a essere particolarmente attive sono spesso quelle in cui sono presenti giovani che hanno voglia di fare, di portare il proprio know-how, la propria freschezza e le proprie competenze.
Penso, per esempio, a realtà in cui ragazzi giovanissimi lavorano accanto a persone che frequentano la sala da decenni. È un incontro tra generazioni che non viene semplicemente teorizzato: accade. Ci sono anziani che hanno custodito la sala per una vita e giovani che imparano da loro, ma nello stesso tempo portano competenze nuove, linguaggi nuovi, un modo diverso di guardare al cinema e alla comunicazione.
Questo per noi è un segnale importante. Vuol dire che queste strutture non sono spazi da archiviare, ma luoghi che possono ancora essere protagonisti del futuro».


Quindi il passaggio generazionale è una delle grandi sfide per le Sale della Comunità?
«Sicuramente. Quando parliamo di futuro, dobbiamo parlare di giovani. Non possiamo accontentarci di fare bene quello che già facciamo. Dobbiamo avere la capacità di coinvolgere le nuove generazioni, non soltanto come spettatori ma come protagonisti.
In questi anni Acec ha avviato collaborazioni con festival, istituzioni e progetti legati alla scuola. Sono esperienze importanti, ma dobbiamo fare di più. Perché una struttura che ha una lunga storia può continuare a vivere soltanto se trova persone capaci di raccoglierne la missione e allo stesso tempo di reinventarla».


E qui torna anche un'altra questione che avevamo affrontato nella nostra precedente intervista: la professionalizzazione. Quanto conta oggi, insieme al volontariato, avere competenze e figure capaci di costruire una proposta culturale?
«Conta moltissimo. Il volontariato resta una delle ricchezze fondamentali delle Sale della Comunità, ma non possiamo pensare che basti l'improvvisazione. Una sala vive perché dietro una proiezione, un incontro, uno spettacolo c'è un pensiero, una scelta, una capacità di leggere il territorio e di costruire una proposta.
La professionalizzazione va quindi di pari passo con il volontariato. Servono persone preparate, operatori culturali capaci di interpretare ciò che sta accadendo, di capire quali sono le domande del pubblico, di intercettare nuovi linguaggi e nuove generazioni.
È anche una questione di fiducia. Il pubblico si affida alla propria sala quando percepisce che dietro una programmazione non c'è soltanto un calendario, ma una proposta culturale. E può arrivare anche a scegliere un film che non avrebbe scelto altrove, magari un'opera di un autore meno conosciuto o un film straniero sottotitolato, proprio perché si fida di chi lo sta proponendo».
Le Sale della Comunità sono spesso inserite dentro una parrocchia, ma allo stesso tempo si presentano come presidi culturali aperti a tutti. Come si tiene insieme questa identità?
«È una delle nostre caratteristiche più importanti. Le Sale della Comunità sono luoghi inclusivi: accolgono tutti. E proprio per questo possono avere un grande valore anche pastorale.
Non serve necessariamente essere frequentatori assidui della parrocchia per entrare in una Sala della Comunità. È uno spazio di prossimità, di relazione, di condivisione. Anche il cardinale Zuppi, nel suo contributo al volume, sottolinea questo valore.
Per la comunità cristiana è una possibilità concreta di vivere quella Chiesa in uscita di cui tanto abbiamo parlato. Non rinchiudersi, ma essere presenti nel mondo. Non aspettare che le persone arrivino, ma creare occasioni per incontrarle.
La Sala della Comunità può essere come quel piccolo seme di senape del Vangelo: viene seminato, cresce con il tempo e porta frutto attraverso la cura. In questo senso è una struttura pastorale capace di rispondere molto bene alle esigenze del mondo di oggi».
E allora che cosa rappresenta, concretamente, questo volume?
«È certamente una memoria, ma non una memoria da archiviare. Preferisco quasi chiamarlo un memoriale: qualcosa che, guardando ciò che è stato, restituisce una realtà che continua a vivere.
Le fotografie di Margherita Mirabella rendono visibile ciò che tante ricerche, tante esperienze, tanti percorsi hanno cercato di raccontare nel tempo. Il volume restituisce una memoria fatta di persone, di volontari, di spettatori, di territori.
E proprio per questo non guarda soltanto al passato. Dice che queste sale sono ancora oggi spazi di vita, luoghi che hanno bisogno di essere accompagnati, curati e rinnovati».


Qual è allora la grande sfida dei prossimi dieci anni?
«Guardare ai giovani. Non fermarsi dove già siamo bravi e non accontentarsi dei risultati raggiunti. Queste strutture devono continuare a vivere e ad accompagnare le generazioni che verranno.
La nuova collaborazione che porterà anche a Venezia Casa Giovani, insieme ad Anec e al ministero, dice proprio questo: mettere in campo una sinergia capace di rivolgersi ai più giovani.
Quando parliamo di futuro parliamo di loro. E dobbiamo fare in modo che non siano soltanto spettatori, ma protagonisti.
Perché le Sale della Comunità possano continuare a essere quello che sono state e quello che, forse, oggi più che mai hanno la possibilità di essere: spazi in vita, ma soprattutto spazi di vita».
Il volume Sale della Comunità: lo spazio in vita, promosso da ACEC-SdC e pubblicato da studiofaganel, sarà presentato mercoledì 9 settembre nell'ambito dell'83ª Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica della Biennale di Venezia. Sarà acquistabile a partire da quella data sul sito di studiofaganel.









