I cambiamenti innescati dalla pandemia. Lo strapotere della tecnica. La crisi di tre istituzioni che per secoli hanno “regolato” il vivere civile e sociale dell’Occidente: la famiglia, la politica e la società. Sono i temi affrontati con grande rigore e brillantezza da don Luca De Santis, assistente pastorale e docente presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore e presso la Pontificia Università Lateranense di Roma, nel suo ultimo libro Nella nuova epoca – Riflessioni post pandemiche su politica, famiglia e Chiesa (Edizioni Marcianum press) in cui l’autore parte da un dato che ai più può apparire sorprendente: la crisi attuale non è iniziata con la globalizzazione o con la pandemia ma risale addirittura alla metà dell’Ottocento.

Cos’è la nuova epoca e in che cosa si caratterizza?

«In primo luogo bisogna chiedersi se abbiamo compreso di trovarci all’interno di una nuova epoca. Attualmente rispetto al passato, siamo incapaci di definire il nostro tempo, molto vagamente parliamo di post-moderno e durante il periodo della pandemia qualcuno ha avanzato l’idea che ci trovassimo nel post del post-moderno. Agli albori di questa nuova epoca, a partire dalla seconda metà dell’Ottocento, vi è un pensiero che subentra prepotente e caratterizza culturalmente l’uomo: la tecnica. Con essa non si intende la tecnologia, ma un pensiero unico, da cui quest’ultima è generata. In generale siamo nell’epoca in cui l’uomo ha dimenticato le radici della sua civiltà, è privo di identità e memoria, ma nello stesso tempo non vive in funzione di un fine, è privo di futuro: esiste solo il presente. È l’epoca dove tutto si ritiene possa essere risolto grazie a un’applicazione, dimenticando che la persona umana è un mistero. È l’epoca in cui siamo spinti sempre di più verso l’isolazionismo della comunicazione virtuale, con un cambiamento radicale del linguaggio, dove l’uomo ha smesso di porsi domande su sé stesso, sul senso del suo esserci e sul suo essere trascendente».

La pandemia può essere considerata uno spartiacque decisivo?

«Durante il periodo pandemico alcuni esponenti del mondo della cultura sostenevano che il Covid-19 avesse inaugurato una nuova epoca. In realtà la pandemia non ha fatto altro che svelare i problemi che già erano presenti nelle società, che erano stati rimandati e non risolti, la scelleratezza del non aver investito sulle istituzioni fondamentali della società. Ci siamo trovati dinanzi a un muro di problematiche che ancora purtroppo devono essere risolte. La pandemia può divenire un’occasione per conoscere e approfondire quest’epoca e attuare un programma, che alimentato dalle nostre radici identitarie sia in grado di dare delle risposte». E la guerra in Ucraina in quale prospettiva geopolitica va considerata? «Con le guerre mondiali, l’asse della politica si è spostato dopo millenni di storia sull’Oceano Pacifico, lì dove sono ancora oggi presenti le grandi potenze mondiali: Stati Uniti, Russia, Cina e in quest’ultimo tempo i Paesi in via di sviluppo come l’India. Grattando dietro la coltre dell’annessione dei territori, di chi ha attaccato e di chi è la vittima di questa guerra, è chiaro che vi è una resa dei conti tra due grandi potenze (Stati Uniti e Russia) e una terza (la Cina) che per il momento fa da arbitro. Nonostante il conflitto sia alle porte dell’Europa, l’Unione Europea ancora una volta si manifesta incapace di avere una posizione univoca e assumere un ruolo centrale in questa vicenda. È il chiaro segno di un organismo che naviga a vista, poiché privo di identità e per questo facilmente volubile nelle decisioni dei singoli Paesi da cui è composto. Non va dimenticato che ancora oggi l’Unione Europea non ha una costituzione, è un territorio dove si regolano i conti delle altre potenze mondiali».

Perché lei sostiene che la crisi attuale ha inizio addirittura nell'Ottocento?

«Dopo la seconda metà dell’Ottocento si registrano alcuni avvenimenti molto importanti tanto da segnare un vero e proprio cambiamento d’epoca. Uno di questi lo si può rintracciare nella filosofia che dichiara in modo assoluto la morte di Dio e dunque della metafisica, l’uomo ritiene di essere solo e l’unico artefice di sé stesso e del mondo, la sua fede è riposta nella scienza che come dice Jacques Ellul diviene una nuova religione. Nel frattempo si consuma la Rivoluzione industriale, dove l’elemento della tecnica conforma sempre di più il pensiero dell’uomo, caratterizzando di conseguenza il nostro tempo attuale. Il Novecento è inaugurato dal primo conflitto mondiale, una guerra molto diversa dalle altre, caratterizzata da uno sviluppo tecnico delle armi e la partecipazione di Stati extra europei, in particolar modo gli Stati Uniti d’America e la Russia, che dando un forte contributo alla vittoria dei conflitti mondiali divengono gli artefici di un pensiero nuovo, che porteranno man mano alla scomparsa o allo stravolgimento del pensiero greco ed ebraico – cristiano, spostando l’asse delle decisioni politiche dall’Atlantico al Pacifico».

Nel sottotitolo del volume si fa riferimento a tre istituzioni fondamentali: Chiesa, famiglia, politica. Qual è il tratto che le accomuna in questo frangente storico?

«Sono le tre associazioni fondamentali, connaturali e coessenziali alla persona umana. Esistono sin dalla comparsa dell’uomo sulla Terra e sono presenti anche se in forma diversa in tutte le parti del mondo: dalle metropoli sino ai villaggi dell’Africa o dell’Amazzonia. Per la prima volta in quest’epoca, dopo millenni di storia, queste tre istituzioni sono in crisi. Singolarmente in passato, queste istituzioni hanno avuto dei momenti bui e la società è stata in grado di sorreggersi dalla supplenza delle altre due, oggi non è così. Attualmente siamo totalmente incapaci di dare una definizione di cosa sia la famiglia, nello stesso tempo in essa troviamo le problematiche legate al pensiero tecnico; la politica è totalmente incapace di una programmazione dai lunghi obiettivi, di indirizzarsi in questo tempo, avendo alle spalle quarant’anni di declino totale, e poi la crisi della Chiesa che in primo luogo è di natura spirituale e poi organizzativa e formativa».

Quale dovrebbe essere il ruolo dei cattolici nel decifrare e offrire chiavi di lettura della nuova epoca che stiamo vivendo?

«Bisogna ritornare ad abitare la città, colmare quei vuoti sociali che a partire dalla fine degli anni ’70 del secolo scorso sono stati generati e che attualmente sono occupati da ideologie diverse. Oltre alle parrocchie è necessario valorizzare quei canali che ancora sono attivi, come le scuole e le università cattoliche, insieme con gli oratori. La Chiesa come la scuola ha la grave responsabilità di riportare le persone ad aggregarsi nuovamente. È vero che anche i cristiani sono figli del loro tempo, ma è necessario comprendere che abbiamo bisogno non di preti protagonisti social, ma di figure che portino a Cristo, in grado di fornire le motivazioni per recuperare l’aspetto fondamentale della nostra fede: l’essere popolo, assemblea. Abbiamo bisogno di una Chiesa capace di interporsi con la società, per poi meglio far comprendere i suoi insegnamenti magisteriali, una Chiesa in grado di dialogare con le scienze moderne e che sappia fornire da questo punto di vista un pensiero cattolico nella risoluzione dei problemi odierni: la missione della Chiesa è l’edificazione del Regno di Dio».