di Enzo Natta

Torna Roberto Benigni e torna con un film piuttosto inusuale, del quale i trailers pubblicitari si sono ben guardati dal rivelare la vera identità. E così quella che sulle prime sembra una delle solite allegre e surreali storielle di un burattino lunare, mezzo Pierrot e mezzo Pulcinella, costellata di gag e trovate farsesche, a un certo punto inverte completamente la rotta per subite una metamorfosi drammatica. Ecco dunque i campi di concentramento nazisti, l'Olocausto, un papà che per evitare anche il più piccolo trauma al proprio figlioletto lo convince che la vita all'interno del lager altro non è se non un grande gioco con allettante premio finale in palio.

Gli ammiratori di Benigni troveranno alquanto insolita questa sua nuova performance, dove, anche se la forma rimane pressoché identica, cambia invece radicalmente la sostanza. Abbandonato il terreno della commedia degli equivoci (Johnny Stecchino, Il mostro), Benigni e il fedele sceneggiatore Vincenzo Cerami sperimentano nuove strade, Il modello al quale si rifanno è quello preferito da Chaplin che, per accentuare il contrasto fra innocenza e sopruso, sovrappone la sua vis comica a un contesto drammatico.

Rammentate il candido barbiere ebreo del Grande dittatore? La vita è bella ricorda quel film non soltanto per lo sfondo in cui si svolge, ma anche per il marcato divario fra un mondo di brutalità, di odio, di intolleranza da una parte e uno di gioiosa serenità, anche nei momenti più difficili, dall’altra. Due concezioni di vita, insomma, dove i valori etici contrapposti sono così stridenti da rendere buffo il confronto. La vita è bella trova poi un altro punto di riferimento in Jona che visse nella balena di Roberto Faenza (dal romanzo di Jona Oberski) e più esattamente nell'inquadrare una triste realtà con gli occhi di un bambino. Occhi che nel film di Benigni trasformano in un gioco anche gli aspetti più dolorosi della vita.

Questa visione ludica dell'esistenza e questa pedagogia dell'ottimismo sono l'arco a tutto sesto di La vita è bella. Questa volta regge al peso che la sovrasta? Qualche scricchiolio inevitabilmente si avverte. Anche se Benigni e Cerari evitano il ricorso alla commozione facile e a scene madri, quando il film scopre le sue carte la risata istintiva si attenua in sorriso e il sorriso è quasi sempre amaro.

Ma, a parte la regia un po' traballante, dello stesso Benigni, La vita è bella supera la prova.

E la supera per il suo messaggio di speranza, per la sua dirompente vitalità, per la sua fede nell'uomo. Che si salverà grazie a una risata.