Femminicidio è la parola più consultata sul portale treccani.it dall’inizio del 2026, prima di maranza e fake news, che occupano rispettivamente il secondo e il terzo posto. Seguono overtourism, influencer, smart working, follower, rider, meme e selfie.

Le parole più cercate dagli utenti sul sito di un’istituzione autorevole come l’Istituto dell’Enciclopedia italiana dicono molto sulla nostra società e soprattutto sui temi caldi nel dibattito pubblico.

Non stupisce che in cima alla classifica ci sia il vocabolo femminicidio, definito da Treccani come l’«uccisione di una donna da parte di un uomo, spesso il marito o il compagno, all’interno di una cultura in cui le donne vengono spesso oppresse e sottoposte a violenza per il loro genere». Un lemma entrato di recente nel nostro vocabolario (la stessa Treccani l’aveva scelto come “parola dell’anno” 2023), ma il cui uso viene oggi contestato da alcuni, al pari di un’altra parola ad esso collegata quale patriarcato. Da destra (e in particolare dalla destra estrema, vedi il generale Vannacci) si propone addirittura di abolire la fattispecie di reato del femminicidio (che nel nostro ordinamento esiste dal dicembre dello scorso anno), tornando a equipararla a quella più generale di omicidio. Misconoscendo così la specificità della violenza di genere, che si esercita in uno squilibrio di potere, radicato in una mentalità sessista (patriarcale, appunto), tra l’uomo e la donna.

Anche altre parole della graduatoria hanno a che fare con la discussione politica e sociale. È il caso di maranza. Negli anni Ottanta si riferiva a un «abitante perlopiù delle periferie urbane, non per forza giovane, zotico, rozzo, che cerca di mettersi in mostra», ma ha poi ampliato il suo significato indicando ora il «giovane che fa parte di gruppi di strada chiassosi, prepotenti e riconoscibili per l’abbigliamento vistoso e per il linguaggio e il modo di fare volgari». Giornali e tv oggi utilizzano il vocabolo specialmente per riferirsi a giovani immigrati, anche di seconda generazione, protagonisti di comportamenti delinquenziali o borderline. Ci sono trasmissioni televisive che su una presunta “emergenza maranza” nelle nostre città hanno fatto la propria fortuna.

Donald Trump spesso taccia di \\\"fake news\\\" le oipnioni degli altri, se non gli fanno comodo; molti sostengono che sia lui uno dei maggiori autori di false notizie.
Donald Trump spesso taccia di \\\"fake news\\\" le oipnioni degli altri, se non gli fanno comodo; molti sostengono che sia lui uno dei maggiori autori di false notizie.

Donald Trump spesso taccia di "fake news" le oipnioni degli altri, se non gli fanno comodo; molti sostengono che sia lui uno dei maggiori autori di false notizie.

(EPA)

Fake news, in inglese letteralmente «notizie false», è un’altra espressione molto utilizzata per indicare quelle informazioni non verificate, e spesso non verificabili, diffuse ad arte online. Le fake news sono un’arma, scorretta ma potente, di lotta politica. Si pensi a quelle fatte circolare durante la pandemia, per contrastare e screditare le misure di contenimento del virus adottate dai governi, ma anche a quelle che vengono introdotte nei vari scenari di guerra. Fake news può anche essere una parolina buttata lì, come fa spesso il presidente Usa Donald Trump, per liquidare con tono sprezzante, senza ulteriori commenti, notizie scomode o imbarazzanti.

Al mondo del lavoro sono legate le parole rider e smart working. In queste settimane di caldo straordinario chi fa smart working, cioè chi lavora da casa o a distanza, è certamente più fortunato dei poveri rider, coloro che fanno «consegne a domicilio, soprattutto di piatti pronti, tramite una bicicletta equipaggiata». Si è molto discusso, nelle scorse settimane, su come tutelarli, visto che il più delle volte lavorano a cottimo e se si fermano nelle ore più calde, come quelle del pranzo, viene meno gran parte del loro guadagno giornaliero.

Influencer, follower, meme e selfie sono invece parole che hanno a che fare con la comunicazione digitale. Il follower è l’altra faccia dell’influencer: senza il primo, il secondo non potrebbe esistere. Se l’influencer, è «un personaggio popolare sui social network, che può influenzare i comportamenti, le scelte e gli acquisti di un certo pubblico», i followers sono le persone che lo seguono, magari acriticamente, con il rischio – come talora viene documentato dalle cronache – di farsi abbindolare.

\\\"Overtourism\\\" è fra le parole più cercate.
\\\"Overtourism\\\" è fra le parole più cercate.

"Overtourism" è fra le parole più cercate.

(ANSA)

Meme – un vocabolo coniato nel 1976 dal biologo Richard Dawkins a partire dal greco mímēma, per designare un elemento culturale replicabile per imitazione – indica «un contenuto (foto, video, disegno, ecc.) che si trasmette da una persona all’altra tramite i social media, diventando virale, cioè molto diffuso»; e selfie, «l’autoscatto fatto con la fotocamera, di solito di uno smartphone o di una webcam, che viene spesso condiviso sui social network». Alzi la mano chi, non ha mai utilizzato un meme o non si è mai scattato un selfie.

Infine, overturism, parola passata dal lessico specialistico al linguaggio giornalistico, con il significato di «sovraffollamento turistico» di un determinato luogo, che può provocare danni all’ambiente, oltre che disagi ai residenti. Prima la parola non era utilizzata, ma il fenomeno è ben conosciuto da tempo: si pensi al caso di Venezia, città per la quale si discute da anni su una possibile limitazione degli accessi. In un Paese come il nostro, con la sua enorme quantità di bellezze paesaggistiche e artistiche, l’overturism si potrebbe facilmente evitare valorizzando i tanti tesori misconosciuti, favorendo una migliore distribuzione dei flussi di visitatori. Ma anche in questo caso pesa l’effetto dei social network, che tendono a privilegiare alcuni luoghi rispetto ad altri.

È interessante notare che la quasi totalità delle parole cercate dagli utenti del portale Treccani sono straniere, nella fattispecie inglesi. Esisterebbero parole equivalenti in italiano. Ma chi direbbe, lavoro agile anziché smart working o, al posto di rider, ciclofattorino? In un mondo globalizzato, la colonizzazione lessicale è un fenomeno difficile da contrastare. E anche Treccani non può far altro che registrarlo.