In una società ossessionata dalla performance, dove mostrare le proprie debolezze è considerato un tabù, Franco Arminio sceglie di andare controcorrente. Con il suo ultimo libro, “La grazia della fragilità”, il poeta e paesologo ci invita a smettere di fingere invulnerabilità e a riconoscere il valore delle nostre crepe. Partendo dalla sua esperienza di ex maestro elementare, Arminio lancia una proposta concreta per la scuola di oggi: istituire un momento dedicato all'ascolto dei vissuti emotivi, per combattere l'ansia da prestazione e riscoprire il contatto con il mondo reale.

Nel suo ultimo libro, La grazia della fragilità, lei ribalta la narrazione dominante che ci vuole sempre vincenti e performanti. Cosa ci perdiamo cercando a tutti i costi di apparire invulnerabili?

«L’invulnerabilità ostentata ci rende più disattenti, più arroganti e meno sensibili al dolore degli altri e alla realtà che ci circonda. Anche i luoghi possono trasmettere questa grazia: vengo da una passeggiata alla Garbatella, a Roma, un quartiere meno frenetico di altri, dove ho percepito proprio questo sentimento. Attenzione, non dico di cercare la malattia o il lutto, ma quando queste situazioni inevitabili accadono, il lavoro da fare è estrarre una grazia dalla disgrazia. È il filo conduttore dei miei libri e della mia vita».

Franco Arminio e la copertina del suo libro

Lei ha lanciato la proposta di istituire nelle scuole un'«ora di fragilità». Può spiegarci concretamente come se la immagina?

«Ho fatto l'insegnante elementare per tanti anni e ho visto l'evoluzione della scuola: da un lato c'è l'ossessione quantitativa e performante, dall'altro un'idea più relazionale. Io sostengo questo secondo modello. L'ora di fragilità non deve essere per forza un appuntamento meccanico, istituzionalizzato il sabato mattina; può essere un quarto d'ora, un momento pescato nella giornata per dare attenzione ai vissuti emotivi. Oggi manca uno spazio dove raccontare le proprie ferite: non si fa in famiglia, né tra amici, né in rete, dove spesso prevale l'attacco. Bisogna curvare la società verso una riflessione vera sulla vita intima, per riconoscere la nostra fragilità ed essere di compagnia l'uno all'altro».

I ragazzi oggi sono immersi in una vetrina digitale dove l'errore è stigmatizzato. Dare uno spazio istituzionale per dire "ho paura" o "mi sento solo" può essere un antidoto al bullismo e al malessere giovanile?

«Secondo me sì. Se questo spazio manca, è un invito a nascondere la "crepa", che però non sparisce: si trasforma in aggressività. Molte aggressioni nascono da un dolore non espresso. Se non diamo la possibilità di dire "io sto male", si finisce per proiettare il male sugli altri. È un sistema paranoico che oggi domina non solo le relazioni tra individui, ma anche quelle internazionali».

Se lei fosse Ministro dell'Istruzione, oltre all'ora di fragilità, quale altra materia introdurrebbe per insegnare ai ragazzi a "sentire" e non solo a fare?

«Istituirei una lezione quotidiana di geografia, intesa come esplorazione fisica del mondo. La scuola non deve essere un luogo chiuso: bisogna uscire, andare al mercato, per strada, per sviluppare l'attitudine percettiva. Come si fa a stare chiusi in classe a maggio, con la natura che fiorisce? Quando ero bambino ci portavano a fare passeggiate; oggi la burocrazia e l'ossessione della sicurezza lo impediscono. Ma la vita è intrinsecamente pericolosa. La scuola deve uscire da se stessa per guardare il mondo, perché si apprende dalla realtà, non solo dai libri».