Ho conosciuto il giornalista e scrittore Carlo Baroni, caporedattore del Corriere della sera, (cui ci legano i comuni natali nel quotidiano Avvenire e la fede interista) in un viaggio organizzato da un comune amico in Libano: un tipo bonario, sagace, acuto, coltissimo e soprattutto simpaticissimo. Mi pareva di indole paciosa e di fisico non particolarmente allenato, tanto è vero che dopo due giorni di peregrinazioni si infiammò progressivamente un ginocchio, trascinandosi con una stampella e sopportando stoicamente il dolore da un museo all’altro. Non potevo immaginare che sotto quest’indole (forse un ruolo di copertura) battesse in lui un’anima di 007. L’ho scoperto leggendo il suo libro dedicato alla spia inventata da Ian Fleming in tempi di guerra fredda, utilissimo anche alla luce del fatto che Netflix ripropone l’intera serie dei film, a cominciare da “Licenza di uccidere-Dr. No” che vede protagonista Sean Connery (1962) fino a “No time to die” con Daniel Craig (2021).

Battute a parte, questo libro ha un pregio raro: prende un’icona iperconsumata come James Bond e la riporta a casa, cioè dentro l’uomo. “Essere James Bond. Identikit di un agente segreto” (edito dalle edizioni Ares), non è l’ennesimo manuale per fan né una sfilata di smoking, cocktail e pistole con il silenziatore. È piuttosto un tentativo serio – e riuscito – di rispondere a una domanda che da settant’anni facciamo senza ascoltare davvero la risposta: chi è James Bond, quando resta solo?

Baroni fa una cosa controcorrente, quindi preziosa: smonta il mito senza distruggerlo. Lo osserva da vicino, quasi con pudore, e scopre che dietro l’agente con licenza di uccidere c’è un uomo con licenza di soffrire, introverso, inquieto, agitato (non mescolato, ma la battuta era facile). Un orfano precoce, un solitario elegante, un professionista del controllo che combatte ogni giorno con il disordine interiore. Altro che superuomo: Bond è un equilibrista che cammina sul filo teso tra dovere e desiderio, tra disciplina e malinconia.

La scrittura è colta ma mai pedante, narrativa senza diventare indulgente. Baroni intreccia cinema, letteratura, storia dell’intelligence britannica e psicologia con una naturalezza che fa sembrare tutto semplice – che è sempre il segno delle cose fatte bene. Le pagine dedicate a Casino Royale, (il miglior film della saga per introspezione e azioni adrenaliniche a detta della maggioranza dei suoi appassionati) a Vesper Lynd, al rapporto con M e alla formazione di Bond nelle scuole d’élite inglesi restituiscono un personaggio più fragile e dunque più credibile

Il punto forte del libro, però, è un altro: l’idea che James Bond non sia un nostalgico del passato, ma un uomo costretto a difenderlo mentre il mondo cambia più in fretta di lui (in Skyfall è chiarissimo). È qui che il personaggio smette di essere solo un eroe di carta e diventa uno specchio. Perché Bond resiste, non per amore della tradizione, ma per fedeltà a un codice. Non sempre giusto, non sempre vincente, ma coerente. E oggi la coerenza, anche nei servizi segreti dei doppi e tripli giochi, è più rivoluzionaria di qualunque gadget. «Il Bond che non invecchia non è solo una trovata cinematografica », scrive Baroni, «Con lui torna il mito dell’immortalità. In questo caso la certezza dell’immortalità. La dimensione spirituale di James che fa sempre capolino. C’è qualcosa al di là e oltre la morte».

In fondo, Baroni ci suggerisce che James Bond non piace perché spara meglio degli altri, ma perché paga sempre un prezzo. E lo paga in solitudine. È un libro che piacerà ai bondiani, li arricchirà certo, ma soprattutto a chi sospetta che dietro ogni mito duraturo ci sia una ferita ben nascosta. E che il vero segreto di 007 non sia l’arma, ma il carattere.