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Nella foto: lo sguardo carico di significato fra Nassera Kermiche, 62 anni (a sinistra), mamma di Adel, autore dell’attentato a padre Hamel, e Roseline Hamel, 85, sorella del sacerdote ucciso il 26 luglio 2016 mentre celebrava la Messa a Saint Etienne du Rouvray (Francia).
Gesù ce lo ha detto con parole chiare, che continuano a illuminare il nostro sguardo e, leggendo questo libro, si sono per me illuminate di nuova sostanza e di rinnovato valore: «Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli. Sì, o Padre, perché così hai deciso nella tua benevolenza» (Matteo 11, 25-26). Roseline e Nassera, nella loro semplicità, hanno dato una testimonianza forte e necessaria in questo nostro tempo: che l’amore non si arrende davanti alla morte.
E ce lo testimoniano in queste pagine, nelle quali affiora ancora tutta la loro sofferenza per la perdita dei propri famigliari, Jacques e Abel. Ma sono loro a dirci che “queste cose”, cioè quanto Gesù ha detto, sono patrimonio delle persone semplici e umili.


Tutte queste verità, e la verità più grande – che è l’amore a vincere, non la morte! –, arrivano nella storia tramite le persone più normali, quelle meno in vista, quanti non amano i riflettori della ribalta né la notorietà dei media.
Senza scomodare esperienze che sono diventate anche famose tramite libri e romanzi, anche in Terra Santa questo avviene nel quotidiano del nostro vivere: nei nostri ospedali, per esempio, è normale che medici e infermieri di diverse fedi lavorino fianco a fianco curando e accudendo malati ebrei, cristiani e musulmani. Vincendo, nell’ordinarietà della vita di tutti i giorni, ritrosie e sospetti, sentimenti di vendetta e atteggiamenti di rivalsa. Avviene anche nelle nostre scuole, negli ambulatori, nelle Caritas, nelle case di accoglienza: non si chiede l’identità religiosa, non si mettono “dogane” al bene, non si esclude l’altro perché “altro”. Credo che siano proprio questi frammenti di umanità a tenere ancora in piedi il mondo, proprio in un tempo in cui i grandi del pianeta muovono i loro eserciti come pedine su una scacchiera. Senza pensare che una bomba stermina una famiglia, senza tener conto che un missile può metter fine all’esistenza di decine di giovani, tranciando di netto vite da poco sbocciate.
Questa storia interroga chi legge. Chiede se sia possibile credere ancora nella forza del bene quando tutto sembra smentirlo. Chiede se la pace possa essere davvero, come ricorda Papa Leone, «disarmata e disarmante». Non offre ricette, ma consegna una responsabilità: quella di non cedere alla logica dell’odio, di continuare a credere che l’amicizia, anche nelle forme più improbabili, possa aprire un varco nella notte.
C’è, infine, un’altra domanda che questo libro lascia emergere, quasi in filigrana, e che riguarda ciascuno di noi: che cosa facciamo del dolore quando non possiamo evitarlo? Lo trasformiamo in un muro, in una corazza, in una condanna definitiva dell’altro? Oppure accettiamo che diventi un luogo di passaggio, una soglia da attraversare senza sapere fino in fondo dove conduce?


Roseline e Nassera non hanno scelto il dolore che le ha colpite. Nessuno sceglie una simile prova. Ma hanno scelto come abitarlo. Hanno rifiutato la scorciatoia dell’odio, che promette sollievo immediato e invece lascia ferite ancora più profonde. Hanno scelto un cammino più esigente, più lento, più fragile, che espone al rischio dell’incomprensione e del giudizio. Un cammino che non si impone, ma si offre come testimonianza.
In un tempo segnato da polarizzazioni sempre più radicali, da narrazioni che dividono il mondo in blocchi contrapposti, questa storia ricorda che il male prospera dove le identità diventano muri e le sofferenze vengono usate come armi. Al contrario, il bene – quello autentico, non proclamato – cresce nei luoghi invisibili, nelle relazioni custodite, nei gesti che non fanno notizia. È un bene discreto, spesso silenzioso, che non elimina il conflitto, ma ne impedisce l’assolutizzazione.
Per questo Sorelle di dolore non è solo un libro da leggere, ma un’esperienza da attraversare. Non chiede adesioni ideologiche né consensi emotivi, ma chiede ascolto. Chiede di sostare davanti a una possibilità: che il dolore, pur restando dolore, non sia l’ultima parola sulla nostra umanità. Che la riconciliazione non sia un’utopia ingenua, ma una scelta possibile, seppur fragile, sostenuta da gesti concreti e da una fiducia che va oltre ciò che è immediatamente visibile.
Chi entra in queste pagine non ne esce con risposte semplici. Ma, se si lascia toccare, forse ne esce con uno sguardo un po’ più libero, un cuore un po’ meno armato, e la consapevolezza che anche nella notte più buia può aprirsi un varco. Non per cancellare il dolore, ma per attraversarlo insieme.



