Tra i molti volti di casa Savoia studiati a scuola, spesso non compare quello soave e avvenente di Maria Cristina, una figura che invece meriterebbe maggiore attenzione, se non altro per la dirittura morale e la sincera fede, che l’hanno portata all’onore degli altari nel 2014. Tra i suoi principali studiosi si annovera Luciano Regolo, condirettore di Maria con te, che alla principessa sabauda dedica ora un terzo volume: Maria Cristina di Savoia. «Servi Dio e tutto avrai dappiù», edito da Ares (euro 26,00).

Dopo due pubblicazioni, quali sono le novità emerse nel frattempo che l’hanno indotta a tornare a scrivere su Maria Cristina di Savoia?

«Una riguarda la morte, che ricordiamo proprio in questi giorni dell’anno. Si è sempre creduto che lei fosse morta di un’infezione post-partum, in realtà quello che accadde è documentato da una relazione che io ho avuto dagli eredi del medico di corte: a Capodimonte Maria Cristina e il marito, Ferdinando II, stavano giocando a rincorrersi, lei incespicò nel vestito e cadde, prendendo una botta violenta al ventre che provocò una perforazione gastrica, con successiva infezione letale. Questa documentazione fu secretata perché si ritenne che non fosse consona all’immagine di due sovrani il rincorrersi per gioco come due ragazzi, soprattutto perché cominciavano a serpeggiare nelle corti d’Europa dicerie che sostenevano che lui fosse un marito violento; si pensò che il fatto di una botta al ventre potesse avvalorare questi sospetti».

L'autore della biografia Luciano Regolo con il libro.

È un matrimonio che Maria Cristina inizialmente rifiuta…

«Maria Cristina non dà il suo consenso, volendosi far suora, fino a quando il suo padre spirituale la fa riflettere sul fatto che, diventando regina, avrebbe potuto aiutare più facilmente chi soffre. Una volta accettato il matrimonio, diventa una moglie amorevole, un elemento di armonia che riesce a mettere pace in una famiglia litigiosa, dove il marito non parlava con la madre e aveva un aspro contenzioso col fratello».

Il suo caso testimonia che la vita buona del Vangelo è possibile in ogni ambiente e condizione sociale, anche in una corte reale.

«Il principe di Bisignano, interrogato durante la causa di beatificazione, disse che le udienze con la regina si trasformavano in lezioni di catechismo, perché lei, per evitare i pettegolezzi, parlava di Gesù e spingeva tutta la corte a seguirla».

La beatificazione di Maria Cristina è stata possibile grazie al riconoscimento di un miracolo che ha visto come beneficiata Maria Vallarino. Cosa successe?

«Questa donna di Genova era stata colpita da un carcinoma al seno, incurabile. È una domestica a servizio in una famiglia molto legata a Maria Cristina e aveva ricevuto una sua immaginetta con una reliquia; lei si affida all’intercessione di Maria Cristina per la guarigione, cosa che i medici increduli devono constatare. La Vallarino morirà a 70 anni».

Maria Cristina invece muore giovanissima. Viene spontaneo accomunarla a due santi come Carlo Acutis e Pier Giorgio Frassati, altrettanto giovani.

«Ne parlo diffusamente nel libro a partire dalla sua attenzione verso gli umili e i sofferenti: da bambina destina le sue paghette ai poveri, come faceva Acutis, e come Frassati andava a trovare le persone ammalate. Sicuramente innova il concetto di carità: all’epoca di Maria Cristina era concepita come un obolo, invece lei precorre i tempi intuendo che non bisogna solo dare un’offerta, ma una speranza di vita a queste persone. Per questo motivo, quando diventa regina di Napoli, fa rimettere in sesto le seterie di San Leucio a Caserta, un progetto sociale in cui donne di strada, orfani, poveri vengono impiegati nel lavoro e coinvolti in un progetto educativo».

La copertina del libro riporta un ritratto della regina realizzato con l’Intelligenza Artificiale…

«Con la competenza grafica di Stefano Chiarla e notizie storiche documentate, unitamente al vaglio del postulatore, abbiamo usato il calco della maschera funeraria di Maria Cristina, una stampa d’epoca ritenuta somigliante e un busto conservato alla Reggia di Caserta per ottenere questo ritratto. A dimostrazione del fatto che si può fare un uso virtuoso dell’Intelligenza Artificiale se è suffragato da professionalità e da rigore metodologico».