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Il destino del piccolo Domenico si è compiuto. Il cuore del “guerriero”, come lo definiva mamma Patrizia, si è arreso all’inevitabile e ha smesso di battere nelle prime ore di questa mattina. Mentre tutta l’Italia ne sta parlando, avendolo in qualche modo adottato come figlio della nazione, ci immergiamo anche noi del dolore della famiglia. Che è un po’ la “nostra” famiglia, simbolo di un popolo, di tutti noi, che lotta sempre, anche quando sembra non che non ci siano più speranze.
Ma noi umani, e noi cristiani ancor di più, viviamo di speranza. È la benzina del nostro esistere e del nostro faticare sotto il sole. Ogni giorno. E allora dobbiamo sforzarci anche noi di trovare motivi per sperare in questo triste sabato, in cui per Domenico quel sole si è spento per sempre, ma per riaccendersi subito dopo con una Luce che sconfigge ogni tenebra. Per sempre. E questo è il primo motivo di speranza: sappiamo per fede che il piccolo guerriero non è morto, ma vive nella compagnia di Dio, degli angeli, dei santi. E di Maria: chi meglio di lei può comprendere mamma Patrizia? Anche lui santo fra i santi. Non è una vana speranza questa, è la speranza radicata nella Risurrezione di Cristo, che è stata significata e meravigliosamente espressa, pur tra le lacrime, con il sacramento dell’Unzione degli infermi che l’Arcivescovo di Napoli, mons. Domenico Battaglia, gli ha impartito poco prima che i suoi occhietti si chiudessero al mondo. Quell’olio consacrato è proprio l’unguento di chi chiede e ottiene da Dio la virtù della fortezza nel momento della fatica e della debolezza estrema. I sacramenti cristiani che impartiscono la grazia intercettano ogni momento della vita. Anche quello estremo.
Un altro motivo ci viene dalla testimonianza dei familiari di Domenico. Di fronte a parole, gesti e sentimenti d’odio la gentilezza che hanno mostrato impartisce a tutti noi una lezione di grande civiltà: la loro resilienza e l’accettazione, unita a una richiesta di giustizia che dovrà pure fare il suo corso, ci dicono che anche dentro al più grosso dolore che possa colpirci, la morte di un figlio, si può stare con dignità. Quella dignità che sentiamo e vediamo in loro ci parlano di vita, pur dentro la morte. Ne è testimonianza la loro intenzione di creare una fondazione per aiutare le vittime di colpa medica e i bambini che non possono essere trapiantati. Sarà un modo per far rivivere Domenico e dare un senso umano, per quanto possibile, alla sua vicenda.
Un ultimo motivo per sperare è la compassione pubblica che in questi giorni si è manifestata in tanti modi. Ne abbiamo bisogno tutti come “medicina sociale” in un mondo sempre più popolato di odiatori seriali, sui social (soprattutto) ma anche per strada e sui tanti fronti di guerra.
Dopo il clamore che seguirà in questi giorni, speriamo che cali poi il silenzio su una vicenda che molto probabilmente farà parlare di sé ancora nelle aule di un tribunale. Non è la prima volta che un bambino muore, e non sarà purtroppo l’ultima. Ma vogliamo, questo sì, che sia l’ultima per colpa di medici inadeguati, la cui incuria non può però inficiare la loro categoria e il grande lavoro che la classe medica ogni giorno fa per tutti noi.




