«L’idolatria? Una tentazione per fuggire dall’inquietudine»
In un avvincente saggio filosofico che va dalla Bibbia a Lacan, Silvano Petrosino descrive la tentazione dell'idolo dalla quale, avverte, non è esente neppure la religione. E spiega come il consumismo e il mercato, con le loro nuove divinità, siano l'idolatria per eccellenza di oggi
Non c’è religione, cultura o tradizione filosofica che non condanni l’idolatria e la figura dell’idolo. Eppure, l’uomo ne fabbrica continuamente di nuovi e ad essi, fatalmente, si consegna. Se l’idolo è qualcosa di negativo, di pericoloso perché l’uomo si comporta in questo modo? È forse stupido? Prende le mosse da questo interrogativo l’ultimo, brillante saggio del filosofo Silvano Petrosino, L’idolo. Teoria di una tentazione. Dalla Bibbia a Lacan (Mimesis, pp. 129, € 14), il quale mette in dialogo la lezione biblica con quella del grande psicanalista francese fino a Dostoevskij per il quale un uomo rimasto libero non ha altra preoccupazione di cercare un essere (l’idolo, appunto) a cui inchinarsi. L’avvincente perlustrazione di Petrosino s’arricchisce di un’analisi-provocazione sull’idolatria per eccellenza del nostro tempo: il consumismo. Lungi da una critica moralistica della società dei consumi (di questo tipo di analisi ce ne sono fin troppe e non di rado stucchevoli), l’autore analizza invece il modo d’essere del soggetto, che è strutturalmente mancante, e la risposta che a questa mancanza irriducibile offre il consumismo capitalista.
Qual è la strategia messa in atto dal consumismo? «La sapienza biblica gioca la carta della storia e dice che l’idolo non regge nel tempo. Il capitalismo cosa fa? Riconosce questa verità e quindi si organizza per produrre continuamente nuovi idoli. È questo il colpo di genio! Questo cellulare ti dà soddisfazione per una settimana? Benissimo, dopo sette giorni esce un nuovo modello. È un’idolatria per masse a basso costo perché, in fondo, il cellulare possiamo permettercelo più o meno tutti. La strategia del mercato è chiarissima e non consiste nel colmare la mancanza ma nell’alimentarla continuamente offrendo sempre nuovi idoli, come il nuovo modello di iPhone, in grado di rendere obsoleti quelli precedenti. Da un certo punto di vista – e qui avanzo una difesa della società dei consumi – sono meglio questi idoli (l’iPad, la vacanza ai Caraibi, un sofisticatissimo salmone norvegese…) rispetto ad altri che nella storia hanno fatto molto più danni: pensiamo all’idolo della razza o a quello della terra, ad esempio, come dimostrano in questo momento le violenze dell’Isis. Magari con questi “idoletti” non si andrà avanti a lungo e forse, prima o poi, arriverà qualcuno a proporre idoli un po’ più pericolosi».
Cos’è l’idolo? «È una parte (la carriera, i figli, il potere, che è l’idolo per eccellenza, la bellezza fisica, la tradizione…) che il soggetto decide di vivere come un tutto. Il problema è cercare di capire perché il soggetto si comporta così».
E perché lo fa? «Per trovare un punto d’appoggio alla propria inquietudine esistenziale, di soggetto. Se una persona fa della propria carriera fa il tutto della propria esistenza, si auto convince che diventare primario, ad esempio, è l’obiettivo della vita e spende tutte le sue energie per questo. Quando raggiunge l’obiettivo si riposa, trova quiete per un po’. È una scappatoia di fronte al buco, allo scarto, all’inquietudine umana».
Ma se l’idolo è pericoloso perché la “fabbrica degli idoli” è sempre così fiorente? «Dice la Bibbia che gli idoli delle genti hanno occhi ma non vedono, hanno orecchie ma non ascoltano. Fuor di metafora, per un po’ di tempo l’idolo funziona. Quando ti viene consegnata l’auto di lusso, vinci il concorso o riesci a pubblicare il libro per un giorno o una settimana sei soddisfatto. Poi ripiombi nell’inquietudine. Alla fine, ma solo alla fine, l’idolo crolla e si rivela un’illusione. L’uomo si consegna all’idolo il quale si presenta come un qualcosa in grado di garantirgli una consistenza, un senso, un compattamento esistenziale».
L’idolo è un bisogno o una tentazione? «La seconda perché è una scappatoia di fronte all’inquietudine. Io ritengo che bisogna vivere l’inquietudine che non è solo un male ma è un problema di verità del soggetto. Bisognerebbe resistere a questa tentazione ma per farlo vorrebbe dire riconoscere e accettare la mancanza di cui siamo fatti, il fatto che come diceva Lacan siamo un “non tutto”. L’uomo è un buco che tutti vogliono colmare. Il buco è incolmabile e bisogna vivere ai margini del buco. Cioè da uomini autentici».
Nel libro lei passa in rassegna diversi filosofi. Qual è il contributo di ognuno? «Sia Heidegger che Lacan, ad esempio, individuano nella mancanza il tratto strutturale dell’uomo. E questo è importante rispetto a una concezione di soggetto forte o tutto compiuto. Dostoevskij, ne “La leggenda del Grande Inquisitore” dei Fratelli Karamazov ha colto un punto decisivo: che il soggetto cerca un appoggio, ossia di possedere qualcosa su cui fermarsi, ma l’evoluzione di questa logica non è nel possedere l’idolo ma nel farsi possedere dall’idolo, al quale gli consegna totalmente la sua libertà e, in ultima analisi, la sua stessa vita».
Anche la fede religiosa può scadere a idolo? «Sì e questo succede quando uno si configura la religione come una macchina da guerra che risponde a tutto. Lacan sostiene che la religione è stata inventata per trovare un senso a tutte le cose, ed effettivamente lo trova, e a volte, dice, trova anche dei sensi truculenti».
Cosa significa? «Quando magari uno dice “mi sono ammalato di cancro però ho capito che Dio mi ama” oppure “non trovo la fidanzata, forse Dio mi sta dicendo qualcosa”. Anzi, se c’è qualcosa che rischia di essere idolatrica questa è proprio la religione. Da questo punto di vista, è magnifica la lotta che Gesù compie contro i farisei sulle tradizioni come il rispetto del sabato che è fatto per l’uomo e non viceversa».
Siamo condannati all’idolatria? «No, non è un destino. È possibile non fare dell’idolo il tutto della propria vita».
E come? «Prendendo coscienza di questa inquietudine. Gesù fa una promessa pazzesca quando dice che la verità vi renderà liberi, non felici o in pace o ricchi. Se siamo seri con noi stessi, con il nostro essere uomini, dobbiamo riconoscere che il cellulare è bello e fare carriera pure ma non sono la risposta. Nulla è la risposta».
Neppure Dio? «L’esperienza di Cristo dimostra che nel rapporto con Dio non si tratta né di possedere né di farsi possedere perché è un rapporto tra padre e figlio. Dio ha creato l’uomo non come adoratore ma come interlocutore. Come dice Gesù ai discepoli “non vi chiamo più servi ma amici”. C’è una scena fantastica nell’Antico Testamento in cui si racconta che nell’Eden al far della sera Dio incontrava l’uomo per parlare. Beauchamp afferma che “solo l’idolo è sempre presente, il Dio vivente no”. Pazzesco. Il Dio vivente non è sempre presente perché lascia spazio alla tua libertà. Nel logos biblico la critica contro l’idolo ultimamente non è una difesa del primato di Dio ma una difesa della dignità dell’uomo. Quando Dio dice “non farti idoli” sta difendendo la dignità dell’uomo perché consegnando la propria libertà all’idolo l’uomo si dissolve come soggetto, va letteralmente in fumo come illustra l’immagine che c’è sulla copertina del libro».