Andrea Casta si definisce «il violinista crossover più famoso al mondo» ed è una persona del futuro. Non ne ha paura, lo desidera. Lo costruisce, con il suo violino elettronico e il suo archetto luminoso che usa come fosse la spada laser di Guerre stellari, nelle sue performance musicali in teatro o in cima all’Adamello, sotto le cascate e persino in immersione subacquea.

Nato nel 1979, suona il violino sin dalle scuole elementari e si è esibito in più di trenta Paesi del mondo.

Andrea Casta_Matt Evans (Deep Altitudes) in Phi12

Amore per la musica e amore per la natura per te sono inscindibili, Andrea...

«Sono nato a Brescia e i miei genitori mi hanno portato spesso in montagna. Sin da piccolo ho sciato a Ponte di Legno, sul Tonale, dove ancora oggi ho una casa che è il mio rifugio sia artistico che sportivo. L’Adamello è la mia montagna del cuore, anche perché lì c’è stata la Prima guerra mondiale e ancora oggi, quando ci vai, senti gli echi di quella storia tragica e la forza della pace. E poi l’Adamello custodisce il ghiacciaio Presena, a 3 mila metri. Quando ero piccolo aveva centinaia di metri di ghiaccio in più, ora ha avuto un decadimento repentino e triste, quasi incredibile: testimonia i cambiamenti climatici globali e sconvolgenti che stiamo vivendo. Come dice papa Francesco nella Laudate Deum non possiamo rassegnarci all’ineluttabilità dei cambiamenti climatici e io amo, con la mia musica, fare la mia parte per il futuro del nostro pianeta».

Come hai incontrato la vita cristiana?

«Ho sempre cercato di essere costruttivo e non distruttivo, cogliendo le occasioni che mi consentivano di essere la persona che volevo. Così è stato anche nel mio percorso di fede. Sono andato in scuole cattoliche, prima dalle suore Orsoline, poi all’Istituto Cesare Arici di Brescia. Fin da piccolo ho suonato il violino in chiesa, è stato parte di me. Se serviva qualcuno per suonare l’Ave Maria, io c’ero. Poi ho trasformato la musica nell’ordito di tutta la mia vita e, trovandomi a essere un musicista abbastanza spinto verso il futuro, ho cercato di non tralasciare nella mia musica la presenza della fede. È perché sono quell’uomo, con quella storia, che sono questo artista».

Fede e musica si plasmano a vicenda, anche da adulti?

«Soprattutto negli ultimi anni ho scelto di riallacciarmi nei miei concerti all’ambiente fisico della chiesa, anche per farlo incontrare ad altre persone che magari non ci vanno. Le chiese sono scrigni di opere d’arte che parlano a tutta l’umanità e non solo ai fedeli. Basta entrarci e se ne può venire conquistati. Durante il concerto di Natale nel 2020 a San Luigi dei Francesi, una magnifica chiesa romana svuotata dai divieti della pandemia, così come durante i concerti che ho tenuto in onore di Paolo VI nella basilica di Concesio, in provincia di Brescia, ho avuto modo di riconnettermi con tutte le vibrazioni, antiche e sempre nuove, che mi provoca il suonare in chiesa e che probabilmente riesco a trasmettere anche a chi viene ad ascoltarmi».

Il violinista durante un’esibizione al teatro Giorgio Gaber di Milano.

Qual è, Andrea, la tua chiesa del cuore?

«San Francesco d’Assisi a Brescia: ci andavo a Messa coi miei nonni. Mia nonna Maria era molto devota. Ancora oggi, quando torno a Brescia, ci vado. È una chiesa romanica spoglia e protettiva, con intensi chiaroscuri come solo quello stile sa offrire, quasi una sensazione di fortezza che protegge e accudisce».

Suonare il violino è faticoso, impegnativo e splendido proprio come camminare nella fede?

«È vero, fede e violino si connettono. Suonarlo racconta quella vivacità, quella dialettica che un uomo può vivere anche nel percorso di fede. Ci sono momenti in cui la senti più vicina, altri in cui la senti più lontana, ci sono momenti in cui ci si rifugia in chiesa, nelle difficoltà, nei lutti, nelle speranze e momenti in cui ci si dedica meno alle cose spirituali. Io a volte ho preso le distanze dall’impegno che il violino chiede, poi l’ho riabbracciato, come con la fede».

Andrea Casta nella chiesa di San Luigi dei Francesi, nel centro storico di Roma.

Come fotografi il tuo cammino nell’arte della fede?

«Sono a metà del cammino della vita e il percorso nella fede è l’opera in cui raccolgo da dove vengo, dove sono arrivato e anche quella in cui mi proietto verso il futuro. Capisco e abbraccio la fede come abbraccio il mio violino: fa parte della mia storia e vedremo dove mi porterà».

Nei tuoi concerti c’è un aspetto visivo, immersivo e trascinante, che coinvolge tutti. Da artista, cosa servirebbe, a tuo avviso, perché partecipare a una Messa sia un’esperienza travolgente come venire a un concerto?

«Per riempire le chiese, soprattutto di ragazzi e giovani, va bucato quello spazio che porta le persone a percepire la Messa come una cosa stand alone, cioè come un’esperienza astratta dalla vita. Andare a Messa è come arrivare in un rifugio di montagna: se non parti, se non ti metti in un cammino, non ci arrivi. La Messa, quindi, deve riconnettersi con la vita. A Roma, nelle periferie, vedo Messe molto partecipate laddove c’è magari un sacerdote o un contesto in cui si vivono esperienze insieme, in cui la comunità cristiana mette in atto tante attività di vicinanza reale alle famiglie e alle persone in difficoltà».