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A Vienna, questa sera, si alza il sipario sulla settantesima edizione dell'Eurovision Song Contest. Ma le luci dei riflettori illuminano anche qualcosa che non dovrebbe passare inosservato: un palco con molte sedie vuote, alcune scelte con consapevolezza morale, altre lasciate vuote per protesta.
Cinque Paesi - Irlanda, Spagna, Slovenia, Paesi Bassi e Islanda - hanno deciso di non partecipare per protestare contro la scelta dell'EBU, il consorzio delle emittenti radiotelevisive pubbliche europee, di permettere a Israele di gareggiare nonostante le richieste che fosse escluso per via dei crimini e delle violenze commesse a Gaza. Non è una defezione silenziosa, non è una questione tecnica: è una presa di posizione pubblica, dichiarata, che trasforma la più grande kermesse musicale del continente in uno specchio impietoso delle sue contraddizioni.
Una frattura che viene da lontano
Il nodo non è nuovo. Già nelle edizioni precedenti, le esibizioni delle cantanti israeliane erano state contestate dal pubblico con fischi e bandiere palestinesi mostrate dentro il palazzetto. Ma quest'anno la frattura si è allargata fino a toccare l'architettura stessa della competizione. La Spagna, che è fra i principali contributori economici dell'Eurovision, non parteciperà e non trasmetterà nemmeno la finale: la tv pubblica manderà in onda una serata musicale alternativa. Si tratta, come scrivevamo già in dicembre su queste pagine, del primo grande Paese fondatore che si sfila per ragioni etiche, un colpo non solo simbolico ma strutturale, perché la Spagna fa parte dei cosiddetti "Big Five", i Paesi che garantiscono il maggiore finanziamento al concorso e accedono di diritto alla finale.
In Irlanda sarà trasmesso un film di animazione al posto dell'Eurovision. In Slovenia, oltre al ritiro dalla competizione, la programmazione della tv pubblica sarà dedicata a contenuti sulla Palestina. Paesi Bassi e Islanda hanno invece scelto una forma di protesta più misurata: non gareggeranno, ma continueranno a trasmettere lo show. Distinzioni sottili, ma significative: anche nel gesto della resistenza c'è un gradiente di coscienza.


Il warwashing e il silenzio che pesa
Come avevamo già scritto in questa sede, il vero problema non è la presenza di un artista israeliano sul palco, ma l'uso dello spettacolo come meccanismo di normalizzazione simbolica, quello che si può chiamare warwashing: la capacità dello show di lavare via, sotto i riflettori, il sangue, il dolore, l'ingiustizia, rendendo tutto di nuovo presentabile. La musica non è mai neutrale quando suona mentre una parte del mondo brucia. E chi sceglie di cantare come se nulla stesse accadendo, anche involontariamente, diventa parte di un messaggio.
L'EBU si è difesa appellandosi alle regole: Eurovision è una gara tra emittenti, non tra governi, nessuna bandiera ideologica deve sventolare sul palco. È la stessa logica che venne invocata in senso opposto per escludere la Russia nel 2022 dopo l'invasione dell'Ucraina, quando Mosca fu ritenuta incompatibile con i "valori dell'Eurovision". Stavolta quei valori sembrano essersi fatti elastici. La contraddizione è evidente: o la musica è davvero neutrale, e allora non si espelle nessuno per ragioni politiche, oppure i valori contano davvero, e allora vanno applicati a tutti.


I sospetti sul voto e le nuove regole
A complicare ulteriormente il quadro, il New York Times ha pubblicato un'inchiesta secondo cui dal 2024 il governo israeliano avrebbe organizzato una campagna coordinata per influenzare il televoto attraverso pubblicità online, campagne sui social network, mobilitazione delle comunità israeliane all'estero e il coinvolgimento diretto di diplomatici e ambasciate.
Non stupisce, allora, che l'EBU abbia rivisto il regolamento. Quest'anno il numero massimo di voti che ciascuno spettatore potrà esprimere scenderà da venti a dieci. Le giurie di esperti di musica di ogni Paese torneranno a votare anche in semifinale e peseranno più o meno quanto il voto del pubblico. Sarà inoltre vietato agli artisti e alle emittenti televisive di impegnarsi attivamente in campagne promozionali che potrebbero influenzare l'esito del voto. Correttivi legittimi, ma che arrivano a valle di una crisi di credibilità che nessuna modifica tecnica può sanare del tutto.
L'Europa che sanziona, mentre Vienna canta
Tutto questo accade in un momento in cui l'Europa politica sta cercando di darsi una voce più coerente sul conflitto. Proprio ieri, il Consiglio Affari Esteri dell'Unione europea ha dato il via libera alle sanzioni contro i coloni israeliani violenti in Cisgiordania, dopo che l'Ungheria ha tolto il veto che aveva tenuto fermo finora, permettendo di raggiungere l'unanimità necessaria. La Commissione europea dovrà ora lavorare a proposte di sanzioni commerciali, tra cui un eventuale blocco doganale dei prodotti dei coloni, mentre l'accordo prevede anche nuove sanzioni contro esponenti di Hamas.
Israele ha reagito con durezza: "L'Ue ha scelto in modo arbitrario a causa delle sue opinioni politiche e senza alcun fondamento", ha scritto su X il ministro degli Esteri israeliano Gideon Sa'ar, definendo "oltraggioso" il parallelismo tra cittadini israeliani e terroristi di Hamas.
Il contrasto è straniante: mentre Bruxelles, faticosamente ma concretamente, muove un passo verso la responsabilità politica, Vienna si prepara a cantare. L'Europa parla con due voci, quella diplomatica e quella dello spettacolo, e fatica a tenerle insieme.


Vienna, le manifestazioni e Sal Da Vinci
La prima semifinale è questa sera, martedì 12 maggio, trasmessa in Italia da Rai 2; la seconda sarà giovedì 14 maggio. La finale andrà in onda sabato 16 maggio su Rai 1. L'Italia sarà rappresentata dal vincitore del Festival di Sanremo, Sal Da Vinci, con la canzone "Per sempre sì".
Venerdì a Vienna è prevista una manifestazione a Resselpark in occasione del giorno della Nakba, la giornata che ricorda gli oltre 700mila palestinesi costretti a fuggire o espulsi dalle loro case durante la guerra del 1948 — a cui dovrebbero partecipare circa tremila persone. Sabato è attesa un'altra manifestazione. Ci sarà anche un presidio a sostegno della partecipazione di Israele, intitolato "12 points against anti-Zionism".


Cantare o tacere: una domanda che non si può eludere
Eurovision nacque nel dopoguerra con un'ambizione precisa: unire i popoli europei attraverso la musica, costruire ponti là dove le guerre avevano lasciato macerie. Settant'anni dopo, quella vocazione originaria si trova davanti alla propria contraddizione più acuta. Non si tratta di chiedere agli artisti di rispondere dei governi dei loro Paesi. Si tratta di chiederci, come pubblico, come cittadini europei, come cristiani abituati a non voltarci dall'altra parte, se sia possibile celebrare l'unità mentre una parte del mondo brucia.
La musica può unire, è vero. Ma solo se ha il coraggio di guardare in faccia la realtà. Quando invece serve a distrarci, a coprire il dolore con un ritornello, allora non compie la sua missione più alta. Compie l'esatto contrario.









